Tatmadaw Archivi - OGzero https://ogzero.org/tag/tatmadaw/ geopolitica etc Sun, 21 Jan 2024 09:53:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.6 La guerra birmana esplode al Casinò e uccide a Sagaing https://ogzero.org/la-guerra-birmana-esplode-al-casino-e-uccide-a-sagaing/ Wed, 03 May 2023 21:01:19 +0000 https://ogzero.org/?p=10898 Con il Myanmar OGzero ha un legame particolare fin dallo Studium collegato a Burma Blue, il libro dedicato da Max Morello al paese. Claudio Canal ha scritto un articolo interessante pubblicato su “Volere la Luna“, da dove lo recuperiamo corredato di un’integrazione: un podcast registrato da Radio Blackout con Emanuele Giordana, appena tornato dal confine […]

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Con il Myanmar OGzero ha un legame particolare fin dallo Studium collegato a Burma Blue, il libro dedicato da Max Morello al paese. Claudio Canal ha scritto un articolo interessante pubblicato su “Volere la Luna“, da dove lo recuperiamo corredato di un’integrazione: un podcast registrato da Radio Blackout con Emanuele Giordana, appena tornato dal confine birmano-thailandese. Le due testimonianze si compenetrano perfettamente nella descrizione informata degli eventi e nella analisi socio-culturale delle comunità coinvolte e degli interessi stranieri sul territorio, le esigenze del riciclaggio e dei traffici, che si combinano con la militarizzazione della società a cominciare dal controllo economico da parte degli eserciti.
Il ministro degli esteri cinese Qin Gang è giunto il 3 maggio in Myanmar, avvicinandosi alla riunione dei ministri della Shanghai cooperation organization, chiedendo anche lì di «mantenere confini chiari e stabili», le stesse parole usate da Xi entrando in medias res belliche; in questo caso mettendo in guardia da una “ricaduta” dell’escalation di violenza nel paese del Sudest asiatico e «reprimere la criminalità transfrontaliera» (Scmp, 3 maggio 2023). Il fatto che abbia
 sottolineato l’importanza di mantenere la stabilità nella regione e di promuovere una “cooperazione amichevole” tra i paesi confinanti risulta comprensibile dalla lettura e dall’ascolto di questi due contributi che vi proponiamo.


I can(n)oni di guerra sembrano lontani se tuonano in Myanmar

C’è una guerra in Europa, ci fa paura e ci divide in opposte tifoserie. Ci sono altre guerre nel mondo, non incutono timore perché ci sono ignote o perché ci abbiamo fatto il callo. Siccome l’arte della guerra gode di uno straordinario successo tra gli esseri umani, pensiamo di riconoscerla ovunque. C’è un paese in Asia, tra i più ricchi di risorse e dotato di una crudele bellezza, la Birmania-Myanmar, in cui è in corso una guerra che interpreta fedelmente i canoni dei manuali novecenteschi: eserciti schierati, bombardamenti aerei, artiglieria, guerriglia.

«Ma è così da più di settant’anni!» afferma chi conosce un po’ la storia di questo paese. Infatti, dal momento dell’indipendenza dal colonialismo britannico nel 1947, quando ci si prepara a inventare la nazione, una parte consistente degli abitanti delle Aree di Frontiera, escogitate e così marchiate dagli inglesi, si oppone senza tentennamenti. Le Aree sono refrattarie al progetto politico che la cultura maggioritaria – i Bamar/Bramar/Birmani, principalmente buddhisti  intende realizzare costituendosi come centro egemone di una nazione mai esistita prima, birmanizzando e, in qualche modo, buddhizzando tutto il resto.

Tradizionali guerre per i soliti traffici “etnici” vs. l’“esercito” del potere

Prendono così avvio le interminabili guerre e subguerre che hanno straziato fino a oggi la Birmania e reso l’esercito birmano, il Tatmadaw, un apparato estremamente distruttivo e la più importante potenza economica del paese, senza che sia mai riuscito a vincere una delle guerre che le forze armate locali gli hanno mosso e che mai si sia confrontato con un nemico esterno. Una forma molto originale di esercizio del potere: la guerra come istituzione costituente, la guerra per la guerra, la “guerra civile permanente”, diremmo noi in Europa. Alcune delle formazioni politiche e militari che combattono il potere centrale lo fanno per salvaguardare la loro diversità culturale, linguistica, religiosa; altre per non perdere gli incassi dalla produzione e coltivazione di metanfetamine, oppio, giada, legno pregiato; altre ancora per entrambe le ragioni. Forse perché non riescono più a immaginarsi a fare altro. Un paese dunque predisposto come poligono di tiro diffuso e residence per dittature militari da cui, nei recenti e limitati anni di democrazia approssimativa, sperava di disintossicarsi.

Le efferatezze di Tatmadaw, coacervo di sangue, narcos e crypto-crony capitalism

Un esercito che si identifica con lo stato, sacralizzato da una storia mitica di eroi guerrieri, «impregnato di crony capitalism cronico», una delle tante “apparizioni” del capitalismo, quello della solida rete di compari e amici degli amici attestati nei gangli economici e finanziari. È un impianto sociale di corruzione generalizzata, costruito sul rapporto servo-padrone, sulla impunità garantita, incapace e non particolarmente interessato a costruire l’unificazione dall’alto del paese mediando tra le molteplicità. Nonostante la sua smisurata forza, gli appoggi e gli armamenti ricevuti da Russia e Cina, a tutt’oggi controlla, a esser larghi, la metà del paese. Un esercito così conformato non impiega solo la mascolina brutalità, ma amministra leve materiali e simboliche che gli consentono di non intimorirsi troppo e perfino di esercitare ancora una egemonia culturale debilitata ma non moribonda.

Tradizionali appoggi monastici in periodi di magre elemosine

La manforte la riceve dal sangha, la numerosissima e autorevole comunità monacale buddhista, di scuola Theravada come altri buddhismi del Sudest asiatico, che si compiace del ruolo di avanguardia politica svolto dai monaci durante la lotta anticoloniale contro gli inglesi nella prima metà del Novecento e della loro a tutt’oggi capillare presenza tra la popolazioneMezza comunità è dedita allo studio e alla meditazione, in attesa di tempi migliori; un quarto è dichiaratamente antiregime; il resto è un segmento militante molto eccitato che ha assunto da diversi anni una posizione ultranazionalista, xenofoba, razzista e di conseguenza entusiasta sostenitrice e istigatrice della giunta militare. Nessuna novità, verrebbe da dire, tutto già visto in Birmania. E non solo lì.

Uno dei territori in cui lo scontro è più rabbioso è la zona centrale del paese, in particolare la regione Sagaing, grande quanto l’Italia Settentrionale. Cioè il cuore culturale e storico della Birmania. Abitato da una popolazione in stragrande maggioranza buddhista, partecipe di un ordine simbolico che fino a non molto tempo fa guidava la birmanizzazione forzata del paese. È la prima volta dal dopoguerra e questa innovazione trasforma in modo radicale la geometria politica nazionale che diventa centro contro centro e non solo centro contro periferia. Una parte dell’insurrezione è condotta dal People’s Defence Force (Pdf), braccio armato del National Unity Government (Nug), il governo in esilio o governo ombra che cerca il riconoscimento internazionale e, soprattutto, l’alleanza con le forze politiche e gli eserciti delle Aree di frontieraNon è detto che ci riesca in tempi brevi, ma il progetto è partito.

La strage dal cielo sulle coste dell’Irrawaddy nel centro del Mandalay

Intanto la guerra in sé e per sé va avanti, bombardamenti a tappeto, villaggi in fiamme, droni funesti, imboscate letali [l’esercito birmano perde in media 100 uomini alla settimana], attacchi alle infrastrutture [giovedì 6 aprile l’aeroporto internazionale di Yangon è stato chiuso nella notte perché colpito da artiglieria], incendio e distruzione delle stazioni di polizia, fuga delle popolazioni coinvolte e fioritura di campi profughi… L’Expo dell’arsenale non chiude mai. Il caos e l’emergenza come regola della vita sociale, in un paese tra i più colpiti al mondo dai cambiamenti climatici. La sofferenza dei viventi non incontra ostacoli. Intanto l’Irrawaddy continua bonario a scorrere lungo i suoi 2500 chilometri, i delfini meditano forse sulla loro estinzione e pure gli operosi esseri umani che condividono la vita del fiume.

E il doppio “gioco” cinese in periferia

Quanto durerà la guerra? Movimenti di riforma interni all’esercito? Torneranno nelle caserme i soldati? Un golpe? Un’implosione generale? Impossibili per ora risposte creative a queste domande. Nuove leadership si manifestano nelle Aree di frontiera. Aspirano, come minimo, a uno Stato molto, molto federale. Nel frattempo, il gigante di confine, la Cina, gioca come al solito su due tavoli. Sostiene e foraggia la giunta militare, e nello stesso tempo sussidia generosamente di armamenti e merci il Kokang e lo “Stato” Wa, regioni della Birmania in lotta armata contro la giunta militare.

Cronaca

Aung San Suu Kyi è in isolamento in carcere nella capitale surreale Naypyidaw a scontare i 33 anni a cui è stata condannata. Gli sgherri sono specialisti in vendetta. La resistenza è anche radicata nei mille gruppi e reti che continuano a far funzionare le scuole, a procurare medicine e a fare quanto è possibile in un welfare dal basso ricco di sorrisi e di delicatezze. Il regime ha appena tagliato 200 alberi di Poinciana reale o albero di fuoco nella 38ª strada di Mandalay, nei pressi dell’incantevole mercato della giada. I suoi fiori rosso fiamma rimandavano al colore della Lnd [Lega Nazionale per la Democrazia], il partito di Aung San Suu Kyi, a cui la via era stata intitolata. Terrorismo vegetale

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Non essere indeciso,
il detonatore della rivoluzione
sei solo tu, o io.
(K Za Win [1982-2021] poeta,
ucciso dalla polizia durante una manifestazione da lui organizzata contro la giunta, 3 marzo 2021)


 

La malavita cinese naviga sulle coste del Moei tra Thailandia e Myanmar

Emanuele Giordana a sua volta descrive i legami tra tutti i protagonisti in tragedia, senza indulgenza per una fazione o l’altra: la fotografia che si ricava è quella del malaffare generalizzato che non lascia spazio a interpretazioni desumibili da una qualunque etica: gli affari contrapposti animano le rive del Moei e si vedono sorgere città poi abbandonate, dove tutto è consentito, anzi è il malaffare la legge di una terra senza alcuna regola se non quella della truffa e dell’inganno, ora sempre più finanziario, che ha surclassato persino in parte la destinazione d’uso dei paradisi sessuali e del gioco d’azzardo. Manovre ad altissimo livello internazionale sovrintendono all’occupazione del territorio e alla cooptazione degli addetti nella zona del Karen State.

«Con le false credenziali della Belt and Road Initiative – messe in discussione dal precedente governo del Myanmar guidato da Aung San Suu Kyi e pubblicamente sconfessate dall’ambasciata cinese in Myanmar nel 2020 – la città si trova appena a nord di Mae Sot, in Thailandia. Secondo il materiale promozionale, la città avrà “parchi industriali scientifici e tecnologici, aree per il tempo libero e il turismo, aree per la cultura etnica, aree commerciali e logistiche e aree per l’agricoltura ecologica”. Ci sarà anche una struttura per “l’addestramento alle armi da fuoco”. Shwe Kokko è stato anche definito “la Silicon Valley del Myanmar” e una stazione chiave lungo la “Via della Seta marittima”» (NikkeiAsia), parte di un ponte terrestre tra l’Oceano Indiano che permette di aggirare i pericoli e i dazi della navigazione tra gli stretti del Mar Cinese Meridionale, avvalendosi di una ferrovia che unirà lo Yunnan al mar delle Andamane.  

 

“Shwe Kokko e i suoi modelli”.

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LA GUERRA VIENE CON LE ARMI: LO SPACCIO A NOVEMBRE https://ogzero.org/studium/la-guerra-viene-con-le-armi-lo-spaccio-a-novembre/ Thu, 05 Jan 2023 09:28:05 +0000 https://ogzero.org/?post_type=portfolio&p=9930 L'articolo LA GUERRA VIENE CON LE ARMI: LO SPACCIO A NOVEMBRE proviene da OGzero.

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Miniere di guerra di prossimità africana

In Africa subsahariana i cinque maggiori importatori di armi sono stati Angola, Nigeria, Etiopia, Mali e Botswana. Resta un grande importatore l’Egitto che con il più 73% diventa il terzo importatore di armi a livello globale (Focus di “Atlante delle Guerre”, 29 marzo 2022).

Gianni Sartori ci ha fornito un testo foriero di molteplici spunti di lettura paralleli: a cavallo tra risorse africane, compagnie minerarie, approvvigionamenti di armi e conflitti, presenti e futuri.
Alle tradizionali estrazioni del continente (oro, argento, diamanti, rame, manganese) si aggiungono le basi dei nuovi oggetti: coltan, cobalto, grafite, litio… e gli scenari sono quelli ad alta tensione di Zimbabwe, Sudafrica, Marocco, Mali, Burkina Faso, Congo…


E PER LE GRANDI COMPAGNIE GLI AFFARI VANNO A GONFIE VELE
PREANNUNCIANDO FUTURI CONFLITTI

di Gianni Sartori

Se, come recitava negli anni settanta la rivista “Hérodote” (di cui conservo gelosamente due-tre numeri dell’edizione italiana pubblicati dal mai dimenticato Bertani): «La geografia serve a fare la guerra», parafrasando possiamo aggiungere che “la geologia la determina”. O quantomeno la indirizza e alimenta.
Per cui volendo azzardare ipotesi sui futuri conflitti sarebbe opportuno munirsi di aggiornate carte minerarie.

Litio, cobalto, stagno, rame, grafite, nickel… risultano indispensabili per quella fantomatica “transizione energetica” (dove l’unico verde identificabile sembra quello dei dollari, quelli di una volta almeno) a cui tendono in maniera talvolta spasmodica compagnie minerarie e produttori di automobili. Con il continente africano che al momento sembra essere quello più ambito.

Secondo le compagnie minerarie e alcuni governi (africani e non) molte risorse minerarie (litio, rame, stagno, cobalto…) finora sarebbero state non adeguatamente sfruttate (o addirittura “trascurate”). Oggi si intende rimediare riattivando antiche miniere e aprendone di nuove (e pazienza per l’ambiente e le popolazioni indigene, ovviamente).


ZIMBABWE E LITIO

Pare che l’ex Rhodesia, oggi Zimbabwe, sia uno dei pochi paesi africani dotati di vaste riserve di Lithium. Nel senso di “litio”, il minerale (simbolo Li, numero atomico 3, peso atomico 6,94; nessun riferimento ai Nirvana quindi) essenziale per le batterie dei veicoli elettrici.
E se questo ha già scatenato le comprensibili brame delle grandi compagnie minerarie, finora aveva mobilitato soprattutto schiere di minatori individuali (“artigianali”). Sui quali tuttavia stanno calando pesanti restrizioni ministeriali. In pratica non potranno più esportare il materiale grezzo estratto, spesso fortunosamente, da terreni non necessariamente di loro proprietà e da miniere abbandonate.

Una restrizione che non dovrà interessare le miniere di livello industriale in quanto dovrebbero esportare solo materiale trattato, un “concentrato di litio”. Miniere comunque ancora in fase di realizzazione, dato che l’unica importante produttrice di litio è quella di Bikita. Nello stesso tempo il governo di Harare intende favorire aziende locali per la trasformazione in loco del minerale così che possa venir utilizzato direttamente dall’industria dei veicoli elettrici. Risale a novembre l’accordo firmato con la TsingShan Holding per un impianto in grado di produrre il concentrato di litio (“AgenziaNova”). 


100 %

Avanzamento



GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE Traffico 2022


Ventotto i Paesi in cui Wagner avrebbe operato, diciotto dei quali africani: Libia, Repubblica Centrafricana, Mozambico, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Madagascar e Zimbabwe tanto per citarne alcuni (“AnalisiDifesa”). E Wagner è lì solo per curare gli interessi minerari di Mosca

Il primo vertice Russia-Africa, tenutosi nel 2019, ha fatto parlare di “ritorno della Russia in Africa” dopo anni di disimpegno a sud del Sahara. Il rinvio del secondo vertice, che avrebbe dovuto tenersi alla fine del 2022 in Africa, ha apparentemente messo in luce le vulnerabilità economiche e politiche della Russia alla luce della sua guerra di aggressione contro l’Ucraina. Eppure, l’impegno diplomatico e di sicurezza della Russia in Africa sembra continuare senza sosta. Che impatto ha la guerra in Ucraina sulle relazioni della Russia con i Paesi africani? Come stanno reagendo alla guerra? Cosa possiamo aspettarci dal futuro ruolo e dalla presenza della Russia nel continente? (ISPI)

Per l’Africa, con una perdita annua di quattro milioni di ettari di foreste, questo è “mal comune” (ma senza “gaudio” ovviamente). In base agli atti recentemente pubblicati dalla National Academy of Sciences, l’aumento esponenziale delle attività estrattive in aree forestali costituisce il 47% (oltre tremila e duecento chilometri quadrati) della distruzione delle foreste tropicali dal 2000 a oggi. Soprattutto in Ghana, Tanzania, Zimbabwe e Costa d’Avorio.

Contemporaneamente anche Biden ha rivolto l’attenzione degli Usa all’Africa abbandonata da Trump (e in parte prima da Obama), convocando un summit di metà dicembre per contrastare la presenza sinorussa nel continente (ISPI): Guinea, Sudan, Mali, Zimbabwe, Burkina Faso ed Eritrea sono rimaste fouri dalla lista degli invitati. Invece Teodoro Obiang, l’autocrate guineano più longevo al mondo, risultava tra gli invitati: la Guinea equatoriale è tra i porti nevralgici per ogni tipo di merci, legali o meno.

Tutti paesi dove la tensione per il controllo di queste risorse si fa più forte, creando strategie esterne e appoggi da potenze locali. Smerci di armi… ma gli stati che intendono proteggere i loro minerali “rari” e preziosi non si dotano di armi che possono competere con le potenze interessate allo sfruttamento dele miniere, o per avversare le milizie che fanno gli interessi di quegli stati, piuttosto si dotano di elicotteri per il controllo delle rivolte della popolazione, indignata dalla corruzione e dal saccheggio di risorse nazionali.



In Zimbbwe è operativo il MiG21 nella versione J7, copia non autorizzata del Fishbed realizzata in Cina (“AnalisiDifesa”)

Nel gennaio 2022, lo Zimbabwe era al 93° posto sui 142 paesi considerati nella classifica annuale della GFP con PwrIndx di 2,2498 (laddove lo zero sarebbe “perfetto”).
Il Generale di Brigata Mike Nicholas Sango, ambasciatore dello Zimbabwe presso la Federazione Russa, ha detto che «la politica della Russia nei confronti dello Zimbabwe negli ultimi anni si è evoluta in modo positivo. L’impegno del Governo dello Zimbabwe con la Federazione Russa è storicamente radicato nel contributo del nuovo stato al raggiungimento della libertà e della nazione da parte dello Zimbabwe nel 1980» (“Africa24”).
Secondo lui, il presidente della Repubblica dello Zimbabwe, Emmerson Dambudzo Mnangagwa, ha visitato Mosca nel 2019. Da allora, ci sono state visite reciproche di ministri e parlamentari. All’inizio di giugno 2022, la presidente del Consiglio Federale, Valentina Matviyenko, ha visitato lo Zimbabwe. I militari dello Zimbabwe hanno partecipato ai Giochi dell’Esercito nel corso degli anni e ai Giochi dell’Esercito di metà agosto 2022.
E non a caso i russi hanno voluto scambiare Viktor Bout, il mercante di armi.

Russia
Mentre Washington domina il mercato globale delle armi di alta gamma e ad alta tecnologia, la Russia si è ritagliata un posto di primo piano come fornitore mondiale di armi economiche, ma a bassa tecnologia, talvolta descritte come “armi di valore”. Queste includono nuove varianti di equipaggiamenti sovietici e russi come i carri armati T-72 e T-80, pezzi di artiglieria trainati come il D-30, obici semoventi come il 2S1 Gvozdika e il 2S19 Msta, lanciarazzi multipli semoventi come il BM-27 Uragan e il BM-30 Smerch, il sistema di difesa missilistica S-300 e i veicoli corazzati per il trasporto di personale come il BMP-3 e il BTR-70.

Cina
Sebbene i paesi a basso reddito come Myanmar, Zambia e Zimbabwe acquistino solo armi di questa categoria, anche i paesi a medio reddito come Brasile, India e Thailandia, che partecipano a segmenti del mercato di fascia alta, acquistano grandi forniture di armi di valore. Nel 2022, la spesa per la difesa dei paesi principalmente africani, asiatici e latinoamericani che compongono il mercato di valore ammonterà a 246 miliardi di dollari. Dal momento che le aziende americane di solito non competono nel mercato delle armi di valore, le difficoltà della Russia hanno creato un vuoto. E il paese pronto a riempirlo è la Cina. Se non controllata, Pechino potrebbe utilizzare le vendite di attrezzature per la difesa per costruire relazioni più forti con le élite al potere e per assicurarsi basi all’estero, limitando potenzialmente la capacità di manovra delle forze armate statunitensi in tutto il mondo. L’espansione delle vendite di armi cinesi minerebbe l’influenza degli Stati Uniti nella competizione geostrategica in corso. Ma questo esito non è ancora inevitabile. Gli Stati Uniti e i loro alleati sono ancora in tempo per fornire sostituti alle armi russe a prezzi accessibili e contrastare così le ambizioni della Cina. La Cina vanta sei delle 25 maggiori aziende di difesa del mondo. Sebbene l’attuale quota del cinque per cento del mercato globale degli armamenti sia significativamente inferiore al 19 per cento della Russia, ciò indica il potenziale della Cina di espandere la propria quota di mercato. La Cina ha diversi vantaggi distinti che potrebbero permetterle di dominare il mercato del valore.
L’approccio cinese all’esportazione di armi è transazionale, libero da preoccupazioni sui diritti umani o sulla stabilità del regime. La Cina scambia armi non solo in cambio di un compenso finanziario, ma anche per l’accesso ai porti e alle risorse naturali degli stati destinatari. In parte, fornendo armi di valore come radar, missili e veicoli blindati al Venezuela e all’Iran, per esempio, Pechino si è assicurata un accesso costante al petrolio di quei Paesi. La maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana utilizza armi cinesi, ma le vendite alla regione rappresentano solo il 19% delle esportazioni cinesi. Oltre il 75% delle esportazioni cinesi è destinato ai paesi asiatici dove la Cina ha iniziato a espandere la propria rete di produzione industriale. Il Pakistan, per esempio, ora coproduce molti sistemi d’arma cinesi, come il carro armato Al-Khalid e il caccia JF-17 Thunder. Più di recente, oltre alle armi di valore, la Cina ha iniziato a vendere sistemi d’arma di fascia più alta a clienti importanti: ad aprile ha iniziato a vendere missili antiaerei alla Serbia e a giugno l’Argentina ha segnalato interesse per i jet da combattimento JF-17. La Cina è ora il più grande esportatore di droni al mondo e ha iniziato a vendere i suoi Wing Loong e i modelli CH-4 a clienti che prima acquistavano droni britannici, francesi, russi e statunitensi: un elenco di paesi che comprende Egitto, Iraq, Giordania e Arabia Saudita. (“ForeignAffairs”)
Secondo il “Jane’s Defence Weekly”, quasi il 70% dei veicoli militari blindati presenti in tutti i 54 paesi africani sono di origine cinese, mentre quasi il 20% di tutti i veicoli militari del continente sono stati forniti dalla Cina.
Citando un rapporto dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), l’outlet ha sottolineato che, emergendo come quarto fornitore globale di armi, la Cina ha rappresentato il 4,6% del totale delle esportazioni di armi globali tra il 2017 e il 2021.
Di questo totale di esportazioni di armi globali, il 10% è stato destinato a paesi africani. Etiopia, Sudan, Nigeria, Tanzania, Camerun, Zimbabwe, Zambia, Gabon, Algeria, Namibia, Ghana, Burundi, Kenya e Mozambico sono stati i principali importatori di armi cinesi negli ultimi cinque anni (“Asia News International”).

Zimbabwe

«Lo Zimbabwe è forse il più longevo beneficiario africano dell’assistenza alle forze di sicurezza (SFA) da parte della Cina», affermano due ricercatori senior del Peace Research Institute di Oslo, Ilaria Carrozza e Nicholas Marsh, nello studio pubblicato sul Journal of Global Security Studies.

La Cina ha fornito addestramento militare ai membri del Fronte patriottico dell’Unione nazionale africana dello Zimbabwe, guidato da Mugabe, durante la sua lotta per la liberazione. Tra le persone addestrate c’era anche il presidente Emmerson Mnangagwa, salito al potere cinque anni fa dopo il colpo di stato che ha spodestato Mugabe.

«Questo sostegno ha contribuito a suggellare un rapporto di sicurezza tra la Cina e la leadership dello Zimbabwe che dura tuttora», si legge nello studio.

L’assistenza alle forze di sicurezza comprende donazioni, in genere di attrezzature militari e di addestramento, che mirano a migliorare la capacità delle forze di sicurezza di un paese beneficiario, ha affermato Carrozza.
Lo Zimbabwe è stato tagliato fuori dai mercati globali dei capitali nei due decenni trascorsi da quando gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno imposto sanzioni ad Harare per le violazioni dei diritti umani e la confisca delle terre agli agricoltori bianchi, lasciando a Pechino il ruolo di principale finanziatore di progetti infrastrutturali come dighe idroelettriche, aeroporti e strade (SCMP).

SUDAFRICA: MEGLIO IL LITIO DEL CARBONE? DIPENDE…

di Gianni Sartori

Dal 2023 (stando a una recente dichiarazione) la Compagnia mineraria Marula Mining (All Star Minerals) darà il via alla vendita di litio a una filiale della lussemburghese Traxys. Quanto alla provenienza del minerale, sarebbe la miniera di Blesberg, in disuso da tempo e riaperta nel dicembre 2022. Anche se per ora i lavori proseguono lentamente e su piccola scala, in attesa di ulteriori perforazioni e carotaggi.

Oltre al litio (sotto forma di spodumene che qui lo contiene con percentuali tra il 6 e il 7 %), la miniera sarebbe in grado di fornire anche tantalio.

Ma in materia di miniere non son tutte rose e fiori per il Sudafrica. Le miniere abbandonate di carbone, per esempio, rappresentano – oltre che un potenziale pericolo – una documentata fonte di inquinamento per le sorgenti e le falde acquifere, una grave minaccia per la salute delle popolazioni. O almeno questo è quanto sostiene Human Rights Watch in un suo recente rapporto (The Forever Mines : Perpetual Rights Risks from Unrehabilitated Coal Mines in Mpumalanga, South Africa ) con cui accusa il governo sudafricano di non garantire la bonifica, il risanamento delle miniere abbandonate. Di non aver fatto nulla per rimediare a tale “eredità tossica”.

E ovviamente vengono messe sotto accusa anche le compagnie minerarie che «per anni hanno tratto profitti dallo sfruttamento del carbone, ignorando però le proprie responsabilità al momento di ripulire, bonificare il degrado, l’inquinamento che si sono lasciate alle spalle».

Lasciando sovente alle comunità locali l’onere di rimediare ai danni.

  1. Alla realizzazione del dossier di Human Rights Watch hanno contribuito decine di esponenti delle comunità locali (compresi i genitori dei numerosi bambini che hanno perso la vita precipitando in pozzi a cielo aperto), rappresentanti di associazioni locali e di ong, ricercatori universitari e personale sanitario. E anche molti “minatori individuali” o che operavano comunque a livello artigianale, al di fuori delle compagnie minerarie. In genere tra i residui di quelle abbandonate con gravi conseguenze per la salute. Come ha ben documentato Human Rights Watch riportando oltre 300 decessi di questi “zama – zama”. Deceduti in gran parte per il crollo dei tunnel, in minor misura per intossicazione da gas o incidenti con esplosivi). Inevitabile un raffronto con i garimpeiros di Brasile e dintorni o con i minatori (in genera persone anziane o giovanissime) che scavano (scavano?!) tra i residui, gli scarti delle miniere boliviane.

Su 2300 miniere prese in esame e classificate “ad alto rischio” (tra cui sono centinaia quelle di carbone), soltanto 27 sono state bonificate in Sudafrica. Si tratta di quelle da cui si ricavava l’amianto (in genere “amianto nero”, più nocivo, ma meno costoso da estrarre e che ha distrutto la salute di migliaia e migliaia di minatori neri).

Specificatamente per quelle di carbone, si è potuto documentare come i residui minerari esposti alle intemperie contribuiscano ad aumentare notevolmente l’acidità dell’acqua e dei terreni. Il fenomeno conosciuto come ”drenaggio minerario acido” provoca sia l’inquinamento delle acque che la sterilizzazione dei terreni, oltre a corrodere e danneggiare irreparabilmente le infrastrutture di approvvigionamento dell’acqua potabile.

Se l’UE è il principale partner commerciale del paese, la Cina è presente in misura sempre maggiore con investimenti di varia natura

Decine di compagnie minerarie sudafricane si rifiutano di rendere pubblici i loro piani sociali e di lavoro, o SLP, come richiesto dalla legge. Senza l’accesso a questi documenti, le comunità hanno difficoltà a valutare gli impegni sociali delle compagnie minerarie o a ritenerle responsabili. Questi piani dovrebbero descrivere in dettaglio come le aziende sosterranno la creazione di posti di lavoro e il miglioramento dei servizi nelle città in cui estraggono. L’organizzazione no-profit Mining Affected Communities United in Action (MACUA) stima che tra il 70 e il 90% delle miniere in Sudafrica non pubblichino i loro piani.

Fondata nel 2011, la miniera di Kolomela, a 22 chilometri dalla città di Postmasburg, nella provincia di Northern Cape, produce ogni anno oltre 9 milioni di tonnellate di minerale di ferro. Dal 2021, Kolomela, che è di proprietà della filiale locale del gigante minerario Anglo American, Kumba Iron Ore, ha respinto gli sforzi del MACUA e dei membri della comunità per ottenere una copia dello SLP 2020-2024 della miniera (“Mongabay”).

Oggi il Sudafrica non è più leader mondiale della produzione dell’oro, sebbene secondo le stime dell’US Geological Survey detenga il 50% delle risorse aurifere del pianeta, ma è ancora in testa a livello continentale. Le riserve però iniziano ad esaurirsi e il paese è passato dal 15% della produzione mondiale al 12%.

Questa situazione, con la diminuzione delle miniere e la perdita del lavoro, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori, uomini, donne e bambini che accettano condizioni lavorative degradanti e rischiano di morire per poter sopravvivere. Una miniera dismessa è terreno fertile per minatori illegali che cercano l’ultimo filone in autonomia o con l’aiuto degli ultimi tra i disperati. Tra il 2004 e il 2015 un terzo delle 180.000 persone che lavoravano nel settore minerario sudafricano sono state licenziate. Molte sono tornate alle miniere da sole, illegalmente (“Orovilla”). Imponenti e ricorrenti scioperi hanno prodotto scontri e massacri della polizia a difesa di istituzioni e investitori cinesi ed europei, che hanno chiesto all’ex sindacalista compagno di Mandela Ramaphosa di eliminare tasse e promesse di maggiori diritti per i lavoratori: «Le lotte che lo attraversano, tanto dei minatori neri e spesso migranti quanto delle popolazioni nere locali, trascendono il più delle volte i confini nazionali, proprio a causa del carattere non-nazionale dei bersagli e delle rivendicazioni in reazione al Trade, Development and Co-operation Agreement: il piano di liberalizzazioni previsto dall’accordo ha infatti imposto leggi sul lavoro, riduzione dei salari, privatizzazione delle aziende statali, leggi sull’immigrazione e tagli alla spesa pubblica in nome di un “rilancio” dell’economia sudafricana. instaurando un regime commerciale preferenziale tra l’UE e il Sudafrica, con la creazione progressiva di zone di libero scambio (ZLS) per la libera circolazione delle merci. Questo vale sia per gli scambi commerciali, sia per gli investimenti, definendo di fatto l’UE come principale partner economico del Sudafrica. Secondo un modello ormai diffuso su scala globale e di cui l’Ue si fa promotrice, le zone economiche… Se l’UE è il principale partner commerciale del paese, la Cina è presente in misura sempre maggiore con investimenti di varia natura. Come si legge sul sito di Taung Gold, una delle principali società finanziarie cinesi attiva principalmente nel settore minerario, la Cina “è profondamente consapevole dell’importanza degli investimenti cinesi in Sudafrica”. Taung Gold è da oltre un decennio una delle molte imprese della Repubblica Popolare che investono in Sud Africa, soprattutto nel settore minerario. Tra gli esempi più significativi vi è l’acquisizione da parte del Gruppo Jinchuan e del China-Africa Development Fund del 45% di Wesizwe Platinum, una junior mining company» (“ConnessioniPrecarie”). E allora, come riportava “Il Post” nel luglio 2019, i vertici militari sudafricani avevano deciso di usare l’esercito per reprimere le proteste e gli scontri iniziati dopo che l’ex presidente Jacob Zuma era stato incarcerato nel luglio per un episodio di corruzione da parte della francese Thales: una tangente relativa all’acquisto di una partita di armi nel 1999. La difesa dell’ex presidente e del suo sistema di corruzione è solo la miccia che ha fatto esplodere la rabbia, temuta da Pretoria, ma anche da UE e Cina: «Le rivolte sono il prodotto delle disuguaglianze crescenti che la fine dell’apartheid non ha saputo ridurre, e di rivalità politiche all’interno del partito al potere, l’African national congress (Anc)»; Zuma è un populista zulu, eroico combattente da giovane, e anche questi elementi sono alla base delle rivolte contro le barriere sociali sostituite dagli stranieri al posto di quelle razziali. Alla fine si sono visti anche i carri armati Olifant e sono arrivati 25.000 soldati ad appoggiare le forze di polizia. L’ultimo bilancio avrebbe parlato di 212 vititme e migliaia di feriti e arresti.

Perciò le necessità di armi dell’esercito sudafricano deve rispondere al contenimento di rivolte interne: infatti nella più imponente esercitazione militare dell’esercito sudafricano tenutasi nel novembre 2022 (Vuk’uhlome – “alzati e armati” in lingua zulu) ha testato la capacità e lo stato di preparazione della forza terrestre, supportata dalle Forze Speciali SA, dall’Aeronautica Militare SA (SAAF), dal Servizio Sanitario Militare SA (SAMHS), dalla Divisione di Polizia Militare e dalla Divisione Servizi Legali. Durante il Distinguished Visitors’ Day dell’esercitazione sono state dimostrate numerose capacità, che vanno dalla gestione dei disordini civili al lancio di forze aeree con il paracadute, agli attacchi di precisione con razzi e artiglieria, alle operazioni di controinsurrezione, agli attacchi di fanteria… Le Forze speciali, con le loro armi e i loro veicoli, hanno svolto un ruolo importante nella battaglia simulata, che ha visto il coinvolgimento di veicoli corazzati, tra cui i carri armati Olifant.

L’Aeronautica militare ha sostenuto l’esercitazione con aerei da trasporto Cessna Caravan e C212, elicotteri da trasporto/utilità Oryx e A109 e un elicottero d’attacco Rooivalk. Quest’ultimo non ha sparato, ma due caccia-addestratori Hawk Mk 120 hanno sganciato bombe sul poligono di Lohatla. La SANDF è penalizzata da un massiccio sottofinanziamento aggravato da una lista crescente di compiti, oltre che dall’invecchiamento dell’equipaggiamento – non è chiaro quando riceverà i nuovi veicoli da combattimento di fanteria Badger da Denel. Tra le recenti acquisizioni figurano i fucili di precisione Truvelo, i lanciagranate da 40 mm Milkor, i fucili senza rinculo Carl Gustaf Saab, i veicoli con cannone antiaereo ZSU-23-2 montati su Land Cruiser e i veicoli con mortaio Scorpion da 60/80 millimetri (tutti con ogni evidenza sistemi di contenimento interni e non di difesa da potenze straniere). Una grande esposizione dell’industria della difesa ha fatto parte dell’esercitazione Vuk’uhlome, con più di mezza dozzina di aziende che hanno esposto i loro prodotti. Tra queste, Reutech (radar e torrette d’arma), Canvas and Tent (alloggi da campo), Rheinmetall Denel Munition (energia verde), Global Command and Control Technologies (soluzioni di comando e controllo), Dinkwanyana Aerospace (veicoli aerei senza pilota), OTT Solutions (veicoli corazzati, tra cui il dimostratore Ratel Service Life Extension) e Denel. Quest’ultima ha presentato i suoi veicoli da combattimento per la fanteria Badger e RG41, i veicoli corazzati per il trasporto di personale RG21 e RG31 e l’obice semovente T5-52. SVI Engineering ha portato nell’area espositiva due dei suoi veicoli blindati (Max 3 e Max 9). L’azienda ha anche fornito veicoli da mortaio Scorpion alla SANDF (“DefenceWeb”). Ma i 9 velivoli C-47TP in servizio con il 35° Squadron della South Africa Air Force sarebbero quasi tutti a terra in attesa che la società Armscor reperisca sul mercato pezzi di ricambio; le difficoltà economiche della Difesa sudafricana si riflettono pesantemente sulle capacità della SAAF che da mesi tiene a terra per mancanza di ricambi e assistenza l’intera flotta di 26 velivoli da combattimento SAAB Jas 39 Gripen (“AnalisiDifesa”).

LA COMPAGNIA MAROCCHINA MANAGEM FARA’ AFFARI D’“ORO”

di Gianni Sartori

Novità rilevanti anche dal Marocco con l’ormai centenaria compagnia Managem sempre più “leader regionale” (ma con aspirazioni evidentemente “continentali”) nell’industria mineraria africana. Da circa vent’anni va ampliando il suo raggio d’intervento in Sudan (oro), Gabon, RdC (sarà mica per il coltan?) e Guinea (ancora per l’oro).

Verso la fine di dicembre il direttore generale di Managem ha annunciato di aver sottoscritto un accordo (una transazione del valore di circa 280 milioni di dollari) con la canadese Iamgold Corporation per acquisire la proprietà di alcuni progetti di estrazione aurifera in Mali (progetto Diakha-Siribaya), Senegal (progetti Boto, Boto ovest, Daorala, Senala ovest) e Guinea (progetto Karita): una striscia unica di territorio conteso tra Senegal, Mali e Guinea: Bambouk Assets che il Marocco si è attribuito con la dichiarata intenzione di aumentare la propria produzione di oro dato che finora si era posizionata ben lontana dai livelli di produzione di compagnie come Iamgold, Endeavoure, B2Gold o Kinross Gold.

ESCALATION MAGHREBINA

A questi territori, per quanto contigui, va assicurata la sicurezza, perciò il Marocco si riarma e si fa forte delle alleanze strette con Usa e Israele.

Per un controllo capillare della sicurezza nell’estrazione mineraria la prima mossa fondamentale è il controllo dall’alto del territorio e infatti in combutta con Sabca (l’impresa marocchina dell’aerospaziale) troviamo Sabena– di Blueberry Group – e Lockhead impegnatee nel progetto di realizzare la prima officin di manutenzione dei C130, essenziale per la sovranità del Marocco. I media riferiscono di piani marocchini per l’acquisto di 22 elicotteri T129 ATAK per un valore di 1,3 miliardi di dollari. L’accordo si aggiungerebbe a un ordine per 36 elicotteri d’attacco AH-64E Apache e relative attrezzature, per un costo stimato di 4,25 miliardi di dollari. Riconoscendo l’importanza della superiorità aerea nel contrastare qualsiasi minaccia alla sicurezza nazionale che possa derivare dalla crescente instabilità del Sahel e dell’Algeria, il Marocco ha anche ordinato altre 25 unità di caccia F-16C/D Block 72, che porteranno il numero totale della flotta di F-16 del Marocco a 48 unità. L’evoluzione della strategia militare del Marocco pone inoltre particolare enfasi sulla guerra con i droni, utilizzata contro la resistenza saharawi; e proprio in seguito allo strappo di Trump con l’imposizione degli Accordi di Abraham in cambio del riconoscimento della occupazione illegittima del Sahara occidentale da parte di Rabat è stata agevolata la partnership con Israele, il cui capo di stato maggiore a luglio fece la prima visita a Rabat, secondo Reuter per rafforzare la cooperazione militare e quindi “AnalisiDifesa” informava in ottobre che l’esercito del Marocco aveva acquistato 150 UAV WanderB e ThunderB dall’israeliana BlueBird Aero Systems.
La Reuters ha riferito che gli Stati Uniti hanno proceduto con la vendita al Marocco di quattro droni MQ-9B SeaGuardian e di armi a guida di precisione per un valore di 1 miliardo di dollari. I media israeliani hanno anche riferito che il Marocco sta cercando il sistema di difesa aerea e missilistica Barak MX in un accordo del valore di oltre 500 milioni di dollari. Il Marocco ha già acquistato indirettamente gli UAV Heron di IAI e altri UAV dell’unità Bluebird di IAI, oltre a sistemi di veicoli robotici di pattugliamento di Elbit Systems e intercettatori di droni di Skylock. Negli ultimi due anni, il Marocco ha aumentato le importazioni di droni. Li ha acquistati da diversi paesi come Cina, Turchia, Francia e Israele, costituendo così una vera e propria flotta, probabilmente la più sviluppata del Nordafrica, secondo gli specialisti. (“Challenge”).

Il Marocco intende mettere in produzione droni di fabbricazione propria con tecnologia israeliana e perciò ha realizzato un partenariato con i belgi di Orizio, gruppo aerospaziale che costruirà un centro di manutenzione per F-16 e elicotteri a Benslimane. La spesa per la Difesa ha raggiunto il 5,2% del pil marocchino.


L’operazione di addestramento “Desert Shield”, svoltasi a novembre con forze congiunte russe e algerine al confine con il Marocco, coincide con un’escalation del riarmo regionale. L’Algeria ha annunciato che aumenterà a 23 miliardi di dollari il suo budget militare del 130 per cento nel 2023 per raggiungere il 12 per cento del suo prodotto interno lordo grazie all’aumento dei prezzi del gas e del petrolio. Di questi, 5 miliardi sono destinati a operazioni fuori dai confini in seguito all’estinzione dell’Operazione Barkhane nel vicino Mali a supporto della milizia Wagner. Mosca è il maggior fornitore di armi di Algeri (in particolare i carri armati T-90M, nuova versione di quelli datati 1993 e usati ancora in Siria dall’esercito russo; i missili terra-aria S-350 e Buk-M2, corrispondenti ai Barak-8 israeliani in dotazione a Rabat), che partecipa a tutte le manovre congiunte dell’esercito russo. Algeri ha stipulato un contratto di 12 miliardi di dollari per l’acquisto di caccia Sukhoi SU-75 “Checkmate” Viste le debacle delle armi russe (proprio quei residuati bellici dei BMP-1 e 2 in dotazione all’esercito algerino) può darsi che il budget sproporzionato sia volto a differenziare le fonti di approvvigionamento, ipotizza Abdelhak Bassou a “Le360”: «Questo aumento del budget potrebbe essere spiegato dal desiderio del governo algerino di calmare gli occidentali acquistando armi da loro. Un modo per soddisfare tutti. Ma è ovvio che più la Russia si isola sulla scena internazionale, più i suoi satelliti si isolano. A meno che non ci sia una svolta e l’Algeria cambi le carte in tavola».
Ad alimentare le tensioni nella regione si aggiunge anche l’Iran, alleato di Putin, che ha confermato ufficialmente la fornitura dei suoi droni all’esercito algerino e al gruppo separatista del Polisario, gli stessi usati dalla Russia nella sua guerra contro l’Ucraina (“l’Opinione”).

I due paesi sono divisi non solo dai. Fosfati saharawi, ma anche dai percorsi di gasdotti: quello algerino interrotto nell’ottobre 2021 (al momento del riconoscimento di Madrid della sovranità spagnola sul Sahara occidentale) e che transitava dal Marocco per convogliare gas in Spagna; e quello che dalla Nigeria, lungo tutta la costa atlantica, porterebbe off-shore fino in Spagna la pipeline (“JeuneAfrique”).

Dunque di nuovo sono i minerali dietro a un consistente riarmo… Come in Sahel e Centrafrica.

ESTRAZIONE ED ESPORTAZIONE IN SAHEL.
MINERALI DI VALORE DOPO L’USCITA DAI CONFINI

di Gianni Sartori
IL MALI VERSO LA LIBERALIZZAZIONE DEL SETTORE?

Mentre il regime militare del Mali annunciava la creazione di una compagnia mineraria nazionale, quasi contemporaneamente (ai primi di dicembre), dal ministero delle Miniere arrivava un comunicato con cui sostanzialmente si apriva la strada a ulteriori liberalizzazioni in materia di “permessi di esplorazione e permessi di sfruttamento minerario”.
Con ogni probabilità, viste le recenti difficoltà incontrate nel settore, lo stato ritiene così di attrarre investimenti stranieri nello sfruttamento delle risorse minerarie.

Ma non tutti esultano, ovviamente. Per esempio i portavoce del Consiglio locale della gioventù della zona aurifera di Kenieba (regione di Kayes, dove già sono attive una mezza dozzina di società minerarie) hanno protestato vigorosamente in quanto «prima di concedere i permessi di esplorazione e di sfruttamento, si deve consultare la popolazione». Soprattutto per “valutare l’impatto ambientale” e sapendo che «verranno espropriate terre coltivabili per cui alla popolazione si dovranno quantomeno offrire delle adeguate compensazioni».
Attualmente tra i minerali estratti in Mali, l’oro rappresenta il 10% del pil e circa l’80% delle esportazioni.

STERILI POLEMICHE SUL BURKINA FASO?

Da segnalare anche la polemica (strumentale?) scatenata dal presidente del Ghana Nana Akufo-Addo mentre si trovava (guarda caso) a Washington, accusando il Burkina Faso di aver ceduto alla compagnia russa Wagner una miniera d’oro a pagamento dell’intervento militare contro l’insorgenza jihadista.
Notizia immediatamente smentita da Simon Pierre Boussim, ministro di Energia, Miniere e Cave, nella conferenza stampa del 20 dicembre, organizzata con l’ITIE-Burkina (Comitato per la Trasparenza nelle Industrie Estrattive) nella capitale Ouagadougou dell’ex Alto Volta.

In realtà in Burkina Faso esiste già una presenza russa in campo minerario (si parla di tre miniere sfruttate da Nordgold). Ma qui operativa da oltre dieci anni
(“Acled”).

ESCALATION SAHELIANA

Paradossalmente la strategia di influenza della Russia in Africa si basa su interessi economici relativamente minori. Il commercio della Russia con l’Africa non supera i 30 miliardi di dollari, il che non la colloca tra i primi venti partner del continente. Quest’ultima, ricca di materie prime, non è molto complementare alla Russia. «La Russia ha firmato molti accordi di cooperazione economica dal 2014, ma pochi sono stati attuati», ha dichiarato Thierry Vircoulon, per il quale «stiamo anche aspettando di vedere se il suo ruolo nel traffico d’oro in Africa aumenterà e se le promesse forniture di petrolio si concretizzeranno».
Per Maxime Audinet: «nell’Africa subsahariana, la posta in gioco economica è secondaria per Mosca, rispetto alla posta in gioco simbolica della proiezione di potenza, anche se le sue leve, come Wagner, sono pagate a peso d’oro in cambio della loro fornitura di sicurezza attraverso l’estrazione di materie prime come oro, diamanti o legni pregiati» (“LesEchos”).

E infatti le armi presenti sul territorio sono sistemi di lancio di multimissili Aml e Sam SA-7°; elicotteri Mi-17 e siste i di difesa antiaerea ZPU-4: tutte tecnologie belliche utili per il contrasto al terrorismo jihadista e per la difesa delle miniere d’oro.

Lo stato russo cerca di estendere la propria influenza attraverso la vendita di armi: è il principale fornitore dei paesi dell’Africa subsahariana, oltre ad avere importanti contratti con Algeria ed Egitto. Poi Wagner assicura la protezione di leader o addestra soldati in molti paesi: Mali, Libia, Madagascar, Sudan, Mozambico, Repubblica Centrafricana (dove è accusato dalle Nazioni Unite di racket, stupri e torture), e probabilmente anche Burkina Faso.

Tuttavia, i mercenari hanno subito sanguinose battute d’arresto in Libia e Mozambico e il Mali sembra ora deluso dal loro coinvolgimento. Come i suoi rivali, anche lo stato russo ha firmato accordi ufficiali di cooperazione militare con una trentina di paesi, che sulla carta sono vantsggiosi ma spesso corrispondono a qualche esercitazione congiunta, senza garanzie di sicurezza reciproca. La Russia non ha ancora una base militare permanente nel continente, nonostante un progetto in Sudan.

In Sahel, ritirata Barkhane, rimangono le milizie jihadiste e la Wagner, il cui armamento sul terreno fornisce risorse alle esigenze dell’occupazione. Dal 2020 tra Libia, Mali, Burkina la Wagner ha dispiegato i caccia Mig-29 e i Su-24, ma questi non sono l’unico equipaggiamento pesante in dotazione: la Pmc russa ha ricevuto anche almeno un veicolo di difesa aerea Pantsir S1, diverso da quelli utilizzati dall’Lna e da Wagner e “prestato” dagli Emirati Arabi Uniti. Per proteggere i suoi aerei, Wagner ha utilizzato radar P-18 Spoonrest oltre a quelli dell’Lna.

Per i loro movimenti i “musicisti” di Wagner utilizzano veicoli blindati prodotti in Russia da un’azienda appartenente al gruppo di società Yevgeny Pirigozhin. Il veicolo è chiamato Valchiria, Chekan, Shchuka o Wagner Wagon[13], ed è un MRAP costruito su un telaio URAL dalla società EVRO POLIS LLC. Tra le armi importate da Wagner ci sono MRAP GAZ Tigr-M, cannoni D-30 da 122 mm e obici MSTA da 152 mm. Per quanto riguarda le armi leggere, le truppe di Wagner utilizzano AK-103 e soprattutto il fucile da cecchino Osiris T-5000. Wagner ha utilizzato alcuni droni durante le sue operazioni, in particolare Zala 421-16E e Orlan 10s. E quando si ritirano i miliziani spargono mine antiuomo MON-50, 90 e 100 (Rosa Luxemburg Stiftung).

MATERIALI GREZZI LAVORATI IN LOCO…
MA CON INVESTIMENTI STRATEGICI AMERICANI

di Gianni Sartori

LA ZLECA SI VA ESPANDENDO?

Risaliva a tre anni fa l’annuncio da parte di Albert Muchanga (commissario allo Sviluppo economico, al Commercio, all’Industria e all’Attività minerarie dell’Unione africana) di consultazioni amichevoli tra due delle maggiori entità minerarie dell’Africa: il Congo e lo Zambia. Nazioni nei cui territori sono sepolte ingenti quantità di minerali fondamentali per la produzione delle batterie per i veicoli elettrici e che ora, in base ai futuri accordi, dovrebbero poterle produrre autonomamente e direttamente.

A suo tempo per esporre i progressi di tale progetto Muchanga aveva scelto l’occasione del Mining Indaba, il maggior meeting del settore minerario africano; e fondamentale era stato l’anno scorso il ruolo di Muchanga nel veder ratificare l’Accordo sulla Zona di libero-scambio continentale africano (Zleca).


E GLI USA? DIVERSAMENTE DALLE STELLE DI CRONIN NON STANNO A GUARDARE

Gli Stati Uniti non stanno a guardare naturalmente. Firmato recentemente da Washington un accordo (un memorandum d’intesa) con Repubblica democratica del Congo e Zambia (con i maggiori giacimenti di cobalto e rame) sui metalli per le batterie.
Nell’accordo è previsto un investimento da 55 miliardi di dollari nel giro di tre anni.
Fondi elargiti dalla Minerals Security Partnership (vi aderiscono Corea del Sud, Canada, Australia, Regno Unito, Giappone, Regno Unito…) a sostegno dei sistemi sanitari, per la tutela del lavoro femminile, nella lotta ai cambiamenti climatici…
Ma anche, o soprattutto, per investire nei progetti per le auto elettriche. Allo scopo dichiarato di contrastare l’egemonia cinese (visto che Pechino, a titolo di esempio, controlla già gran parte delle miniere di cobalto nella Repubblica democratica del Congo).
Come ha preannunciato il segretario di Stato Antony Blinken: «Washington esplorerà meccanismi di finanziamento e di sostegno agli investimenti nelle catene africane dei veicoli elettrici».

In pratica verranno finanziate sia le estrazioni minerarie che la lavorazione dei metalli estratti (raffinerie e affini). Oltre alle operazioni di riciclaggio. Alla vasta operazione partecipano alcune case automobilistiche (General Motors, Ford, Tesla…) e le compagnie minerarie Albemarle e Piedmont Lithium.

ENNESIMO ECOCIDIO NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO?

Suscita preoccupazione questo ulteriore coinvolgimento della Rd C in progetti estrattivi di rilevanza internazionale.

Sia per la drammatica situazione in cui versano le popolazioni del Nordest del paese (sotto accusa l’estrazione del coltan e le milizie di M23 sostenute dal Ruanda), sia per il già bistrattato ecosistema naturale. Ça va sans dire, soprattutto nelle zone sottoposte a estrazioni petrolifere o minerarie e alla deforestazione. Anche per diretta responsabilità del governo congolese che «svende le foreste che dovrebbe proteggere» (come denunciava un portavoce di Greenpeace).

Governo e ministri sotto accusa non soltanto da parte dei “soliti” ambientalisti, ma anche da associazioni di studiosi e scienziati. Come il Consiglio per la difesa ambientale attraverso la legalità e la tracciabilità (Codelt) e l’Acedh (una Ong regionale) che hanno condotto studi approfonditi sulla foresta pluviale della Cuvette Centrale (provincia di Ituri, sotto stretto controllo militare dal maggio del 2021). Dove appunto si estrae gas, petrolio e oro. Sarebbero soprattutto le miniere aurifere, in continua espansione anche nelle aree protette, a contaminare, distruggere gli ultimi lembi di foresta pluviale dove sopravvive un mammifero raro (da “Lista rossa”), a rischio estinzione, come l’okapi. Oltre ad abbattere le piante e dragare illegalmente i fiumi, i minatori si dedicherebbero al bracconaggio.

Da quasi un decennio l’area viene sfruttata – previo accordo col governo – dalla compagnia Kimia Mining. L’anno scorso ben 205 ong locali, a cui si associava Greenpeace, avevano chiesto al governo della RdC di ritirare le concessioni minerarie alla società cinese. O almeno quelle all’interno della riserva naturale per le okapi.

ENNESIMA GUERRA MONDIALE AFRICANA

Come scrivono anche Marco Dell’Aguzzo e Giuseppe Gagliano l’intervento degli Usa va inquadrato nella necessità di disturbare gli affari minerari cinesi in Africa, in vista della produzione massiva di auto elettriche e dunque del bisogno di Litio e Cobalto: la supply chain africana derivante dall’interdizione finalmente dell’esportazione di litio non lavorato (una mossa dal sapore anticoloniale, che potrebbe, se la stesa misura venisse adottata da molti altri paesi del continente, cominciare uno sviluppo industriale – e di mercato interno – invece di essere solo suolo da depredare).

Dovranno dare lavoro in loco: potrebbe essere un passo avanti. Peccato che gli Usa si propongano essenzialmente per contrastare la penetrazione di Pechino in Africa: le aziende cinesi possiedono la maggioranza delle miniere di terre rare africane e così gli americani si frappongono, impiantando quelle industrie in loco richieste da governi che cercano così di arginare il saccheggio… il problema è che se gli americani cederanno la tecnologia per la lavorazione, si prenderanno una larga fetta del prodotto finale (una mossa essenziale per approvvigionarsi senza arricchire l’avversario) e i cinesi si faranno pagare l’estrazione dei minerali grezzi, agli africani non rimane di nuovo nulla, se non la parvenza di essere entrati a far parte del mercato e non più solo merce – nel caso venga adottata una parte di manodopera locale (che non potrà essere giocoforza specializzata). E così si torna allo Zimbabwe, da cui avevamo cominciato questo safari africano.

Ma il Congo è teatro di scontri e riedizioni di conflitti (la Guerra mondiale africana risale a pochi lustri fa e sembra prepararsi in Kivu di nuovo) che vedono contrapposte le milizie armate da Kigali (come l’M23) all’esercito di Kinshasa e alle truppe di Nairobi –ultimamente – o dell’Uganda.


I gruppi della società civile hanno condannato l’estrazione illegale di oro nella riserva naturale di Okapi, nella Repubblica Democratica del Congo. Da diversi anni, una società di proprietà cinese, la Kimia Mining, ha una concessione all’interno della riserva, rilasciata irregolarmente dal governo della RDC. I gruppi chiedono l’immediata revoca della concessione per proteggere la riserva

In una conferenza stampa tenutasi il 18 ottobre, hanno accusato la Kimia di aver ridotto la copertura forestale, inquinato i fiumi e compromesso l’habitat forestale della riserva. La riserva, inserita dall’Unesco nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità in pericolo, si estende per circa 13.700 chilometri quadrati della foresta pluviale dell’Ituri.  È anche la casa dei nomadi indigeni Efe e Mbuti, che dipendono dai fiumi che nascono nella riserva, ha dichiarato Gabriel Nenungo, coordinatore dei geologi della provincia di Ituri: «Abbiamo osservato le draghe gestite dai cinesi nel fiume Ituri e le fosse di mercurio aperte sono visibili dall’alto». L’attività mineraria ha attirato gruppi armati che trafficano in pelli di okapi e avorio.

L’esercito della RDC fornisce servizi di sicurezza alla Kimia Mining, nonostante le leggi vietino di associarlo alle operazioni minerarie. (“Mongabay”).

Novembre

29 novembre

    • I coyotes mondiali

      • Il 29 novembre Defense Security Cooperation Agency pubblicava la notizia della concessione da parte del Dipartimento di stato americano della vendita di sistemi di difesa antidrone per una spesa pari a un miliardo di dollari in cambio di 10 Fixed Site-Low, Slow, Small Unmanned Aircraft System Integrated Defeat System (FS-LIDS) System of Systems, includendo 200 Coyote Block 2 interceptors; e poi Counter Unmanned Electronic Warfare System (CUAEWS); Coyote launchers; Ku Band Multi-function Radio Frequency System (KuMRFS) radars; Forward Area Air Defense Command e Control (FAAD C2); Counter Unmanned Electronic Warfare Systems (CUAEWS).
      • Lo riportava “BreakingDefense” sottolineava come i principali contractor Raytheon, Northrop Grumman and R&D company SRC.A Marzo si leggeva nel rapporto Sipri del confronto tra il 2017-2021 con il decennio precedente e riprendiamo da lì per inquadrare questa notizia novembrina in omaggio all’esiziale mondiale di calcio ottenuto da Doha (che secondo quel dossier aveva incrementato la spesa del 227% rispetto al lustro precedente) con la corruzione di Sarkozy, Platini e Guéant prima e poi con il sostegno di parlamentari europei di sinistra che negano l’evidenza del sistema omicida e criminale del Qatar (ci limitiamo a suggerire che Messi e Mbappé giocano entrambi nel Psg, che è di proprietà dell’emiro di Doha, un caso che la finale sia per magia tra le loro due compagini?): infatti l’Atlante delle guerre riassumeva così la situazione del Medio Oriente a marzo:

        «Si stabilizzano le importazioni di armi in Medio Oriente. Dopo il forte aumento registrato nel decennio precedente (86% in più tra il 2007-11 e il 2012-16) gli stati mediorientali hanno importato ‘solo’ il 2,8% di armi in più nel 2017-21 rispetto a quello precedente. Il conflitto in Yemen e le tensioni tra l’Iran e altri stati della regione restano alla base delle importazioni di armi nell’area. L’Arabia Saudita si conferma un grande importatore, il secondo al mondo, con un 27% in più investito in armi nel periodo 2012-16, rispetto al precedente.
        Le importazioni di armi del Qatar sono cresciute del 227%, spingendolo dal 22esimo importatore di armi al sesto. Al contrario, le importazioni di armi degli Emirati Arabi Uniti sono diminuite del 41%, passando così dal terzo al nono posto. Tutti e tre questi stati, insieme al Kuwait hanno poi effettuato ingenti ordini che prevedono la consegna nei prossimi anni. Nell’area, poi, Israele ha aumentato le importazioni di armi del 19%».

    • E poi le esportazioni statunitensi verso Riyad sono aumentate del 106%. Ma a cosa serve l’enorme quantità di armi, le più disparate per ogni tipo di guerra, sparpagliate per tutta la penisola araba?

19 novembre

  • La guerra dei droni da Astana

    • La notizia in autunno sul fronte dell’approvvigionamento dei droni per le attività dell’aviazione russa è che si è raggiunto un accordo per impiantare in tempi brevi  uno stabilimento con la tecnologia iraniana direttamente in territorio russo; a rivelarlo il Washington Post, successivamente rilanciato da tutte le testate del mondo. Come sottolinea “DroneBlog”:

      questo accordo oltre che essere strategico mette in luce ancora di più il rapporto e la cooperazione militare fra Iran e Russia, che sta svolgendo un ruolo chiave in Ucraina. Se il nuovo accordo sarà pienamente realizzato, significherebbe un ulteriore rafforzamento dell’alleanza russo-iraniana. Questo accordo, oltre a migliorare la disponibilità di armi all’esercito russo, toglierebbe dall’isolamento l’Iran, dando una nuova spinta economica a un sistema interno collassato ormai da anni e alle prese con una rivoluzione in atto

  • In piena continuità con gli accordi di Astana, che tanto abbiamo analizzato in OGzero.
    E sempre “DroneBlog” scrive che «finora Teheran ha cercato di presentarsi come neutrale nel conflitto ucraino , ma si scopre che sempre più droni di fabbricazione iraniana vengono utilizzati per attaccare le città ucraine, innescando minacce di nuove sanzioni economiche dall’Occidente». E si insinua una scommessa iraniana sul sostegno che deriverebbe dall’alleanza con Mosca per ricavare valore contrattuale per gli accordi sul nucleare
  •  Peraltro l’industria iraniana dei droni si sta già diffondendo in altri paesi. L’Iran ha aperto a maggio una fabbrica in Tagikistan, che produce il drone Ababil-2, secondo l’Eurasia Times: è stato Zelensky stesso a indicare la strategia di avvicinamento a Mosca da parte di Ankara con fini collegati al Jcpoa.
  • The Guardian” il 10 novembre accusava l’Iran di aver sostenuto militarmente fin dal 24 febbraio l’alleato russo, ma ancora prima “Wired” riportava un sistema rudimentale – ma efficace – di aggiramento delle sanzioni: contanti e baratto.
  • In estate il baratto sarebbe dimostrato dall’atterraggio il 20 agosto di 2 Ilyushin IL-76 arrivati e ripartiti da Mehrabad (la città del kurdistan iraniano martirizzata il 19 novembre dalle guardie della rivoluzione): trasportava in cambio di droni armi occidentali sottratte agli ucraini, necessarie agli ingegneri persiani per carpire le tecnologie. Ipotesi suffragate da immagini satellitari diffuse da SkyNews e da dichiarazioni rilasciate al Washington Post il 29 agosto da funzionari statunitensi.

Un ultima notazione sull’asse russo/iraniano: i droni iraniani Mohajer-6 contengono molte componenti provenienti dalla tecnologia occidentale (in particolare giapponesi,  secondo James D. Brown) – quindi senza che si debbano trasferire ordigni catturati per studio – stando alle rivelazioni di “la Repubblica”; ma, a dimostrazione che lo spargimento di morte tra civili attraverso macchine a controllo remoto non comporta scelte di campo, il Blog di Antonio Mazzeo riporta un’informazione raccolta da “DefenseNews”:

    • «Il regime turco di Recep Tayyp Erdogan finanzierà la produzione di droni-elicotteri e droni-kamikaze per il mercato nazionale e l’esportazione, decisione che non potrà non essere accolta con favore anche in Italia. La società di engineering aerospaziale Titra Technoloji, con quartier generale ad Ankara, riceverà sussidi economici governativi per realizzare il primo modello di elicottero a pilotaggio remoto in Turchia. Denominato “Alpin”, il drone-elicottero sarà prodotto in dieci esemplari all’anno, “in aggiunta a 250 droni kamikaze”».

    • La Malesia ha scelto la Turkish Aerospace Industries per la fornitura di tre velivoli senza pilota, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa della nazione del Sudest asiatico e ripreso da “DefenseNews”.
      TAI aveva presentato il suo Anka, un sistema di velivoli senza pilota a media altitudine e lunga resistenza, alla fiera della difesa e dell’aerospazio LIMA nel 2019. Il 18 agosto 2022 il re malese Al-Sultan Abdullah ha visitato le strutture di TAI ad Ankara, in Turchia. Il 7 ottobre TAI ha annunciato un memorandum d’intesa per una collaborazione con il MIMOS, il centro di ricerca e sviluppo della Malesia. Ma perché la Malesia è alla ricerca di queste macchine da guerra? Le forze armate e la Guardia Costiera della Malesia sono impegnate nella lotta alla pirateria lungo le sue coste, inoltre è loro demandato a livello internazionale il controllo e l’antiterrorismo nel Mare di Sulu (tra la Malesia orientale e le Filippine meridionali, dunque all’interno del quadro anticinese del noto contenzioso nel mar cinese meridionale sulle Spratly Island e nello strategico controllo dello Stretto di Malacca).
  • La famiglia di droni Anka è in grado di svolgere missioni di ricognizione, acquisizione e identificazione di obiettivi e raccolta di informazioni. È dotata di tecnologie elettro-ottiche/infrarosse e radar ad apertura sintetica. Il produttore afferma che i velivoli hanno capacità di volo autonomo e possono decollare e atterrare da soli.La famiglia di UAV ha un’apertura alare di 17,5 metri e una lunghezza di 8,6 metri, e ha un tetto di servizio di 30.000 piedi. Possono rimanere in volo all’altitudine operativa di 18.000-23.000 piedi per più di 30 ore.
    • A metà ottobre il Kazakistan e la Turchia hanno annunciato l’intenzione di sviluppare una “cooperazione strategica a lungo termine” che preveda la coproduzione di satelliti e altri sistemi spaziali.
    • «Questo è il primo passo di una forte cooperazione con il Kazakistan nel campo dello spazio. Il memorandum d’intesa che abbiamo firmato con le società Kazsat e Ghalam sulla creazione di una cooperazione strategica a lungo termine nei settori dei satelliti e dello spazio sarà vantaggioso per il nostro paese e la nostra nazione» (Ismail Demir, Tai)

    • Infatti in maggio, secondo le informazioni di “DefenseNews“, era stato firmato un protocollo tra Kazakhstan e Turchia per la coproduzione di droni da gettare sul mercato Asean e produrre in quella che è la prima fabbrica di Bayraktar fuori dai confini turchi, con contratto che prevede anche manutenzione e riparazione. E quell’accordo faceva seguito a quello di aprile con il Kirghizistan che aveva firmato per primo un accordo per l’acquisto di un numero imprecisato di droni armati: infatti  Bishkek aveva pregato Ankara di soprassedere alla vendita dei letali droni a Dushanbe, alla luce delle tensioni sul confine (e questo spiega la rincorsa al riarmo dei due paesi dell’Asia centrale, sfruttata da Ankara per raddoppiare le vendite).
  • Il drone può essere equipaggiato con armi come il lanciamissili a lancio aereo Roketsan Smart Micro Munition e la capsula missilistica guidata Cirit da 2,75 pollici nelle due stazioni d’armamento sotto l’ala per ingaggiare veicoli leggermente corazzati, personale, rifugi militari e stazioni radar a terra. Un evidente monito per le mire espansionistiche di Mosca.
    • L’aggressività non solo verso il mercato della industria bellica turca si appropria anche di ricerche straniere, come quelle che consentono al criminale Erdoğan di arrivare al drone-elicottero: infatti Antonio Mazzeo spiega che questo velivolo è un sistema a pilotaggio remoto che potrà essere impiegato a fini civili ma soprattutto per missioni bellico-militari di intelligence e ricerca e soccorso. Il prototipo del drone-elicottero è lungo 7 metri, alto 2,35 e ha un diametro del rotore di 6,28 metri; ciò gli consente di essere trasportato in veicoli di medie dimensioni. Il suo peso non supera i 540 kg compresi apparecchiature elettroniche e carburante. L’”Alpin” ha una velocità di crociera di 160 km/h e può coprire un raggio d’azione fino a 840 km di distanza, a un’altitudine di 5000 m. L’autonomia di volo varia dalle due alle nove ore, secondo la portata del carico a bordo.
      Ma perché abbiamo usato il verbo “appropriarsi”? La risposta è nel Blog di Antonio Mazzeo (che cita “DefenseNews”):
    • «L’Alpin è basato sull’elicottero italiano ultraleggero con equipaggio umano Heli-Sport CH-7». Il CH-7 è realizzato infatti dalla Heli-Sport S.r.l. di Torino, azienda fondata dai fratelli Igo, Josy e Charlie Barbaro e specializzata nel design e produzione di velivoli ad ala rotante di ridotte dimensioni. La società si dichiara però del tutto estranea dalla vicenda.

    • In effetti l’Alpin nasce da un accordo tra la Titra turca e la Uavos californiana per convertire il CH-7 in elicottero a pilotaggio remoto: la trasformazione dei velivoli italiani in droni-elicotteri è stata avviata dalla statunitense Uavos, mentre il primo test di volo è stato effettuato nel dicembre del 2020 nei cieli della Turchia.

«L’Alpin è stato progettato per andare incontro alle richieste specifiche ed uniche della Turchia e agli interessi speciali della sua industria nazionale per operare come sistema a pilotaggio remoto in una varietà di scenari complessi nei campi civili e della sicurezza», riporta la nota emessa da Uavos a conclusione delle attività sperimentali in territorio turco. «L’elicottero convertito è indispensabile per l’industria logistica dei velivoli senza pilota per trasportare carichi in zone difficili da raggiungere e sfornite di campi di atterraggio». E viene subito in mente la configurazione del Rojava.

La Turchia – benché socio alla pari nelle concertazioni strategiche di Astana – produrrà entro due anni i tanto decantati Bayraktar TB2 in Ucraina: benché più leggeri e meno efficienti nel contrasto di un attacco aereo, i droni turchi secondo l’Agi saranno già in grado di contrastare quelli iraniani.

    • «l’Ucraina ha un ruolo di primo piano nella catena di approvvigionamento di Baykar, in particolare con il nuovo drone pesante Akinci e il jet da combattimento senza pilota Kizilelma, attualmente in fase di sviluppo, montano entrambi motori ucraini MotorSich» (“Analisi Difesa”).

Secondo Barayktar molto presto i droni turchi TB2 e Akinci potranno colpire con buona efficacia oggetti in volo grazie all’integrazione del sistema di difesa Sungur prodotto da Roketsan, mentre i droni iraniani sono pesanti e rumorosi, sono obiettivi facili perché volano a bassa quota.

Invece quelli turchi sono stati opzionati anche dal governo polacco, che ha ricevuto a ottobre 6 dei 24 TB2 comprati.

19 novembre

    • Comprare gas dalla Tunisia con veicoli militari antimigranti

      • LaLa Francia ha portato a Djerba 200 milioni di prestiti in occasione della Organisation internationale de la Francophonie; ma ha anche consegnato alla Tunisia il primo lotto di una donazione comprendente cento veicoli militari fuoristrada Masstech T4 prodotti da Technam in occasione della ventinovesima sessione della Commissione militare franco-tunisina svoltasi dal 15 al 17 novembre nella capitale del paese nordafricano e documentata da “Tuniscope”; i veicoli sono palesemente utili nel contenimento dei migranti. L’ambasciata di Francia a Tunisi sulla propria pagina Facebook ha precisato che durante i lavori della commissione è stato tratto “un bilancio molto soddisfacente” in termini di cooperazione bilaterale per il 2022. In particolare, sono state svolte 60 attività in Francia o Tunisia.Ma quella più interessante è volta a ristabilire l’asse militare tra le due sponde mediterranee:

        «Per Saied – afferma il politologo francese Vincent Geisser rilanciato da “Africanews” – ospitare questo vertice è “un successo” perché lo porterà fuori dal suo isolamento almeno temporaneamente. È una sorta di pacificazione nei suoi rapporti con i suoi principali partner occidentali, userà questo evento per legittimare una svolta autoritaria fortemente criticata».

    • In cambio la Francia cerca di comprarsi gas in quella che era la sua casa coloniale.

  • Questo veicolo, costruito a partire da un telaio Toyota Land Cruiser HZJ76, è blindato, dotato di griglie di protezione contro le proiezioni e di cinque punti di armamento. È in servizio con l’esercito francese sul territorio francese e in OPEX nel Sahel. Viene utilizzato anche dall’esercito reale giordano (“MenaDefense”)

10 novembre

  • Corsa al riarmo in Africa

    • Nel dossier dell’“Atlante delle guerre” a marzo si leggeva: «In Africa subsahariana i cinque maggiori importatori di armi sono stati Angola, Nigeria, Etiopia, Mali e Botswana. Resta un grande importatore l’Egitto che con il più 73% diventa il terzo importatore di armi a livello globale».

    • L’Etiopia ha usato abbondantemente le sue dotazioni prima di arrivare agli accordi di metà novembre: dopo due anni e un numero imprecisato di morti compreso tra mezzo milione e un milione di vittime (qui un intervento di Matteo Palamidessa raccolto da Radio Blackout).

    “Il genocidio atroce e diffuso nel Corno d’Africa”.

  • Il Mali (e il Sahel nella sua integrità) è alle prese con la necessità di difendersi dai tagliagole jihadisti dotati di armi sofisticate e dunque gli eserciti – affrancatisi da operazioni coloniali francesi, ma così indeboliti – cercano di procurarsi strumenti per liberarsi dalla tenaglia dell’insorgenza, come ci ha raccontato Edoardo Baldaro:
  • Collegata a questa situazione è la notizia lanciata da un tweet postato il 5 novembre da “Spoutenik en Français” (palese indirizzo filorusso) relativa alla richiesta a Mosca per l’acquisto di due elicotteri da parte del Burkina di Ibrahim Traoré nel quadro di un trattato di cooperazione con la Russia di Putin (che affonda le radici nei legami intrecciati tra paesi africani che hanno avviato il proprio distacco dall’Occidente con l’appoggio dell’Urss).

Gli elicotteri sono tra le macchine a uso bellico più ambite nel continente, come documenta Antonio Mazzeo nel suo blog il 10 novembre facendo cenno a una triangolazione di 6 velivoli T-129 “Atak” prodotti in Turchia da Turkish Aerospace Industries su licenza di AgustaWestland (della infinita galassia Leonardo spa) per il governo nigeriano al costo di 61 milioni di dollari. Come sottolinea Mazzeo, la versione turca dell’“Atak” (in uso in Siria, Iraq, Filippine e in futuro in Pakistan) sfodera nuovi sistemi di individuazione e tracciamento dei bersagli ed è dotato di razzi non guidati da 70 mm e missili anticarro L-Umtas.

  • «Nel bilancio della difesa nigeriano per il 2023 è previsto anche uno stanziamento di 4,5 milioni di dollari per l’acquisto di due elicotteri AW109 “Trekker, prodotti in Italia da Leonardo SpA. nel corso di un seminario delle forze armate nigeriane tenutosi a Ibom lo scorso 27 ottobre, il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Oladayo Amao avrebbe confermato l’intenzione di acquisire 24 caccia bimotori M-346 “Master” realizzati negli stabilimenti di Varese-Venegono di Leonardo» (“DefenceWeb”).

  • L’AW109 aveva già riscosso un enorme successo ad agosto al Labace brasiliano:
  • «L’AW109 Trekker, il primo gemello leggero di Leonardo a offrire un carrello di atterraggio a pattino, mantiene la cellula dell’AW109 Grand, l’ampia cabina e le prestazioni di prim’ordine, offrendo al contempo un maggiore carico utile a un costo competitivo, dimostrando così di essere perfettamente in grado di soddisfare i severi requisiti degli operatori in termini di capacità ed economicità. L’AW109 Trekker è dotato di una cabina di pilotaggio in vetro di ultima generazione di Genesys Aerosystems che può essere configurata in base alle esigenze del cliente» (“DGualdo”, un sito evidentemente promozionale di Leonardo)

  • Oltre all’indubbio affare per Leonardo, si può ipotizzare che il gigante africano immagini un innesco di conflitti nell’area… e forse l’odore di bruciato comincia a farsi più forte nella situazione del Nord Kivu, come illustrato in questo intervento di Massimo Zaurrini:
  • “Rischio di Terza guerra mondiale africana dei Grandi Laghi?”.
  • Dunque la Nigeria si sta riarmando potentemente, è sufficiente elencare i prodotti opzionati, prenotati, comprati, acquisiti che riporta “DefenceWeb”, oltre ai T-129 citati da Mazzeo e ai due AW109: gli Stati Uniti hanno approvato la possibile vendita di 12 AH-1Z alla Nigeria nell’ambito di un potenziale accordo da 997 milioni di dollari che include armi ed equipaggiamenti (nonostante i forti dubbi riguardo il mancato rispetto dei diritti umani del regime di Abuja); riceverà due aerei da trasporto C295 da Airbus, agognati dal 2016. La proposta di bilancio della Difesa nigeriana per il 2023 include finanziamenti per la manutenzione degli L-39ZA, degli Alpha Jet e propone 2,7 miliardi di dollari per tre aerei da sorveglianza/attacco MF 212 costruito dalla Magnus Aircraft nella Repubblica Ceca e 3 miliardi (6,8 milioni di dollari) per tre elicotteri Bell UH-1D.
    La BVST ((Belspetsvneshtechnika, ditta bielorussa) ha già collaborato con l’aeronautica nigeriana, fornendo la manutenzione degli elicotteri Mi-35 e l’addestramento; ora ha trasformato gli MF212 in velivoli armati ideali per compiti di sicurezza interna, sorveglianza e pattugliamento. A quanto pare, può essere equipaggiato con un gimbal elettro-ottico iSKY-30 HD e con missili R-60-NT-L o R-60-NT-T-2. In Ottobre il capo di stato maggiore Odalayo Amao aveva già dichiarato che l’Aeronautica militare nigeriana prenderà in consegna due turboelica Beechcraft King Air 360, quattro aerei di sorveglianza Diamond DA 62 e tre veicoli aerei senza pilota (UAV) Wing Loong II. Oltre a dozzine di velivoli ordinati tra il 2016 e il 2021.

Peraltro il mercato africano – ovviamente con le sue richieste. Le disponibilità di spesa e i bisogni commisurati alla tipologia di conflitti che nell’enormemente vasto territorio che costituisce condizioni di combattimento differenti – mette sul piatto finanziamenti corrispondenti alla percezione di pericolo o di preparazione di guerre e quindi mette in piedi una propria frequentata fiera. La biennale Africa Aerospace and Defense Expo di Centurion in Gauteng (Sudafrica) si è tenuta a fine settembre, proiettando in questi ultimi mesi di 2022 le prospettive di collocazione su piazza del nuovo bombardiere B-21 Northtorpe, forse non a caso presentato in Sudafrica per le sue prerogative di deterrenza, come spiega “BreakingDefense” nelle parole del generale dell’aeronautica Jason Armagost riguardo il sistema Sentinel di cui il bombardiere è parte: « Sentinel sarà altamente resiliente e flessibile. Non solo per la nostra sicurezza, ma anche per garantire i nostri partner e alleati in tutto il mondo. Si tratta di una capacità evolutiva e sono state prese decisioni deliberate su come renderla efficiente con l’infrastruttura che abbiamo, e su come modernizzare la capacità per rimanere flessibile con sistemi di missione aperti e un’architettura digitale per evolvere con ambienti di minaccia in evoluzione», sembra la descrizione del panorama fluido africano. Il B-21 verrà definitivamente svelato il 2 dicembre assicura “MilitaryTimes”: probabilmente i paesi del continente africano non si potranno permettere questo bombardiere presentato a casa loro, ma potranno svuotare gli arsenali dei bombardieri che diventeranno obsoleti dopo l’avvento di questa macchina.

Più alla portata delle casse africane è il drone greco Archytas e soprattutto il Mwari aircraft con scopi multipli e infatti già venduto a molti paesi africani; e di quei paesi elencati all’inizio di questa scheda il Botswana probabilmente prenoterà i suoi droni in funzione antimigratoria, e allo scopo i droni presentati alla fiera sudafricana descritta nel video della scheda di ottobre fanno al caso.

AW109 Trekker

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La guerra nei mercati

I paesi importatori di sistemi d’arma

L’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) ha registrato 163 stati come importatori di sistema d’arma nel quinquennio 2017–21. I cinque maggiori importatori di armi sono stati India, Arabia Saudita, Egitto, Australia e Cina, che insieme hanno rappresentato il 38% del totale delle importazioni. La regione che ha ricevuto il maggior volume di sistemi d’arma nel periodo 2017–21 è stata quella di Asia e Oceania (43% del totale mondiale), seguita da Medio Oriente (32%), Europa (13%), Africa (5,8%) e Americhe (5,5%). Tra il 2012–16 e il 2017–21, i flussi di armi verso l’Europa e verso il Medio Oriente sono aumentati (rispettivamente del 19% e del 2,8%), mentre sono diminuiti quelli verso l’Africa (–34%), le Americhe (-36%), l’Asia e l’Oceania (-4.7%). La maggior parte dei 163 stati importatori era direttamente coinvolta in conflitti armati violenti o in tensioni con altri stati in cui i sistemi d’arma importati hanno giocato un ruolo importante.

I paesi esportatori di sistemi d’arma

Il SIPRI ha registrato 60 stati come esportatori di sistema d’arma nel quinquennio 2017–21, ma la maggior parte di essi sono piccoli esportatori.
«I primi 25 stati in classifica hanno fornito il 99% delle esportazioni totali con i primi cinque stati in classifica— Stati Uniti (USA), Russia, Francia, Cina e Germania—responsabili del 77% delle esportazioni. A partire dal 1950, USA e Russia (o Unione Sovietica prima del 1992) sono sempre stati di gran lunga i principali fornitori di sistemi d’arma. Nel periodo 2017–21, le esportazioni statunitensi sono state maggiori di quelle russe del 108% mentre nel periodo 2012–16 erano superiori del 34%, un divario destinato ad aumentare. Sempre nel 2017–21 le esportazioni statunitensi hanno coperto il 39% del totale mondiale ed erano superiori del 14% rispetto al 2012–16. Al contrario, le esportazioni della Russia sono diminuite del 26% e le sue quote sul totale mondiale sono crollate dal 24% nel 2012–16 al 19% nel 2017–21».


Il posizionamento del grande esportatore Corea del Sud

Secondo il “SIPRI”, i primi quattro esportatori di armi tra il 2017 e il 2021 sono Stati Uniti, Russia, Francia e Cina, con quote globali rispettive del 39, 19, 11 e 4,6%. La Corea del Sud si è classificata all’ottavo posto con il 2,8%, ma l’amministrazione di Yoon vuole che rientri tra i primi quattro.

SCMP segnala che la Corea punta a superare la Cina nelle esportazioni militari e in effetti ci sta riuscendo ampiamente. In realtà gli ambiti e i mercati sono diversi: nel 2021, quasi il 70% delle esportazioni totali di armi della Cina è stato destinato al Pakistan, mentre la Nigeria si è piazzata al secondo posto con l’8%; nessun paese europeo ha acquistato armi dalla Cina; recentissimo è il contratto favoloso della Rpc con i sauditi. Comunque «si prevede che le tensioni regionali aumenteranno ulteriormente la spesa militare nei prossimi anni e la Corea del Sud è considerata una fonte di armi “molto attraente”». E in effetti si parla di 17 miliardi di dollari di vendite di armi nel 2022 (il doppio dello scorso anno), ringraziando la guerra in Ucraina.

Il posizionamento del grande importatore Polonia

Infatti seguendo il flusso delle armi per scovare le guerre in preparazione, nel 2021 la Polonia aveva speso solo in Sudcorea 7,5 miliardi acquistando armi, a cui si aggiungono 10 miliardi di spesa nei primi 10 mesi del 2022 da parte di Varsavia, perché ci sono pochi paesi in grado di produrre armamenti con così poco preavviso. E dopo il missile ucraino sulla cascina polacca di confine “DefenseNews” informa che Varsavia ha accettato di schierare sulla frontiera i Patriot offerti da Christine Lambrecht, ministra della Difesa tedesca, che ha aggiunto anche Eurofighter Tycoon.

Strategie di fidelizzazione

Non deve stupire la generosità, perché in realtà cerca di inseguire (timidamente) la strategia statunitense che ha investito 8 miliardi di armamenti forniti all’Ucraina, facendo così promozione per i prodotti più efficaci e così acquisendo quote di mercato di armi presso l’Europa orientale e baltica che si approvvigionava in precedenza presso le produzioni europee in vista di un graduale svecchiamento degli arsenali postsovietici, inserendosi così nel processo di riempimento dei magazzini anche svuotati dai paesi limitrofi all’Ucraina per rifornire Kyiv di armi ex sovietiche, più adatte per contrastare la tipologia degli omologhi sistemi di offesa di Mosca.

La catena militare

Ma la fidelizzazione derivante dalla promozione statunitense, mentre ha coronato un completo successo con le repubbliche baltiche e gli altri di Visegrád, ha invece fatto solo parzialmente breccia sul governo polacco, nonostante si proponga come cane da guardia di Washington in ambito europeo: proprio per questa ambizione il governo polacco fa spazio nei magazzini passando agli ucraini gli S-300 di produzione russa, retaggio del passato (come per Bratislava che già a marzo aveva accettato i patriot tedeschi, offrendo in una catena infinita gli S-300 a Kyiv), preludio per l’acquisto di 6 Patriot direttamente dagli Usa, annunciati da Błaszczak, il ministro polacco che rastrella armi dovunque riesce, in particolare dalla Corea del Sud, culminando in ottobre con un contratto da 3,55 miliardi di dollari intercorso tra Polonia e Hanwha Aerospace per l’acquisto di centinaia di sistemi di artiglieria a razzo K239 Chunmoo; il ministro della Difesa polacco Mariusz Błaszczak aveva elogiato i lanciatori Chunmoo, che sono molto simili ai sistemi Himars statunitensi ordinati precedentemente dalla Polonia.

L’intreccio Polonia / Sud Corea

Il governo sovranista di Kaczyński già prima dello scoppio della guerra si candidava a diventare una potenza militare e soppiantare il ruolo della “pacifista” Germania in ambito Nato e ora sta riuscendo nell’intento, a dar retta a “Politico“:

«Sebbene la Germania, tradizionalmente alleato chiave dell’America nella regione, rimanga un perno come hub logistico, gli infiniti dibattiti di Berlino su come far risorgere le sue forze armate e la mancanza di una cultura strategica hanno ostacolato la sua efficacia come partner».

Specularmente – e in modo complementare, visti gli scambi tra le due potenze locali – il governo di destra sudcoreano ha come traguardo quello di superare nella classifica dei maggiori esportatori di armi la Cina. E ci sta riuscendo; entrambe cambiano così il loro peso politico specifico nelle rispettive sfere.

La spesa per la difesa della Polonia nel 2022 ha già raggiunto la cifra record di 58 miliardi di zloty (12,7 miliardi di dollari), Varsavia ha in programma di aumentarla ulteriormente, avendo annunciato ad agosto di voler destinare circa il 3% del suo prodotto interno lordo, ovvero circa 21 miliardi di dollari, alla difesa nel 2023.
Sebbene nessuno metta in dubbio l’ambizione della spesa polacca, alcuni si interrogano sulla sua fattibilità e sulle motivazioni politiche che la spingono. Entro il 2035, il paese intenderebbe spendere 524 miliardi di złoty per il settore militare (forse una trappola per il prossimo governo).

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), l’aumento delle spese militari della Polonia rispecchia una tendenza globale.
Ma la bulimia polacca è viziata sia dalle divergenze con Bruxelles sui diritti civili europei, sia dalla spesa a buon mercato assicurata dalle produzioni di Seul:

«L’attrattiva della Corea è che le sue attrezzature militari sono generalmente più economiche delle alternative americane ed europee e possono produrle in tempi stretti. Gli acquisti sono ovviamente un pugno nell’occhio ai sogni di “autonomia strategica” del presidente francese Emmanuel Macron, che immagina un’Europa in grado di difendersi con armi di produzione propria (probabilmente francese)» (“Politico“).

L’incremento esponenziale e costante della spesa per le armi

I dati dell’Istituto mostrano che nel 2021 la spesa militare globale ha superato per la prima volta i 2000 miliardi di dollari. Si tratta del settimo anno consecutivo di aumento delle spese militari a livello globale.

Kim Mi-jung ha detto che le vendite finali di armi della Corea del Sud per il 2022 potrebbero essere ancora più alte, dato che nel prossimo mese potrebbero essere firmati accordi con la Malesia e l’Arabia Saudita: «Gli armamenti coreani hanno un buon rapporto qualità-prezzo, in termini di prestazioni, e il paese dispone anche di basi produttive in grado di produrre un’ampia gamma di articoli, dall’artiglieria semovente agli aerei, il che rende la Corea molto attraente» (Kim Mi-jung, ricercatore dell’industria della difesa presso il Korea Institute for Industrial Economics and Trade).



GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE NOVEMBRE Traffico 2022

85 %

Avanzamento



Ottobre

26 ottobre

  • Collaborazione israelo-marocchina

    Definitivamente sdoganata dalla amministrazione Trump, la almeno trentennale ”amicizia” interessata tra Tel Aviv e Rabat ha trovato nel biennio successivo agli Accordi di Abramo intercorsi tra i due stati una grande impennata di ordinativi e collaborazioni, che possono condurre solo a un contenzioso sempre più belligerante con l’Algeria da un lato e dall’altro la penetrazione degli interessi di Israele nel quadrante occidentale del Mediterraneo attraverso la testa di ponte offerta dall’alleanza con il Marocco..

  • AnalisiDifesa” ha dato notizia dell’acquisto da parte del Marocco di  150 droni WanderB e ThunderB dall’israeliana BlueBird Aero Systems che erano stati testati durante l’esercitazione Maroc Mantlet 2022, dove si insisteva sull’uso dual: infatti sono macchinari adottati per la sicurezza delle frontiere e la protezione dei convogli e… delle forze armate e a sostegno dell’artiglieria.
  • L’accordo prevede addirittura una produzione parziale in Marocco e il periodico marocchino “Le Desk” attribuisce un valore di 50 milioni all’operazione, titolando sulla presenza di decine di droni della BlueBird israeliana già acquisiti dalle Forces armées royales (Far) a febbraio al costo di 500 milioni di dollari (Reuters); contestualmente il Marocco ha negato l’informazione divulgata da Amnesty International, secondo la quale avrebbe acquistato il sistema spyware Pegasus di Nso.
  • Quei droni possono caricare munizioni circuitanti Harop prodotti da IAI (costo 22 milioni, continuando nella spesa marocchina sul mercato delle armi israeliano) e si prevede l’acquisto di Hermes 450; sempre da Israele la marina marocchina intende acquisire Elbit Hermes 900. In estate anche militari di Tsahal hanno partecipato per la prima volta alle esercitazioni African Lion organizzate dall’esercito americano. Questo è potuto avvenire nonostante proprio a luglio le pressioni del senato americano avessero richiesto di spostare altrove l’esercitazione che periodicamente avviene in Sahara occidentale, proprio per il contenzioso con la Repubblica democratica araba del Saharawi (Rasd), che «potrebbe essere una nuova polveriera» (“DefenseNews”): l’esercitazione si è normalmente svolta nel Sahara occupato, potenza della lobby ebraica?
  • I UAV israeliani andrebbero ad aggiungersi a 3 Harfang francesi, sistemi controdroni Skylock israeliani, 13 Bayraktar TB2 turchi; gli Emirati hanno donato al regno marocchino 3 droni di fabbricazione cinese Wing Loong II; alla General Atomics americana sono stati ordinati 4 MQ9 Reaper Sea Guardian.Sempre “Le Desk” aveva dato notizia della dotazione di droni da parte del Polisario in risposta a questo stormo marocchino, in particolare un drone frutto dell’elaborazione Yabhon United 40, la cui evoluzione algerina ha ottenuto il Al-Jezair 54.
  • Intanto Minurso, la missione Onu nell’area, ritiene di non essere più in grado di svolgere la sua capacità di interposizione, nonostante sia stata prorogata fino al 31 ottobre 2023.

24 ottobre

  • Diversivi mediorientali

    In questioni mediorientali spesso si riesce a ricomporre un puzzle mettendo di seguito partecipazioni, agenzie relative a esercitazioni comuni che esibiscono alleanze e poi movimenti di truppe reali e dichiarazioni, che permettono interpretazioni su uno scenario di conflitti tra potenze locali che possono sfociare a breve in confronti aperti.

    La notizia del 24 ottobre dell’agenzia saudita è che l’Arabia Saudita dal 1° al 25 novembre prende parte con le proprie forze aeree all’esercitazione militare “Aerial Warfare and Missile Defense Centre 2022” che si tiene presso la base di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. L’ applicazione del concetto di azione congiunta in un ambiente di guerra simile alla guerra reale si tiene congiuntamente alle forze di Emirati, Oman, Usa, Gran Bretagna, Francia… dunque una esplicita scelta di campo e di alleanza. Soprattutto per quel che riguarda l’aumento della tensione con Tehran (perché invece per le decisioni dell’Opec che potevano creare difficoltà all’esportazione petrolifera russa i sauditi si sono schierati con il Cremlino).

  • Se poi si va a consultare “Defaiya.com” si possono repertoriare serie di notizie relative a molte acquisizioni di armi. Il varo del primo gruppo di 79 pattugliatori medi ad alta velocità francesi (partecipanti alle esercitazioni di Al Dharfa) della classe Couach da parte delle Forze Navali Reali Saudite, dunque flessibili e leggeri, velocissimi per gareggiare con le imbarcazioni dei pasdaran iraniani (i vascelli includono una sofisticata combinazione di sistemi elettronici come dispositivi di tracciamento, sensori ottici e termici, scambio di informazioni e navigazione marina che consentono loro di svolgere compiti di ricerca, monitoraggio e follow-up attraverso un sistema elettronico altamente intelligente).
  • «Queste imbarcazioni rappresentano un’aggiunta qualitativa alle capacità della RSNF, in quanto contribuiranno ad aumentare il livello di prontezza militare e di sicurezza, a rafforzare la forza di sicurezza marittima nella regione e a proteggere gli interessi vitali e strategici del regno, sottolineando la costante attenzione e il sostegno illimitato della saggia leadership saudita e del ministro della Difesa per sviluppare le forze armate al servizio del paese» (contrammiraglio Yahya bin Mohammed Asiri).

  • A completare il quadro ci sono le dichiarazioni congiunte di funzionari statunitensi (altri partecipanti alle esercitazioni di Al Dharfa) e sauditi al “Wsj” riguardo a informazioni di intelligence su un imminente attacco da parte dell’Iran contro obiettivi nel regno, ponendo le forze armate americane, e altre in Medio Oriente, su un livello di allerta elevato che sfociano immediatamente in potenziali estensioni del conflitto a Iraq (Erbil, in particolare, suggerisce “Formiche.net”). Salvo poi venire in aiuto di Mosca entrambi i contendenti, secondo il “Washington Post”: sia Teheran (droni) che Riyad (mantenendo elevati i prezzi del greggio). Il diversivo che infiammerebbe ulteriormente il quadrante mediorientale dimostrerebbe la necessità dei turbanti di stornare l’attenzione dall’insurrezione interna e dalla fornitura di droni all’esercito russo. Gli Stati Uniti hanno anche affermato che gli iraniani stanno addestrando operatori di droni russi in una base nella Crimea occupata dai russi. Il Centro nazionale di resistenza ucraino, parte delle Forze per le operazioni speciali ucraine, ha riferito questa settimana che gli addestratori di droni iraniani stavano aiutando i russi a coordinare gli attacchi dei droni a Mykulichi, vicino a Gomel, nella Bielorussia meridionale. Il primo vicepresidente iraniano Mohammad Mokhber e alti funzionari della sicurezza iraniana si sono recati in visita a Mosca il 6 ottobre dove, secondo la Reuters, hanno concordato nuove forniture di armi.
  • «I russi hanno chiesto più droni e missili balistici iraniani con una maggiore precisione, in particolare la famiglia di missili Fateh e Zolfaghar», ha detto uno dei diplomatici iraniani… e si torna agli Shahed-136 della scheda del 13 ottobre. Merce di scambio con i sofisticati S-400, già motivo di scontro tra Turchia e Usa:
  • «Anche Israele ha subito crescenti pressioni per aiutare l’Ucraina, poiché la guerra di Putin è sempre più vista come un terreno di prova per droni e armi iraniane che potrebbero essere rivolte contro Israele, uno Stato che l’Iran ha ripetutamente giurato di distruggere.
    L’Iran potrebbe sperare di ribaltare il rifiuto opposto in passato dalla Russia di fornirgli sistemi di difesa aerea S-400 e jet da combattimento avanzati, mosse che metterebbero in allarme l’Arabia Saudita e potenzialmente la Turchia» (“Washington Post”).

18 ottobre

  • SHORt Air Defence: Ucraina come banco di sperimentazioni

    Mentre l’esercito degli Stati Uniti testa i primi prototipi di Stryker di Leonardo Drs, l’esercito russo schiera i sistemi Sam (Surface-to-Air Missile): Tor-M2 con le stesse modalità, che vanno ad affiancare gli Iskander 9K720 e i nuovi Strela-10.
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  • Mentre la Nato (cfr. 11 ottobre) testa fuori dai contesti di guerra guerreggiata i suoi Shorad, intorno a Kherson il sistema russo di difesa si accreditava presso “Il Faro sul mondo” a luglio con un bottino che comprendeva in una giornata l’abbattimento di un elicottero MI8, 9 droni turchi e 10 Hymars. Propaganda in entrambi i casi, come dimostra questo video diffuso dall’esercito russo il 18 ottobre.
  • Oltre a coprire le truppe dai missili, questo sistema di difesa aerea resiste anche ai droni turchi Bayraktar e ad altri bersagli aerei (“Altervista“). Al di là della propaganda il Tor-M2, noto con il nome di rapporto Nato SA-15 Gauntlet, è un sistema missilistico terra-aria di fabbricazione russa completamente automatizzato, prodotto nello stabilimento di Izhevsk Kupol di Almaz-Antey, per fornire un’efficace difesa aerea.
  • Nell’esercito russo, spiega “Defense-Blog“, il set di sistemi di difesa aerea ТOR-М2 comprende quattro batterie di quattro veicoli da combattimento 9А331М ciascuna (per un totale di 16 veicoli da combattimento). Il munizionamento dei SAM 9А331М TOR-М2 prevede 16 nuovi missili guidati antiaerei 9М338К; progettato per abbattere aerei, elicotteri e missili da crociera, antiradar e altri missili guidati. Invece Il SAM Strela-10 è progettato per l’osservazione visiva e la distruzione di obiettivi aerei a bassa quota.
  • Lo Strela-10, noto con il nome di segnalazione Nato SA-13 Gopher, è un sistema missilistico mobile terra-aria a corto raggio. Il sistema è destinato principalmente a colpire minacce a bassa quota, come gli elicotteri. L’SA-13 è basato sullo scafo del veicolo multiscopo cingolato MT-LB. Lo scafo dell’MT-LB è interamente blindato in acciaio saldato con il compartimento dell’equipaggio nella parte anteriore, il motore immediatamente dietro il compartimento dell’equipaggio sul lato sinistro e il compartimento delle truppe nella parte posteriore dello scafo.

13 ottobre

  • Droni. Guerre del presente combattute dai robot (e subite dai civili)

    Quasi un incubo per Isaac Asimov, tanto che se applicassimo le sue leggi della robotica ai droni forse coglieremmo la portata profetica della grande fantascienza scritta durante la ribellione degli anni Sessanta e Settanta alla minaccia di guerra globale conseguente a quella in Vietnam (l’Ucraina dell’epoca, invasa militarmente da una grande potenza). Il 13 ottobre sono stati avvistati droni in avvicinamento nei cieli norvegesi, attualmente il paese che fornisce la maggior  parte del gas agli utenti europei: il primo drone è stato avvistato mentre sorvolava l’impianto di trattamento del gas di Kårstø, nel Sudovest della Norvegia, dopo questo episodio altri se ne sono susseguiti e 7 russi sono stati arrestati dagli scandinavi per questa “invasione”. Quella attività sembra inedita, ma i droni sono protagonisti in tutti i palcoscenici di guerra o di semplice confronto armato o di intelligence; dare conto di ogni episodio riportato dai mezzi di comunicazione è impossibile, molti non sono diffusi ma si può tentare un’esposizione delle molte applicazioni degli strumenti “unmanned”, limitandoci a quelle delle ultime settimane, tentando così un repertorio di nuovi robot.

  • Gli ucraini portano i trofei di 9 droni kamikaze iraniani Shahed 136 (“Geranium” in Russia, “Martiri” in Iran) abbattuti – veicoli nati da apparecchi anglo-americani abbattuti studiati e fabbricati sulla ricerca derivante dalla preziosa cattura; “Washington Post” e Cnn hanno riferito in estate che l’Iran aveva inviato un lotto di veicoli aerei senza pilota in Russia. Secondo le testate, Teheran aveva inviato i droni Mohajer-6, Shahed-129 e Shahed-191 in Russia il 19 agosto.
  • I droni di fabbricazione iraniana utilizzati dall’esercito russo per distruggere impianti di produzione di energia elettrica ucraini e spargere il terrore sono quindi saliti alla ribalta della invasione dell’Ucraina quando i russi hanno cominciato a farne un uso terroristico. La Nato ha assicurato che verranno forniti sistemi di difesa dagli attacchi di stormi di droni che costano tra gli 8000 e i 20.000 dollari (i più cari), ben sapendo che nemmeno gli scudi israeliani assicurano la completa distruzione di una flottiglia di Uav; infatti, contando sull’esaurimento degli stoccaggi di droni autoprodotti dai russi, lo sforzo sarà probabilmente anche quello di intercettare le forniture da parte della Iran Aircraft Manufactoring Industrial Company. Non a caso abbiamo citato il governo di Tel Aviv: proprio la fornitura di munizioni circuitanti Shahed 136 (il dubbio è relativo alla quantità di produzione che Tehran è in grado di assicurare di questi velivoli) ha mosso Israele a consegnare sistemi di difesa a Kyiv contro questi sciami di droni, scegliendo di schierarsi nel campo opposto agli odiati pasdaran, forse perché i droni più efficaci sono quelli turchi e quelli sono venduti all’Ucraina. E così – secondo “Formiche.net” Tzahal fornisce intelligence su droni, informazioni su spostamenti di truppe e sui droni può mutare il reciproco accordo di non interferenza russo-israeliano (plausible deniability).
  • Peraltro sono tante le tecnologie e molti i produttori di marchingegni senza equipaggio: occupano il paesaggio bellico più fosco che si può immaginare, pervaso di stormi di droni, forse i prodotti più ambiti e alla portata dello stato più squattrinato, utili sia per arrecare danni al nemico e scatenare il panico, ma anche per soffocare proteste, controllare intere aree… Questi dispositivi senza pilota sono forse il business più innovativo della filiera; e propone sia merci “popolari”, fabbricate anche facilmente da gruppi di insorti (per esempio gli houti yemeniti con know how iraniano, o hezbollah che attinge alla stessa tecnologia), sia quelle sofisticate come il nuovo drone sommergibile da 50 tonnellate Orca XLUUV della marina americana, raccontato da “NavalNews” (il cui costo è di 242 milioni di dollari e ancora a livello di prototipo, i costi sono lievitati: all’inizio della pandemia erano stati stanziati 274 milioni per 5 sottomarini Orca).

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    • Tre anni fa le peculiarità di questo enorme robot rispondevano a determinate applicazioni: posa- cacciamine, guerra asimmetrica elettronica e missioni “hunter killer”, dotato di missili Mk. 46 e le caratteristiche erano spingerli verso una zona operativa, lasciarli vagare, stabilire comunicazioni criptate. Gli UUV grossi sono più autonomi rispetto ai minori che costituiscono una rete di droni marittimi tra americani e sauditi in funzione anti-iraniana (“WSJ”), o – sempre con il medesimo nemico – quei nuovissimi Saildrone Explorers di un’esercitazione congiunta Usa/Uk (“NavyTimes”), utile per controllare vasti tratti di mare, perché possono stare a lungo in mare tra Suez, Gibuti, Hormuz, ma bisognosi di navi di supporto nelle vicinanze, come rilevava “Si Vis Pacem Para Bellum”, un sito molto appassionato all’arte della guerra, ma forse questo coinvolgimento non basta a spiegare il titolo datato febbraio 2020 Il nuovo robot wolfpack della marina militare di Orca sarà pronto per la guerra … e invece ha un ritardo di 3 anni, e non è ancora pronto che già c’è la guerra.
    • Altrettanto sofisticato sarebbe il “bat drone”. Non si tratta di uno sciame di piccoli droni travestiti da pipistrelli, ma di una nuova cellula da combattimento: l’MQ-28 Ghost Bat della divisione australiana della Boeing.
      Il Ghost Bat è un drone da combattimento, destinato a essere controllato da piloti umani. Lo descrive “Task & Purpose”: «Il design è pensato per essere modulare, in modo da poter essere modificato per determinate missioni».L’acquisizione fa parte di un più ampio sforzo dell’Air Force per sviluppare il programma Next Generation Air Dominance, il termine con cui si indica lo sviluppo di aerei di sesta generazione. Fondamentale sarà l’uso di gregari robotici, o come li chiama l’Air Force, velivoli collaborativi da combattimento. Le forze armate stanno testando e mettendo in campo dispositivi senza equipaggio come parte degli sforzi per modernizzare le proprie forze. Alcuni, come i minuscoli droni a vela, sono già in uso presso la Marina. L’Assured Positioning, Navigation and Timing / Space Cross-Functional Team dell’Esercito, che fa parte dell’Army Futures Command, ha recentemente testato un drone Airbus Zephyr S presso il Yuma Proving Grounds in Arizona (e in altre località, anche oltreoceano) che ha raggiunto il record di 64 giorni di volo prima di cadere improvvisamente dal cielo.
    • Come sempre poi nel capitalismo, la differenza è fatta dallo smercio nella gamma media che rappresenta nel volume di numeri il vero affare mondiale. E ormai ogni stato si va dotando di una flotta di droni, applicabili nei contesti più disparati. Spesso si tratta di produzione domestica interna a cominciare dalla risposta greca ai droni turchi, Archytas, il drone a decollo e atterraggio verticale (VTOL) presentato alla Thessaloniki International Exhibition (“GreekCityTimes”), una tipica collaborazione tra Forze Armate e Università, “utile” per monitorare i confini e accompagnare le fregate in funzione di difesa da droni nemici.
    • Presentato anche alla Africa Aerospace and Defense Expo di Pretoria insieme al Mwari, venduto dal Paramount Group ad alcune forze aeree africane: anche le sue caratteristiche prevedono ricognizione e precisione di tiro, potendo caricare molteplici sistemi
  • Ma la produzione maggiore di droni è per conto terzi: cioè macchine sfornate per l’esportazione. Alcune per recapitarle agli ucraini (i Phoenix Ghost di Aevex Aerospace, gli RQ-20 Puma e gli Switchblade dell’AeroVironment, di cui scrive “Military.com”), altre sono autentici oggetti del desiderio, come i 18 Bayraktar Tb2, turchi agognati dalla Romania, che a inizio settembre aveva stanziato secondo Reuters 300 milioni di dollari per il loro acquisto.
  • Un esempio diverso sono gli stormi di droni con intelligenza artificiale pilotati attraverso il 5G, che consentono di intercettare e geolocalizzare segnali a basso potenziale, sperimentati da Lockheed e Verizon il 28 settembre (“DefenseNews”). Il Pentagono ha ottenuto quasi 338 milioni di dollari per il 5G e la microelettronica nell’anno fiscale 2022. Ha richiesto 250 milioni di dollari per l’anno fiscale 2023. Ha potuto farlo, trovando una legittimazione dallo sviluppo tecnologico dei missili balistici cinesi (DF-26) e nordcoreani (Hwasong-12), già capaci di raggiungere la base di Guam, che dall’ultima parata militare in occasione del 70° anniversario della Cina popolare può essere nel mirino anche dei droni ipersonici WZ-8 in dotazione al Pla, come scriveva “The Diplomat” ad agosto, contro i quali è indispensabile trovare contromisure.
    • L’esercito israeliano poi sta promuovendo una guerra con i droni come metodo meno sanguinoso per controllare la Cisgiordania. I palestinesi di Gaza sanno che non è così; infatti l’uso di droni è sempre più spesso in funzione di ordine pubblico e per soffocare insurrezioni, rivolte, assembramenti. Non è un caso che l’esordio ufficiale in Cisgiordania i droni lo hanno visto quando una nuova resistenza non riconducibile a nessun protagonista più o meno controllabile: La Tana dei leoni, che è una realtà priva di leader, senza riferimenti religiosi, né indotta dalle forze di occupazione stesse – come Hamas, che fu alimentata agli esordi da Tel Aviv –; nell’incapacità di contrastare questi giovani stufi di occupazione e sopraffazione non c’è altra risposta che una guerra automatizzata in grado di fornire rapide soluzioni a un ciclo di violenza deplorevolmente (per l’Idf) cronico. “Zeitun” ha fatto una piccola ricerca storica dell’utilizzo di droni da parte di Idf:

    • Israele è stato un precoce pioniere nella tecnologia dei droni. Nel 1968 un maggiore della direzione dell’intelligence militare israeliana, Shabtai Brill, applicò mini-telecamere alla fusoliera di aerei a controllo remoto, del tipo di quelli fatti volare dai bambini nel cortile di casa, per sorvegliare clandestinamente i confini con l’Egitto. Nel 1982, all’inizio della guerra del Libano, le Industrie Aerospaziali di Israele produssero droni di sorveglianza di livello militare che potessero volare insieme a jet da caccia per identificare obiettivi e guidare missili.

      Oggi Israele si autodefinisce una “superpotenza dei droni”. La polizia di frontiera utilizza droni per irrorare con gas lacrimogeni i manifestanti nel complesso della moschea di Al Aqsa. In Cisgiordania i soldati disperdono la folla dai posti di controllo con un drone che spara impulsi sonori contro i bersagli, lasciando i dimostranti intontiti e nauseati. Agenti dell’intelligence militare guidano droni da riconoscimento sulla città di Gaza per definire le coordinate esatte da bombardare.

      Molti palestinesi hanno già vissuto per anni all’ombra della guerra con i droni. La loro presenza a Gaza è talmente pervasiva che ai droni ci si riferisce correntemente come a “zanana”, che significa “ronzio”, evocando il costante rumore degli apparecchi che si librano proprio sopra il tetto di casa, come un minaccioso sciame di api.

      Quando lo scorso anno l’esercito ha annunciato il primo stormo di droni mossi da intelligenza artificiale, “The Intercept ha documentato 192 civili uccisi in soli 11 giorni di combattimenti letali.

12 ottobre

  • Le ambizioni polacche di supremazia

    La quantità abnorme di armi di ogni tipo in transito sul territorio polacco svolge solo il ruolo di hub, oppure bisogna registrare un riarmo di dimensioni gigantesche per le dimensioni del paese. Ovviamente, oltre alla scelta di Varsavia di proporsi come potenza locale, va considerata l’enorme importanza della collocazione della Polonia, soprattutto per la Nato che gioca sul sentimento antirusso di una nazione profondamente sovranista.

  • 12 ottobre è arrivato il primo B2 in Polonia, Il Northrop B-2 Spirit è un bombardiere strategico Questo aereo può trasportare 16 missili da crociera con testate nucleari. Carico di combattimento fino a 27.000 chilogrammi. Una data storica: sancisce l’ambizione di divenire una potenza militare nell’area non solo orientale dell’Europa, avendo fatto la scelta di proporsi a modello sia del costume sovranista, sia dotandosi dei mezzi per imporlo.
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  • La Polonia, oltre a rappresentare il nuovo modello per il sovranismo di estrema destra – perché appare agli occhi sovranisti meno impresentabile di Orban – è uno snodo per le armi destinate a Kyiv: dal crowdfunding che a luglio aveva raccolto 4,9 miliardi di dollari per comprare un  Bayraktar TV2 per le forze armate dell’Ucraina (quel drone può trasportare due missili guidati Umta con un raggio di lancio fino a 8 km o quattro bombe di precisione Mamma-C / Mamma-l); la vicinanza al paese aggredito ha spostato l’asse europeo (non solo militare) più a Est e la nazione di Duda e Kaczynski si propone come hub (uno nuovo a est di Ramstein) e laboratorio di conservatorismo reazionario, meglio tollerato dagli americani che mal digeriscono certe impuntature di indipendenza dell’asse franco-tedesco. Ma il nazionalismo è funzionale anche alla servitù militare. Il 4 settembre “Military Times” informava della vendita degli Abrahams in consegna per il 2025 alla Polonia da parte di General Dynamics Land System (il che dimostra quanto le previsioni per una durata della guerra non tanto breve, come dimostrano le dichiarazioni dei massimi contendenti, che hanno lanciato questa guerra per procura, fondata su tipi di armi come gli Abrahams).
    Faceva eco “Defense News” che riportava anche l’entità della spesa (1,1 miliardi di dollari) in cambio di 250 carri armati M1A2 SEPv3.
  • Ma la Polonia non si è fermata all’approvvigionamento di terra, ha acquisito pure 96 elicotteri AH-64E – Apache (per dare una comparazione l’Australia a maggio ne ha comprati 29 dalla Boeing) pagati 1,4 miliardi di dollari e l’annuncio è stato ufficializzato alla fiera delle armi Mspo tenutasi all’inizio di settembre in Polonia, come riportato da “Breaking Defense”. E anche dare spazio a una sede fieristica sul proprio territorio ha un significato di approdo tra gli stati che contano nella filiera delle armi.
    Questo perché Apache e Abrahams lavorano congiuntamente: gli elicotteri

 «saranno schierati per la prima volta presso la 18ª Divisione meccanizzata. Non tutti, ma le prime unità. Questo proprio in seguito al fatto che la 18ª Divisione sarà equipaggiata con i carri armati Abrahams. Questi elicotteri funzionano benissimo con i carri armati Abrahams. Insieme, costituiscono una forza enorme. Una forza di resistenza, perciò vogliamo usarli come deterrente per il nostro avversario», ha dichiarato Błaszczak in una dichiarazione rilasciata dal ministero della Difesa polacco» (“DefenseNews”).

    • Sempre durante l’Expo documentata da “BreakingDefense” Adam Hodges, Capture Team Lead for Vertical Lift International Sales di Boeing Defense, Space & Security, ha dichiarato ai giornalisti che l’azienda sta offrendo alla Polonia “l’AH-64EV6, con capacità MUM-T, proponendo ad aziende polacche il sostentamento locale, quindi altro denaro europeo sperperato in spesa militare, funzionale all’interoperatività polacco-americana.
    • Boeing ha stabilito importanti collaborazioni con il governo e l’industria polacchi, in particolare partnership con il Polish Armaments Group che continuerà a espandersi con l’implementazione di attività di formazione e supporto con l’industria locale.
    • Mentre atterravano a Malbork (a un centinaio di chilometri da Kaliningrad) 4 cacciabombardieri Eurofighter dell’Italian Air Force nell’ambito dell’operazione Nato antiRussia…
    • … la Polonia in quei giorni di fine luglio stava siglando accordi con la Corea del Sud che sommavano a circa 14,5 miliardi di dollari di investimenti, per l’acquisto di 1000 carri armati K2 della Hyundai Rotem, 672 obici semoventi K9 della Hanwa Defense e 48 aerei da combattimento leggero Rokaf FA-50. Notizia confermata anche da “Breaking Defense”. Andando ancora più indietro nel tempo, a maggio, la Polonia aveva deciso di investire in nuove dotazioni di M142-Himars e Patriot: infatti prima del 24 febbraio il Dipartimento di Stato aveva concesso di approvvigionare l’esercito polacco per dotazioni pari a 6 miliardi di dollari.
      Contemporaneamente Varsavia aveva avanzato la richiesta a Seul per acquisire altri lanciamissili K239 della Chunmoo (e l’affare si è concluso a metà ottobre con l’acquisto di 300 di queste batterie di artiglieria coreana), omologhi al prodotto della Lockheed (che ha difficoltà a stare dietro alle richieste del mercato di Himars). Infatti la Lituania ha stanziato un budget di 148 milioni di dollari per comprare M142 Himars, droni e Javelin, dopo il successone ucraino
    • Una notizia di “Defense News” del 17 settembre riportava l’esistenza di due contratti per l’acquisto di 48 aerei d’attacco leggero FA-50 dalla Corea del Sud, con i primi 12 jet che saranno consegnati l’anno prossimo e altri 36 negli anni 2025-2028, per abbandonare completamente l’uso degli aerei MiG-29 e Su-22. La Polonia sta aumentando la propria potenza per diventare la potenza di riferimento anche militare dell’area soppiantando la Germania con l’ausilio degli Usa.
    • Politico”ha riassunto alcune delle commesse di acquisto di sistemi di arma da parte del bulimico esercito polacco:
    • «La Polonia ha firmato un accordo da 23 miliardi di złoty (4,9 miliardi di euro) per 250 carri armati Abrams dagli Stati Uniti questa primavera – una rapida sostituzione per i 240 carri armati di epoca sovietica inviati all’Ucraina. La sua aeronautica militare è equipaggiata con F-16 statunitensi e nel 2020 Varsavia ha firmato un accordo da 4,6 miliardi di dollari per 32 caccia F-35.
      Ma il fulcro della sua recente spesa militare è stata la Corea, dove ha firmato una serie di accordi per l’acquisto di carri armati, aerei e altre armi. Finora la Polonia ha ordinato dalla Corea armamenti per un valore compreso tra i 10 e i 12 miliardi di dollari, ha dichiarato Mariusz Cielma, redattore e analista di “Nowa Technika Wojskowa”, un sito web di notizie e analisi sulla tecnologia militare. Gli ordini includono 180 carri armati K2 Black Panther, 200 obici K9 Thunder, 48 aerei d’attacco leggero FA-50 e 218 lanciarazzi K239 Chunmoo. A completamento delle forniture immediate, i coreani dovrebbero fornire un totale di 1000 carri armati K2 e 600 obici K9 entro la metà e la fine degli anni Venti. Varsavia ha ordinato elicotteri italiani Leonardo per 8 miliardi di złoty, ma l’accordo prevedeva che gli elicotteri fossero prodotti in Polonia.».

11 ottobre

  • SHORt Air Defence: Ucraina come banco di sperimentazioni

    L’Esercito degli Stati Uniti ha equipaggiato un plotone del 5° battaglione, 4° reggimento di artiglieria da difesa aerea, in Europa, con quattro dei primi prototipi di Stryker A1 (sviluppato in 19 mesi da Leonardo Drs). L’Esercito è prossimo a schierare il primo battaglione completo entro la fine dell’anno con l’aggiunta di sistemi M-SHORAD (che comprende anche il lanciamissili veicolare Stinger di Raytheon Technologies), ha dichiarato a “DefenseNews” il generale Maurice Barnett, comandante generale del 10° Comando di difesa aerea e missilistica dell’Esercito in Europa, in un’intervista rilasciata all’esposizione annuale dell’Associazione dell’Esercito degli Stati Uniti.
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  • E il primo plotone di sistemi Shorad basati su Stryker A1 ha attraversato Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia, arrivando a testare l’impianto di difesa aerea a corto raggio sul Golfo di Finlandia. Il sistema offre una maggiore protezione rispetto ai vecchi Avenger grazie a una incredibile capacità di sparare in movimento, continuando la stessa protezione aerea e missilistica negli spostamenti, anche su distanze notevoli.
  • Nell’ambito di uno sforzo più ampio per rafforzare la capacità di difesa aerea in Europa, il 6 ottobre l’esercito americano ha attivato il quartier generale della 52ª Brigata di artiglieria per la difesa aerea a Sembach, in Germania. Il quartier generale collegherà tutte le forze di difesa aerea e missilistica dell’Esercito e riferirà direttamente al 10° AAMDC, che è stato aggiornato a un comando a una stella nel 2019.

Stryker A1

7 ottobre

  • C-Uas: la necessità di sviluppare il contrasto a ogni drone

    L’Esercito degli Stati Uniti ha creato l’Ufficio congiunto per il contrasto ai piccoli sistemi aerei senza pilota per affrontare la proliferazione dei droni avversari. Il Jco è nato dopo che l’allora Segretario alla Difesa Mark Esper, nel 2019, ha designato l’Esercito come agente esecutivo per le attività di contrasto agli Uas; gli ufficiali del Comando per le operazioni speciali alla Special Operations Forces Industry Conference, ospitata in Florida dalla National Defense Industrial Association. Il tenente colonnello responsabile del programma di controproliferazione del comando aveva dichiarato in maggio a “DefenseNews” che il Socom sta cercando un dispositivo di contromisura elettronica multimissione di prossima generazione. Il bilancio di ricerca dell’Esercito dello scorso anno ha posto l’accento sull’architettura tattica per la guerra elettronica, includendo una richiesta di aumento della spesa per il programma Multi-Function Electronic Warfare, il programma Terrestrial Layer System-Brigade Combat Team, l’Electronic Warfare Planning and Management Tool e il Terrestrial Layer System-Echelons Above Brigade.

  • L’intento è di trovare opzioni per siti di spedizione portatili, smontati e fissi per il dispositivo di contromisura elettronica multimissione di prossima generazione. Il Corpo dei Marines e il Socom dispongono di un sistema esistente chiamato Modi, prodotto dalla Sierra Nevada Corporation e utilizzato dall’esercito e dai Marine (“C4irsnet” riporta questa direzione nella ricerca del contrasto ai droni), il problema è la difficile maneggevolezza (pesa 20 chili) che ha suggerito gli investimenti per la ricerca, vista l’estensione dell’utilizzo di droni in tutti i quadranti.
  • Per ora l’esercito statunitense tiene corsi, i cui moduli consentono di avvalersi di queste armi di difesa da macchine Uas:

 «Non si può avere solo una capacità c-UAS ovunque. Bisogna essere in grado di sfruttare qualsiasi capacità si abbia: abbiamo essenzialmente massimizzato la capacità di quel sistema per dargli un doppio ruolo, sia che si tratti di abbattere razzi o mortai; ora possono abbattere anche i droni.

  • Il dispositivo anti-UAS DroneDefender ha unito una tecnologia innovativa a un design efficiente per una sicurezza sicura, affidabile e comprovata dalle minacce aeree (così il testo promozionale di Battelle). Il dispositivo interrompe rapidamente il controllo remoto del drone aggressore, neutralizzandolo in modo che non possa avvenire alcuna azione a distanza, compresa la detonazione, riducendo al minimo i danni che può provocare il drone e il rischio per la sicurezza pubblica.Il DroneDefender, che utilizza una soluzione non cinetica per difendere lo spazio aereo dagli UAS, come quadcopter ed esacotteri, opera senza compromettere la sicurezza o rischiare danni collaterali. Il sistema, leggero e facile da usare per due ore di seguito e con un peso contenuto sotto gli 8 chili, assicura la distruzione dei droni a controllo remoto e del loro GPS

1°-14 ottobre

  • Teatro No: come adeguare la nuova realtà di guerra a una Costituzione di pace, o viceversa

    Gli Stati Uniti non sono riusciti a trasformare il cosiddetto Quad, che comprende Giappone, Australia e India, in una versione asiatica dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, ma hanno continuato ad allenarsi con molti stati dell’Indo-Pacifico.

  • Stripes” dà notizia che dal 1° al 14 ottobre si sono tenuti gli addestramenti combinati realistici “Rimpac22”con i mitici Himars insieme agli F-35BS in Hokkaido (coinvolte pure le forze militari filippine e coreane). Svolgono il ruolo di esibizione muscolare che s’incunea nelle strategie che regolano gli equilibri nell’Indo-Pacifico.
    Il “Kamandag” – abbreviazione di “Kaagapay Ng Mga Mandirigma Ng Dagat”, ovvero “Cooperazione dei guerrieri del mare” – è iniziato nel 2017 come sostituzione dell’esercitazione di sbarco anfibio su larga scala “Phiblex”. Inizialmente era incentrata sull’assistenza umanitaria e sulla risposta ai disastri.
    L’addestramento ha coinvolto la nave d’assalto anfibio USS “Tripoli” che trasporta i caccia stealth F-35B Lightning II del Marine Fighter Attack Squadron 121
    I Marines hanno anche volato con MV-22 Ospreys, CH-53 Sea Stallions, UH-1Y Venoms, AH-1Z Vipers e KC-130J Super Hercules durante le esercitazioni. L’F-35B è la versione a decollo corto e atterraggio verticale del caccia d’assalto congiunto, progettato per il supporto aereo dei Marines a terra.I Green Knights avevano già schierato 14 jet a bordo della Tripoli durante un pattugliamento del Pacifico quest’estate e inviato altri aerei in Australia per l’esercitazione biennale “Pitch Black”, che ha coinvolto oltre 100 aerei di 17 nazioni in agosto e settembre. Il Giappone è stato coinvolto con 1400 uomini soprattutto per addestramento agli Himars, AT-4 e Javelin, a cui si affiancano sistemi giapponesi di multilancio di razzi (Type 12 Surface-to-Ship Missile – 12SSM della Mitsubishi).
  • Le esercitazioni sono da intendersi in risposta a quelle congiunte operate a luglio dagli eserciti russo e cinese a stringere l’arcipelago nipponico che aveva richiamato “Formiche”, che veva seguito gli spostamenti delle navi russe (il cacciatorpediniere “Marshal Shaposhnikov”, la corvetta “Gremyashchiy” e la nave da supporto “Pechanca”) che avevano avvolto in una tenaglia l’arcipelago, con il supporto della fregata cinese “Jaingwei II”, intorno alle isole Shenkaku/Diayou, contese, come le Paracel. La Russia ha aumentato il livello di ingaggio dei conflitti antinipponici per le altrettanto disputate isole Kurili/Spor e Putin aveva estromesso la Shell e due aziende giapponesi da ogni pretesa di partecipare all’estrazione del gas intorno alle Sakhalin e già a giugno una ventina di navi militari vi erano state mandate in esercitazione prima che il premier nipponico Fumio Kishida prendesse il volo per il vertice Nato di Madrid:
  • In totale si sono mosse venti navi da guerra, di cui 4 cinesi e 16 russe. La crociera cinese è durata dal 12 al 19 giugno, poi le quattro navi (un cacciatorpediniere classe Type 055, uno di classe Type 052D e una nave di rifornimento Type 901 e una nave spia Type 815) hanno preso il largo per il Pacifico. Quelle cinesi si sono mosse in diversi momenti, ma sempre in quegli stessi giorni: tra le corvette e i cacciatorpedinieri impiegati, due di classe Udaloy, insieme ad alcune delle corvette della classe Steregushchiy, e al “Marshal Krylov” ha fatto rifornimento ovest dal Mare di Okhotsk verso il Mar del Giappone, durante esercitazioni nel Mar Cinese Orientale e nel Mar delle Filippine

 «È una dimostrazione di forza che trova due ordini di contesti internazionali come ragione. Il primo è più ampio, generale: il Giappone sta costruendo un proprio standing all’interno dell’Indo Pacifico riscoprendo una dimensione da potenza regionale, mentre sta contemporaneamente integrando sempre di più le sue attività con quelle occidentali. E tutto mentre il Giappone ha una linea sempre più chiara nei confronti della difesa di Taiwan davanti alle ambizioni cinesi».

  • E infatti negli stessi giorni il cacciatorpediniere portaelicotteri “Izumo”, ammiraglio della Flotta di autodifesa di Tokyo, ha condotto un’esercitazione congiunta con il cacciatorpediniere “USS Sampson” e ricevuto rifornimento in mare dalla “USNS Rappahannock“. Contemporaneamente, la fregata della marina indiana “Satpura”, quella filippina “Antonio Luna”, l’indonesiana “Gusti Ngurah Rai”, quella della Repubblica di Singapore “Intrepid” e a la corvetta “Lekir” della Royal Malaysian Navy si sono raggruppate per dirigersi verso le Hawaii, dove si trova il quartier generale dell’Indo Pacific Command americano.

  •  «Kishida ha chiaramente segnalato che il Giappone non rimarrà ai margini delle crisi globali. Più che mai sta dimostrando un impegno diplomatico schierato e e si sforza di proteggere la stabilità regionale e l’ordine internazionale basato sulle regole. Ciò si riflette sulla sua presenza allo Shangri-La Dialogue (evento internazionale organizzato a Singapore dall’IISS dove il premier giapponese ha presentato la sua “Vision for Peace”) e nella prevista partecipazione al vertice Nato di fine giugno. L’alleanza del Giappone con gli Stati Uniti è ancora una volta in primo piano nei calcoli strategici di Tokyo sull’Indo-Pacifico» (Elli Katharina Pohlkamp, European Council on Foreign Relations – Ecfr).

  • E si esplicita in particolare nel ruolo di capofila locale nel contrasto dell’atteggiamento aggressivo di Pechino verso Taipei, come segnalava “Formiche” in settembre agganciando l’impegno al riarmo giapponese – e come già documentato in questo Maxistudium di OGzero a maggio e agosto – e ai budget da capogiro per la Difesa nipponica (più di 40 miliardi su 788 del Bilancio delle spese nazionali) in cui sono inseriti anche capitoli di spesa per missili terra-nave a lungo raggio, o Ssm, dotati di un raggio di tiro di circa mille chilometri ottimo deterrente verso le minacce esterne.Un nuovo giro di boa attende poi una decisione essenziale di Tokyo, che sancirebbe definitivamente il cambio epocale da 70 anni a questa parte, perché è evidente che se si ritiene indispensabile cambiare la Costituzione perché pacifista, significa che in una contingenza storica di guerra si sente il bisogno di passare a una Costituzione bellicosa: una follia che decreterebbe l’ingresso in un’epoca di guerra ed è proprio quello che “AgenziaNova” riporta il 18 novembre. La notizia viene riportata proprio come conseguenza del fatto che il Giappone non ha potuto rifornire Kyiv con i missili anticarro richiesti (Type 12 Surface-to-Ship Missile – 12SSM della Mitsubishi), perché la Costituzione impedisce al Giappone di esportare sistemi e tecnologie di difesa.

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Vecchie e nuove servitù militari: No Trespassing

Stiamo scivolando sempre più in una mentalità che accetta l’orrore di considerare il cambiamento di morale, di narrazione dei rapporti tra “nazioni” e del valore degli aggettivi belligeranti che segnano una cesura… e marcano anche un cambio nel significato e nell’uso di territori strategicamente sottratti al paese su cui insistono per consegnarli a potenze straniere che le rendono off limits (NO TRESPASSING) e proiettate in funzione di aggressione al nemico, riempiendoli di ordigni, macchine belliche, sistemi di controllo e di logistica nelle azioni operative in zona di guerra, come Sigonella che ha partecipato sia nell’episodio che ha visto l’affondamento della Moskva, sia nell’attacco al porto di Sebastopoli del 28 ottobre.
Da settembre e poi anche in ottobre si è resa palese nell’economia della guerra europea l’importanza dello schieramento, delle alleanze e la necessità della potenza globale di riferimento di “occupare” territorio, di “invadere” sovranità, di “ottenere” mezzi adiacenti alla trincea… la servitù in tutte le sue forme.



La servitù nucleare in Italia

Servitù militare e Italia sono quasi una tautologia, visto che dal punto di vista dell’esercito americano si tratta di una enorme portaerei che si allunga nel Mediterraneo e ospita gli ordigni nucleari sia a Ghedi (in provincia di Brescia) che ad Aviano (Pordenone), non a caso dislocate nel Nordest, fin dalla Guerra Fredda considerato un avamposto: Ghedi è dotato di velivoli (Tornado e F-35 italiani), atti a trasportare le bombe nucleari (un centinaio quelle americane già disponibili), mentre ad Aviano sono dislocate le famose bombe nucleari per l’impiego tattico B-61 (da 45-60 kilotoni), che gli americani si trasportano in piena autonomia, imponendo un limite militarmente invalicabile nel territorio italiano


Aviano e Ghedi (il Nord nucleare); contratto milionario a Sigonella per potenziare il Comando della task force aeronavale Usa nel Mediterraneo per Conti Federal Service (il Sud a supporto di missioni fulminee piratesche). Il canale dei Navicelli (il Centro magazzino logistico)


La servitù delle forniture in Italia

Ma oltre a Sigonella (e il Muos) a Sud e le basi delle bombe nucleari a Nord esiste da anni Camp Darby e il Canale cinquecentesco dei Navicelli vi riveste un valore strategico per l fatto che attraversa la base militare che completamente blindato com’è diventa fondamentale per trasportare senza occhi indiscreti e in territorio completamente no trespassing le armi in arrivo al porto di Livorno e da lì alla darsena interna a Camp Darby, allargata permettendo l’incrocio di due navi.
E sono servitù militari anche gli agganci all’industria militare statunitense per esempio con il legame a filo doppio tra Leonardo (industria di stato e ora anche di governo, con la cooptazione di Crosetto al ministero della Difesa) e Lockheed: infatti i vertici dell’esercito scodinzolano al partner americano intravedendo la possibilità di bissare la collaborazione pluriennale sugli F-35 anche per quel che riguarda il nuovo progetto dei nuovi elicotteri a doppio rotore X2


La Sardegna assediata (le esercitazioni nelle Isole); le servitù oceaniche (il Portogallo) e quelle del Mediterraneo orientale:


La servitù delle esercitazioni

Altre servitù possono essere considerate le esercitazioni: infatti Nato decide e per 15 giorni i cieli e i flutti teatro delle “simulazioni” (anche nucleari e annunciate) diventano oggetto di espropriazione e aree pericolose, che poi lasciano residui e radiazioni, un territorio devastato e inquinato.
In questo tempo di guerra le esercitazioni “programmate” fioccano: a metà settembre la Sardegna era circondata come Taiwan un mese prima. Aree di guerra, in mare, in cielo e nei poligoni di Teulada, Quirra e Capo Frasca, esercitazioni speciali, visto che dal 24 febbraio le esercitazioni programmate erano state annullate, tutte tranne quelle collegate al “warfighting”. «Accentrare arsenali aerei, navali e terrestri in Sardegna, per giunta in questo contesto storico, significa proiettarla in uno scenario di provocazioni internazionali pericolose e incontrollabili. Mai come oggi la presenza delle servitù militari trasformano l’Isola in una vera e propria colonia militare».
E quella servitù era contemporanea alla esibizione di muscoli aerei di “Steadfast Noon”, ospitata dal Belgio a Kleine Brogel, una infrastruttura Nato adibita a ospitare armi tattiche B61-12cfino a 50 kilotoni in dotazione a F-35 “Lighting II” (quelli collaudati ad Amendola in provincia di Foggia quest’estate): altri scenari di guerra, esplicitamente nucleari, specularmente riflessi in Grom, l’esercitazione nucleare organizzata dal Cremlino.
Per quel che riguarda la servitù navale il Portogallo ha assistito allo spettacolo del Neptune Strike a Oeiras, quartier generale del Strike Force Nato con a capo la portaerei nucleare George H.W. Bush.
In questa ridda di esercitazioni non poteva mancare il quadrante più sensibile del Mediterraneo orientale e infatti in Grecia, durante un’esercitazione Nato che ha visto la partecipazione di 200 soldati americani e 650 tedeschi, si sono testati i missili tedeschi Patriot Mim-104, un sistema missilistico mobile antiaereo modulare di repentina installazione.
Troviamo questa moltiplicazione di esercitazioni, servitù e riattivazione di quelle esistenti a ridosso del fronte e si aggiunge l’elemento che abbiamo affrontato con Alessandro Ajres nella puntata di Transatlantica24 dedicata alla Polonia nel momento in cui si accredita come potenza locale più affidabile e utile della Germania (che ha dovuto decidere con forte riluttanza un riarmo pesante): ovvero la ricerca di costituire un potente esercito e non ridursi solo a hub per far confluire armi in una nazione-caserma al servizio degli Usa, ancor più che della Nato (avendo già iniziato a dotarsi di un esercito efficiente e moderno fin dalla prima invasione della Crimea). Si assiste a un tentativo di sostituire la capacità militare polacca alle basi tradizionalmente tedesche intese come confini orientali.



La servitù delle collaborazioni produttive

Anche se l’evidente preparazione a un conflitto in territorio europeo predispone il Pentagono a dispiegare armi e truppe, mobilitando tutte le servitù militari preparate nei decenni. E costruendone di nuove, come il nuovo comando a Wiesbaden per supervisionare l’addestramento nei poligoni americani in Germania (dove a gennaio sono state trasferite le reclute ucraine che fin dal 2015 si addestravano sotto il comando Usa al Combat Training Center-Yavoriv vicino a Lviv) e l’approvvigionamento delle truppe (https://www.militarytimes.com/news/your-army/2022/10/03/us-may-establish-new-command-in-germany-to-arm-ukraine-report/)
E sono servitù militari anche gli agganci all’industria militare statunitense per esempio con il legame a filo doppio tra Leonardo (industria di stato e ora anche di governo, con la cooptazione di Crosetto al ministero della Difesa) e Lockheed: infatti i vertici dell’esercito scodinzolano al partner americano intravedendo la possibilità di bissare la collaborazione pluriennale sugli F-35 anche per quel che riguarda il nuovo progetto dei nuovi elicotteri a doppio rotore X2



La servitù a Oriente

Nell’altro campo – con le debite proporzioni (come dice Gabriele Battaglia: «Anche la Cina ha basi militari fuori dai confini, una a Gibuti… rispetto alle decine degli Usa») – bisogna registrare le mire di Pechino sul porto di Ream, in Cambogia, ideale per installare un sistema di controllo radar dual-use, orientato ai traffici ma soprattutto a spiare assetti militari. E i lavori fervono nello scalo: un nuovo molo, un approfondimento del porto, che già registra una parte sotto la sovranità cinese, che potrebbe ospitare un nodo del sistema satellitare BeiDou alla confluenza dell’Oceano Indiano con il Pacifico, controllando così l’intera area (https://formiche.net/2022/10/nel-fragore-di-amburgo-la-cina-in-silenzio-si-prende-un-pezzo-di-cambogia/).
Ma si possono considerare servitù ottenute anche il corollario della militarizzazione di isolotti contesi lungo tutto il Mar cinese meridionale, come le Spratly, o il progetto di collaborazione con le Salomon, persino la più esplicita formula di neutralità costituita dal rifiuto del Vietnam di ospitare basi straniere, senza citare la contesa sulle isole Nansha si può considerare una servitù accettata su territori adiacenti nella guerra del Pacifico con gli Usa (https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3198034/china-vietnam-ties-beijing-reassured-hanois-vow-reject-all-military-alliances-say-analysts).


La servitù artica

Ma la servitù più contesa e meno esibita, anzi nascosta da una ipocrita collaborazione sempre più tesa è una sorta di corsa a spartirsi le fette di quel territorio strategico e ricco di minerali preziosi in via di scongelamento: tutti i paesi europei e la Russia (che controlla il 50% del territorio artico) tradizionalmente collaboravano fino alla crisi ucraina; intanto anche gli Usa stanziano 841 milioni di dollari per il 2023 per un terzo Polar Security Cutter e altri 20 milioni di dollari per creare un ufficio per il programma Arctic Security Cutter. completando una strategia durata 10 anni per il circolo polare artico: « La nuova strategia individua quattro pilastri, tra cui una maggiore presenza militare statunitense, l’aumento delle esercitazioni con i paesi partner per “dissuadere l’aggressione nell’Artico, soprattutto da parte della Russia”, l’ammodernamento della difesa aerea del NORAD e l’aggiunta di navi rompighiaccio della Guardia Costiera, nonché una migliore mappatura e cartografia delle acque e delle condizioni meteorologiche della regione». (https://www.defensenews.com/pentagon/2022/10/07/white-house-arctic-strategy-calls-for-enhanced-military-presence/) E proprio questa presenza militare americana surriscalda il clima artico; la seconda squadra Infantry Brigade Combat, 11th Airborne Division, ha iniziato in settembre l’addestramento pratico con l’equipaggiamento Capability Set 21, che ha lo scopo di aumentare la mobilità e rendere più intuitive le comunicazioni sul campo di battaglia (https://www.c4isrnet.com/battlefield-tech/it-networks/2022/08/29/first-arctic-unit-now-training-with-modernized-us-army-networking-gear/). La sezione 7 dell’Artic Commitment Act richiede l’«eliminazione del monopolio russo sulla navigazione artica» (https://pagineesteri.it/2022/09/01/primo-piano/cambiamento-climatico-il-potenziamento-militare-degli-usa-nellartico-pone-nuovi-rischi-geopolitici-e-ambientali/). E Leonardo DRS si è aggiudicata un contratto da circa 50 milioni di dollari per la fornitura di oltre 4600 visori termici per armi alla Svezia, emblematico di come il traffico d’armi possa garantire la differenza nei dettagli per controllare il territorio e assicurare una servitù militare, un’altra forma di imperialismo coloniale.


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100 %

Avanzamento



Interessante vedere grafici eloquenti di approvvigionamenti di armi, collocandoli nei vari scacchieri regionali, che corrispondono alle aree che vedono teatri di guerra; ma si vede soprattutto come si ripartiscono gli investimenti: Russia in testa (ma il dato per singoli stati vede gli Usa abbondantemente in testa), Emirati e Maghreb a ruota se il computo viene filtrato dal confronto in percentuale sul Pil. Dei più di 2000 miliardi che sarebbe il fatturato in armi nel 2021, 800 sono stati spesi dagli Usa (e questo si vede bene dalla Top Ten dei contratti firmati dal Dipartimento della difesa americano che abbiamo pubblicato nell’editoriale di agosto), seguiti da Cina, India, GB e solo quinta è la Russia, dimostrando così chi può essere più temibile; anche se il trend vede Cina e India in notevole accelerazione rispetto a un decennio fa – e questo è un dato che sposta in quel quadrante l’attenzione massima per paventare futuri conflitti. Infatti il primo grafico dimostra una corsa agli armamenti che vede l’Asia allargare la forbice della propria fetta di traffici d’armi rispetto al resto del mondo che incrementa progressivamente e nello stesso modo la propria spesa per preparare la guerra.

World military expenditure, by region, 1988–2021. Data and graphic: SIPRI


Il nucleare irrompe di nuovo prepotente nel dibattito mondiale e così abbiamo chiesto a Piergiorgio Pescali di “rassicurarci” di fronte a Zaporizhzhia, alle scelte iraniane, alle minacce neanche velate di Putin. Ricercatore per l’Aiea, Pescali ha visitato tutte le centrali nucleari più famigerate, conosce il mondo del nucleare con obiettiva precisione, riporta dati. Possiamo continuare a preferire un mondo meno nucleare, ma gli argomenti di Pescali provengono da una conoscenza dall’interno degli ambienti saturi di atomi, rimane ampio spazio per preferire soluzioni alternative ma non si può prescindere dalle sue conoscenze che ci illustra in questo podcast proveniente da una puntata di Bastioni di Orione su Radio Blackout, cercheremo di approfondire ulteriormente il côté eminentemente militare dell’applicazione nucleare, che qui trova una ottima introduzione:

Settembre

29 settembre

  • L’obliquo  gioco di Embarghi e Sanzioni

    L’ipocrisia è palese ogni volta che si parla di embarghi che vanno applicati o deroghe agli stessi: diventa un gioco evidente che risponde al bisogno di trovare una spiegazione per una consegna disattesa per dare un segnale di scelta di campo o per sancire un’alleanza rimuovendo sanzioni e rifornendo così stati criminali con armi micidiali.

  • Da un lato si può senz’altro condividere il rifiuto della fornitura di 16 elicotteri Mi-17 da parte del governo Marcos-Duterte appellandosi a sanzioni, che servono per affrancarsi dall’abbraccio russo e schierarsi sul fronte indopacifico dalla parte americana. Ma il vero problema è che comunque finora – e forse sottobanco ancora adesso – i Filippini si approvvigionavano dagli arsenali russi e ora, senza mezzi termini stracciano un contratto con una semplice dichiarazione: «I cambiamenti di priorità resi necessari dagli sviluppi politici globali hanno portato alla cancellazione del progetto da parte della precedente amministrazione» (“BangkokPost”). E comunque gli Usa hanno offerto alternative al bisogno di elicotteri di Manila.
  • Sempre nell’area indopacifica si trovano nei primi giorni di ottobre nuove liste di ditte cinesi sanzionate dal Dipartimento della Difesa (“South China Morning Post”), che colpiscono chirurgicamente imprese produttrici di droni, ma – attenzione! – che si trinceravano dietro la duplice funzione bipolare, dove la vocazione “civile/militare” era una palese foglia di fico, ma in mezzo a tante altre produzioni orientali come occidentali. In questo caso si tratta di DJJ Technology, il più potente costruttore di droni al mondo con sede a Shenzen. Ma la duplice funzione è condivisa da tutte le ditte costruttrici di armi… o altri marchingegni apparentemente innocui come il Parrot Anafi della DJJ.
  • Un’altra richiesta di cancellazione di embargo sulle armi che è un’evidente necessità di alleanza – o almeno neutralità – è quella da parte di Abyi che si fa latore per conto della Somalia di Mohamud (legato mani e piedi al regime di Ankara, ma anche con l’Egitto, che ha un contenzioso pericoloso con Addis Abeba per la diga Gerd) di questa istanza, come riporta “Meridiano42”. Se Abyi riuscisse nell’intento disinnescherebbe una alleanza scomoda di Mogadiscio, soprattutto durante la guerra in corso contro il Tigray. Dunque gli embarghi risultano utili in particolare come merce di scambio e strategie diplomatiche, mentre il regime somalo non riesce ad avere ragione di al-Shabaab.
  • Il fatto che embarghi e sanzioni siano unilaterali li rende un’arma esclusiva dell’Occidente; infatti diventa offensiva la consapevolezza che il paravento delle sanzioni è un gioco affaristico, come quello del governo tedesco di Scholz, che approvando le esportazioni di armi verso Riyad ha interrotto l’embargo deciso nel 2018, a causa del ruolo saudita nella guerra in Yemen (“perplessità sulla vocazione democratica della famiglia saudita poi ribadite con l’assassinio di Khashoggi). Tutto rientra nel bisogno energetico scatenato dalla crisi sarmatica, come scrive “Anbamed” il 30 settembre:

 «L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, ha assunto un ruolo ulteriormente importante nel garantire fonti di energia per i paesi europei, dopo le sanzioni contro la Russia e lo stop di Mosca alle esportazioni di gas e petrolio. Uno dopo l’altro i capi di Stato occidentali si sono prostrati alla corte di Mohammed Bin Salman: prima di Scholz, Biden e Macron».

  • Mediapart” aveva rivelato il 24 settembre i garbugli internazionali che andavano permettendo al colosso di Monaco Hensoldt di aggirare l’embargo attraverso filiali straniere e di un accordo franco-tedesco.
  • Gli Usa avevano già stipulato accordi con la famiglia saudita per realizzare una rete di droni marittimi in funzione anti-iraniana insieme a Israele nel quadro degli Accordi di Abramo trumpiani e sfruttati dalla amministrazione Biden, come riportava il “Wall Street Journal”, un modello che Washington intenderebbe collaudare in Medio Oriente per esportarlo nel resto del mondo: entro la prossima estate US Navy prevede di poter contare su uno stormo di 100 piccoli droni di sorveglianza M5D-Airfox – forniti da vari paesi – che opereranno dal Canale di Suez in Egitto fino alle acque al largo della costa iraniana e forniranno informazioni a un centro di comando in Bahrein, sede della Quinta Flotta degli Stati Uniti. Evidente la necessità di operare un monitoraggio della tecnologia nucleare di Tehran.
    I droni attualmente in fase di test sono disarmati. Ma gli analisti della difesa si aspettano che la Marina si muova verso l’equipaggiamento di alcuni di essi con armi in futuro; tutto ciò nasce dalla preoccupazione per l’espansione dell’influenza dell’Iran in una delle rotte economiche più importanti del mondo. Teheran ha schierato navi e sottomarini equipaggiati con droni aerei.
    Invece la Marina degli Stati Uniti sta testando una serie di imbarcazioni senza pilota, tra cui una che assomiglia a un motoscafo e può raggiungere una velocità di quasi 90 miglia all’ora. Sta anche lavorando con droni aerei tipo Predator e con il Saildrone, che può rimanere in mare per sei mesi.
  • Saildrone

28 settembre

  • Il giro promozionale del sistema di artiglieria più desiderato

    Un sofisticato meccanismo logistico di trasporto “moltiplica” l’utilizzo dei sistemi lanciamissili aviotrasportati Himars, laddove è richiesto l’impiego immediato.
    Sistemi missilistici mobili in uso contemporaneamente grazie al delivery del sistema di arma a cui inneggiano le truppe ucraine per la risoluzione di situazioni difficili. Per ora il sistema di consegna aviotrasportato sta attuando un giro promozionale

  • L’High Mobility Artillery Rocket System (l’ormai mitico Himars) ha sparato martedì 27 settembre nel Grande Nord della Svezia durante una missione di breve durata iniziata ore prima con le truppe che hanno preso il volo a bordo di un C-130 per operazioni speciali partito dalla base aerea di Ramstein, in Germania. La missione è stata simile a quella effettuata giorni prima in Lettonia, dove gli Himars  americani sono stati inviati a sostegno delle esercitazioni di preparazione al combattimento nei paesi baltici. La Lituania  aveva già richiesto (a luglio quando Riga chiese di acquistare sistemi missilistici di difesa costiera e anche l’acquisto di sistemi di difesa aerea a medio raggio, valutando in 763 milioni di dollari gli stanziamenti in spese militari per il 2023).  una fornitura di Himars nel quadro di un cofinanziamento tra i paesi baltici per acquisti dalla Difesa americana; Durante l’estate, gli artiglieri statunitensi hanno fatto lo stesso in Danimarca. Questo ipermovimento è utile anche per lanciare segnali al “nemico”. Questa strategia di dimostrazione di muscoli, promozione commerciale e collaudo per eventuale delivery in situazione di guerra dichiarata è ben descritto da “Stars&Stripes”.

Il Pentagono ha annunciato mercoledì che stipulerà un contratto con l’industria per 1,1 miliardi di dollari in aiuti militari all’Ucraina, compresi 18 sistemi di razzi di artiglieria ad alta mobilità e altre armi per contrastare i droni che la Russia ha usato contro le truppe ucraine. (“DefenseNews”).

Le nuove armi e attrezzature, fornite nell’ambito dell’Iniziativa per l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina, sono destinate a soddisfare le esigenze di Kiev a medio e lungo termine e potrebbero richiedere dai sei ai 24 mesi per arrivare. L’amministrazione Biden, che ha stanziato aiuti per 17 miliardi di dollari per l’Ucraina, ha utilizzato l’autorità presidenziale di drawdown per inviare le armi più rapidamente. L’ultimo contratto comprende 18 Himars della Lockheed Martin, ma anche 12 Titan per il contrasto dei droni di fabbricazione iraniana adottati da Mosca; 20 radar multi-missione in grado di tracciare i colpi di artiglieria e di mortaio, tra gli altri oggetti in volo (l’approvvigionamento di radar è centrale in molti accordi di acquisto); 300 Humvee, i camion per trasporto di attrezzature e ordigni: evidentemente si prevede che la guerra si protrarrà almeno per un paio di anni; gli ucraini hanno ricevuto 16 Himars direttamente dal Pentagono e altri 10 dagli stati europei.

Sfruttando l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico, il Titan è in grado di operare in modalità opzionale e di aumentare autonomamente le contromisure in qualunque situazione in cui sia individuato un ordigno volante

«Si tratta di un investimento davvero consistente, destinato a far sì che l’Ucraina disponga di ciò che le serve per il lungo periodo, per scoraggiare le minacce future», ha dichiarato un funzionario del Pentagono. «Ma non esclude in alcun modo che continuiamo a investire nelle loro forze attuali con capacità che sono disponibili oggi e che possiamo attingere oggi dalle scorte statunitensi»


  • Il vertice di Bruxelles

  • Nel frattempo a Bruxelles si sono riuniti per la prima volta i Direttori nazionali degli armamenti dei Paesi membri del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, coordinati dal sottosegretario alla Difesa per l’acquisizione e il mantenimento degli Stati Uniti, William A. LaPlante. Alla riunione, a cui ha partecipato anche il Segretario generale della Difesa italiano, generale Luciano Portolano, erano presenti i rappresentanti di 45 nazioni, dell’Unione europea e della Nato, ed è servito ad affrontare le sfide della base industriale della difesa e sulle opportunità di aumentare la produzione di capacità critiche per la difesa a lungo termine dell’Ucraina. Formiche.it riportando la notizia del nuovo coordinamento dei paesi dediti al sostegno di Kyiv, aggiunge anche che lUcraina si rifornirà di sistemi missilistici Himars direttamente dal produttore, quindi trattando direttamente con Lockheed Martin sgravando l Pentagono dal bisogno di fornire con propri sistemi il paese belligerante (non è chiaro chi paghi i sistemi: cioè da dove Zelensky prenda i soldi per onorare tutte queste forniture direttamente dal produttore), permettendo una catena di rifornimenti sostenibile a lungo termine. La decisione, inoltre, riduce lo sforzo imposto agli arsenali Usa per rifornire le difese ucraine ma soprattutto di aggirare la burocrazia (e il controllo) del Congresso.
  • Questo sotterfugio fa parte di un braccio di ferro tra Pentagono e Congresso che si rinnova periodicamente e in periodi di inflazione durante un impegno bellico produce tensioni come quelle descritte da “DefenseNews”, quando le pressioni del Congresso sul Pentagono per mitigare gli effetti dell’inflazione si ritorcono contro i parlamentari (e le loro lobbies in contrasto con il desiderio militarista di una quantità sempre maggiore di giocattoli)

Perché i contratti di appalto pluriennali sono raramente approvati dal Congresso? Il personale addetto agli stanziamenti non vuole rinunciare al potere di mettere in discussione le spese negli anni successivi, e i membri scelgono di non scavalcare il potente personale

  • Il Dipartimento della Difesa americano apparentemente sta proponendo soluzioni per rispondere alla richiesta di fornire “sgravi contrattuali straordinari” alle aziende con contratti a prezzo fisso che stanno subendo l’inflazione al 9%; in realtà sfrutta la situazione perché proprio LaPlante ha invitato a dare ai federali una maggiore autorità per negoziare contratti di approvvigionamento pluriennali per munizioni e sistemi missilistici, eliminando la necessità di negoziare i contratti ogni anno con il Congresso (sottraendogli il controllo sulle forniture), mantenendo le linee di produzione “calde”, migliorando la capacità americana di rifornire le scorte svuotate dalla guerra in Ucraina. Secondo il Pentagono gli appaltatori hanno bisogno di stabilità per produrre sistemi a ritmi significativi per periodi di tempo prolungati. I dollari prevedibili generano stabilità e il modo più facile per ottenerla sarebbero i contratti di approvvigionamento pluriennali nell’ottica guerrafondaia più estremista e che quindi prevede una guerra aperta di lunga durata.
  • Contratti pluriennali: gli appaltatori si assicurano ordini quinquennali

  • Con questa autorità, gli appaltatori hanno una fonte di finanziamento costante, che segnala che i loro prodotti saranno acquistati per anni e crea un incentivo a investire nella forza lavoro, nella ricerca e nello sviluppo e nelle strutture della propria azienda costruttrice di armi, che poi dovranno essere usate e distrutte per continuare a mantenere elevata la richiesta e ottemperare al contratto.
  • Il sommergibile russo Yasen-M è più lungo del Virginia Block ma porta tubi per il lancio verticale di missili più piccoli, così l’imbarcazione americana può trasportare 40 missili Cruise della classe Tomahawk contro i 32 degli avversari russi

  • Un fulgido esempio del giro di affari che può rendere a uno o all’altro dei soggetti in commedia è il missile Tomahawk Block IV. Un contratto di approvvigionamento pluriennale contenuto nella legislazione sugli stanziamenti per l’anno fiscale 2004 ha portato a una produzione di circa 357 missili all’anno, con un prezzo medio di 1,4 milioni di dollari per missile in dollari dell’anno fiscale 2002. Dopo 16 anni, il Pentagono sta nuovamente acquistando lo stesso missile Tomahawk, ma questa volta senza un contratto pluriennale. Dall’anno fiscale 20 all’anno fiscale 22, il Dipartimento della Difesa ha acquistato circa 94 missili all’anno a un prezzo medio di 2,9 milioni di dollari per missile, con un aumento del 107.
  • Per l’anno fiscale 2023 questa procedura è stata approvata solo per il cacciatorpediniere guidato classe Arleigh Burke.
  • Nonostante l’ovvia necessità di acquisti sostenuti di munizioni, nelle tranche di aiuti all’Ucraina approvate dal Congresso dall’inizio della guerra non sono stati approvati appalti pluriennali.

“I dollari prevedibili generano stabilità e i contratti di approvvigionamento pluriennali dovrebbero essere il veicolo per ottenerla”

Costretta a una pianificazione annuale, l’industria della difesa rischia di non fare gli investimenti necessari oltre l’orizzonte di un anno secondo i sostenitori della filiera produttiva, considerando che altrimenti non s’incentiverebbero le aziende a migliorare la capacità e a ridurre i costi. Un modo in cui il Pentagono ha cercato di aggirare questo controllo è stato quello di stipulare contratti per un anno in cui sono stati stanziati dei fondi e poi avere una serie di opzioni per rinnovi automatici di un anno, con l’intento di triplicare la produzione di artiglieria, per le armi che i combattenti usano quotidianamente – le bombe, i missili, i razzi… (praticamente Dr. Strangelove).


Nel corso della riunione di Bruxelles, i direttori degli armamenti sono giunti a indicare la volontà di avviare dei gruppi di lavoro volti a definire strategie multinazionali per risolvere i problemi della catena di approvvigionamento e aumentare la produzione di armi che potrebbero essere inviate in Ucraina. La delegazione statunitense ha illustrato i propri piani per aumentare la produzione di armi a lungo raggio basate a terra, sistemi di difesa aerea, munizioni aria-terra e altre capacità. E così si torna all’inizio della scheda su questi Himars portati in giro come i carri armati di Mussolini: infatti Lockheed Martin non riesce a soddisfare la richiesta di Himars e secondo “BusinessInsider” è in cerca di aziende in grado di costruire più di 100 Himars all’anno: l’Esercito prevede un programma quinquennale che richiede quasi 500 nuovi HIMARS, attualmente costruiti dalla Lockheed Martin. Per gli anni fiscali dal 2024 al 2028, l’Esercito prevede un minimo di 24 nuovi lanciatori all’anno e un massimo di 96, per un totale di 120-480 in cinque anni. L’aggiunta di 480 nuovi lanciatori raddoppierebbe quasi la dotazione mondiale di Himars. L’esercito statunitense ne ha 363 e il Corpo dei Marines altri 47. L’Esercito ha dichiarato nel 2021 – prima che la Russia attaccasse l’Ucraina – che avrebbe cercato di aumentare la sua forza a 547 Himars. La Romania ha 18 Himars e l’approvazione degli Stati Uniti per acquistarne fino a 54. Singapore ha 18 lanciatori e la Giordania 12. Singapore ha 18 lanciatori e la Giordania 12. Oltre all’Ucraina, forse l’acquirente più importante sarebbe Taiwan, che ha in programma di ordinare 29 Himars.

27 settembre

  • Littoral Freedom-variant

  • Fincantieri aveva ottenuto l’appalto per la serie Lcs (Littoral Combat Ships) attraverso la controllata Marinette Marine Corporation, all’interno del consorzio guidato da Lockheed Martin Corporation, la prima nave multiruolo fu la Freedom (che poi ha dato nome alla variante) nel 2008. La consegna approvata dalla Marina militare americana in settembre è la dodicesima fregata, la USS Cooperstown LCS-23, l’importo per la quale si legge su “AdriaEco” del 2015 avrebbe dovuto essere fissato in 279 milioni di dollari, saldati alla consegna… ma ora nessuno ha fatto cenno all’effettiva somma conferita nelle casse di Fincantieri.
  • «Il prossimo passo per Cooperstown è la cerimonia di inaugurazione a New York, seguita dal trasferimento nel suo nuovo homeport di Mayport», questo l’incipit trionfalistico di “ShipMag” nel dare notizia del varo.


  • Scheda tecnica

  • LCS è una nave progettata sia per le attività di sorveglianza e difesa delle coste che per le operazioni in acque profonde, per affrontare minacce asimmetriche quali mine, battelli diesel silenziosi e navi di superficie veloci. Le unità sono allestite in base ad una logica modulare, ed i vari moduli possono essere adattati a seconda del tipo di missione. Le unità della classe LCS hanno una velocità massima di oltre 40 nodi e si configurano come tra le navi militari monoscafo più veloci al mondo.
  • LCS è una piattaforma veloce, agile e focalizzata sulla missione progettata per operare in ambienti costieri e oceanici aperti. Facile immaginare una destinazione d’uso in funzione antiterrorismo, contro i migranti e antinarcos, anche considerando che i porti a cui sono assegnate sono sparsi lungo tutte le coste interne degli Usa, dove dovranno operare queste che sono a tutti gli effetti navi da guerra, come dalle informationi tecniche di Fincantieri:
  • COMBAT SYSTEM

    Capabilities on the LCS in all configurations include self-defense, navigation and C4I.

    SELF-DEFENSE FEATURES INCLUDE:

    • RAM (Rolling-Airframe Missile) Launching System

    • 57 mm Main Gun

    • Mine, Torpedo Detection

    • Decoy System

  • I precedenti
      • USS Minneapolis St. Paul LCS-21 (2021)USS Cooperstown LCS-23 (2021)
      • USS Freedom LCS-1 (2008)USS Fort Worth LCS-3 (2012)USS Milwaukee LCS-5 (2015)USS Detroit LCS-7 (2016)USS Little Rock LCS-9 (2017)USS Sioux City LCS-11 (2018)USS Wichita LCS-13 (2018)

        USS Billings LCS-15 (2019)

        USS Indianapolis LCS-17 (2019)

        USS St. Louis LCS-19 (2020)

        USS Minneapolis St. Paul LCS-21 (2021)

        USS Cooperstown LCS-23 (2021)

        USS Canberra LCS-30 (2022)

        USS Santa Barbara LCS-32 (2022)

    • Interessante notare l’accelerazione nelle consegne e diverse altre varianti Freedom sono in costruzione presso il cantiere navale Fincantieri Marinette Marine, nel Wisconsin. La consegna della futura USS Marinette (LCS 25) è prevista per l’inizio del 2023. Altre navi in ​​varie fasi di costruzione includono le future navi USS Nantucket (LCS 27), USS Beloit (LCS 29) e USS Cleveland (LCS 31). LCS 31 sarà l’ultima LCS variante Freedom informa “AreaDifesa”.

21 settembre

  • Pavloviana reazione alle minacce nucleari del non bluff di Putin

    La reazione immediata del sistema neoliberista di cui fa parte la Russia stessa e il mondo intero alla mobilitazione ordinata dal Cremlino è stata un’immediata ascesa dei titoli legati alla Difesa e Sicurezza nel listini di borsa europei, come riporta “Fta. E in prospettiva il mercato sposterà molte risorse finanziarie a sostegno di titoli collegati alla guerra.
    Era ovvio, ma il riflesso pavloviano a fronte dell’escalation è stato immediato e automatico: la paura nucleare ha fatto scattare i rialzi di Leonardo (5,25%), Thales (5,26%), Bae Systems (4,41%) e Rheinmetall (10,14%).

  • I fantastici quattro

  • Leonardo superando area 8 euro ha completato il piccolo doppio minimo disegnato in area 7,50 dall’8 settembre. La figura si appoggia sul 61,8% di ritracciamento del rialzo dai minimi di novembre 2021, si tratta di un sostegno molto rilevante dal quale è lecito attendersi una reazione consistente. Sopra area 8,30 atteso il test di 8,48, lato alto del gap del 29 agosto, poi resistenza a 9 euro circa.
  • BAE Systems ha disegnato dal top di luglio una figura “triangolo” rialzista. La resistenza da battere è quella degli 810 pence, oltre quei livelli target a 900 circa. Solo sotto la base del “triangolo”, a 750, le prospettive di rialzo verrebbero negate, rischio di cali verso i 650 pence.
  • Thales segue un percorso orizzontale ormai dal massimo di aprile. La rottura (se confermata in chiusura di seduta) di area 119, linea mediana della fascia, permetterebbe il test della parte alta dell’intervallo, in area 128 euro. Resistenza successiva a 140 euro circa. Sotto 115 probabile invece il test della parte bassa del trading range, supporto critico di medio periodo, a 110 euro circa.
  • Rheinmetall ha superato a 158 euro la trend line ribassista disegnata dal top di luglio e sta testando in area 167 la media mobile esponenziale a 50 giorni. Il superamento della media, se confermato in chiusura di seduta, aprirebbe la strada a movimenti verso i 200 euro. Solo con la violazione di area 140 emergerebbe nuovamente il rischio di ribassi (target a 120 almeno). Dal 31 dicembre il titolo tedesco ha guadagnato il 130% del suo valore.

In particolare è quest’ultima a guadagnare di più per la decisione da parte del governo tedesco di investire 100 miliardi di euro che quindi ci si aspetta che sia Bundeswehr a spendere in particolare nel paese buona parte del bottino.

Oltre a Thales e Rheinmetall, anche il produttore di Rafale, Dassault Aviation, il produttore di armi britannico BAE Systems, l’italiana Leonardo (l’unico subappaltatore europeo a gestire una linea di assemblaggio finale per l’F-35 di Lockheed Martin) e la svedese Saab, che sviluppa jet da combattimento (“Gripen”) e droni, sono stati tra i maggiori rialzisti della sessione europea di mercoledì 21 settembre. (“LesEchos”).


  • Parallelismi in Borsa

  • Gli annunci di Mosca hanno avuto un immediato impatto sui prezzi del petrolio che «sono tornati a salire portando il Brent a 93 dollari al barile e il Wti sopra 86 dollari al barile e favorendo anche gli acquisti sui titoli dell’industria petrolifera: a Milano in evidenza Tenaris (+3,7%) e Eni (+2,5%) ma anche nel resto d’Europa Total (10,5% al Cac40), Bp, Repsol sono tra i migliori».

MQ-Reaper

3 settembre

  • A un mese dalla “bomba” Nancy sganciata nel Pacifico

    L’ebdomadario di Lorenzo Lamperti da Taipei per China files ha subito un climax qualitativo e quantitativo di notizie sempre più collegate a strategie belliche e produzioni di armi a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, per le evidenti analogie, ma anche le differenze che Lamperti in un pezzo di fine aprile (dove già si citava un invito americano ad aumentare il Budget militare) – riprendendo “The Economist” – enumera insieme alle affinità: con la sua guida ricostruiamo il riarmo nell’Indopacifico nelle ultime settimane.
    Procedendo a ritroso troviamo nella rassegna del 3 settembre situazioni ricorrenti da aprile e che hanno registrato una escalation dopo il provocatorio viaggio di Nancy Pelosi, su cui qualche settimana fa Lamperti nel suo “Taipei Files” registrava l’irritazione dei taiwanesi, che avevano ascritto alla strategia statunitense per alzare deliberatamente la tensione.

  • Stanziamenti e budget

  • Una delle ricorrenze è la richiesta al Congresso da parte della Casa Bianca di approvare la vendita di un pacchetto di armi destinato a Taipei dell’ammontare di 1,1 miliardi di dollari; con il corollario di polemiche, perché tra gli annunci e le consegne passano molti anni. «Il pacchetto, comprende secondo “Politico” 60 missili AGM-84L Harpoon Block II per 355 milioni di dollari, 100 missili tattici aria-aria AIM-9X Block II Sidewinder per dotare gli F-16 per 85,6 milioni di dollari e 655,4 milioni di dollari per l’estensione del contratto per un radar di sorveglianza».
AGM-84L Harpoon Block II

Harpoon Block II è un missile antinave over-the-horizon prodotto da Boeing Defence, Space & Security

  • Soprattutto questa voce relativa ai radar è particolarmente sensibile, come documentato da un dossier pubblicato dal Project2049 Institute ad aprile che sottolinea l’importanza di poter contare su una immediata allerta a fronte di incursioni improvvise. “Formiche.net” segnala che secondo il Dipartimento della Difesa Usa «l’attrezzatura è necessaria per Taiwan per “mantenere una sufficiente capacità di autodifesa” a Taiwan» e corrisponde esattamente alla fornitura che Washington ha assicurato a Kyiv. Infatti, come riporta “Scmp”, il ministro della difesa taiwanese sta cercando 541 milioni di dollari in più per i prossimi 5 anni (guarda caso in linea con gli stanziamenti del Pentagono) per mantenere e sostenere il suo sistema radar di allerta precoce a lungo raggio Pave Paws (Precision Acquisition Vehicle Entry Phased Array Warning System), che secondo il Ministero ha tracciato efficacemente i missili della Pla sparati sopra l’isola il mese scorso; i fondi sono destinati a mantenere le prestazioni operative della stazione radar Leshan dell’aeronautica militare nella contea di Hsinchu, nel nord di Taiwan; ed «è molto importante non solo per dare a Taiwan un tempo di preavviso molto necessario per contrastare gli attacchi missilistici del nemico, ma anche per fornire agli Stati Uniti le informazioni necessarie sui movimenti del Pla».
è un complesso radar di allerta precoce e sistema informatico

Long-range UHF radar di allerta precoce in Leshan.

  • Di recente la stazione ha svolto un ruolo significativo per controllare la traiettoria e i punti di atterraggio degli 11 missili della serie Dongfeng lanciati dall’Esercito Popolare di Liberazione nelle acque su tre lati di Taiwan nel mese di agosto. Costruito dalla Raytheon nel 2003, il sistema di allarme ad arco di fase per l’acquisizione di precisione dei veicoli, del valore di 1,4 miliardi di dollari, è pienamente operativo dal 2013. Situato a un’altitudine di 2600 metri, il gigantesco sistema radar è in grado di rilevare un missile lanciato da una distanza di 5000 chilometri e di seguire i proiettili in movimento in modo estremamente dettagliato, anche da una distanza di 2000 chilometri, un raggio che copre la Cina continentale, il Mar Cinese Meridionale e la Corea del Nord.

Ovvie le rimostranze cinesi per voce di Liu Penguy: «Gli Usa devono smettere di vendere armi a Taiwan poiché qualsiasi contatto militare con l’isola viola il principio di “una sola Cina”». Secondo Pengyu gli Stati Uniti «devono smettere di creare fattori che potrebbero portare a tensioni nello Stretto di Taiwan e dovrebbero dar seguito alla dichiarazione del governo Usa di non sostenere l’“indipendenza di Taiwan”» (RaiNews).

  • Il portavoce dell’Ambasciata cinese ha anche affermato che Pechino continuerà ad adottare misure molto determinate per difendere fermamente la sovranità cinese e gli interessi di sicurezza. A Pechino il Dipartimento di Stato statunitense ha risposto che le vendite sono in linea con la politica statunitense di lunga data di fornire armi difensive all’isola in rispetto della “One China” e ha descritto la «rapida fornitura di tali armi come essenziale per la sicurezza di Taiwan» (Cnn). Proprio l’aggettivo “rapida” è motivo di polemica: infatti i miliardi per approvvigionare con le armi promesse, approvate dal Congresso, prodotte, stanziate… poi vedono una data di consegna procrastinata nel tempo, come nel caso del contratto firmato il 24 agosto per la dotazione di 4 droni, la cui operatività nello Stretto di Taiwan è prevista per il… 2029 (“FocusTaiwan”, 30 agosto).E allora viene da pensare che si tratti di una messinscena – per ora – che intende contenere da parte americana una Cina che sarebbe più ostile se indebolita politicamente ed economicamente e se Xi dovesse perdere la leadership al congresso di ottobre che sta preparando da un paio di anni, ma che sarebbe altrettanto aggressiva se molto ringalluzzita da strumenti di guerra incontrastabili, mancanza di reazioni o di provocazioni mal recitate (stile Pelosi) e potendo contare su alleanze importanti

  • Droni e sistemi per difendersi da incursioni Uav

  • Un altro tassello collocato dall’industria delle armi a Taiwan è la corsa ai sistemi di difesa dai droni più sofisticati (persino ipersonici).
  • Il governo di Taipei ha deciso di incrementare la propria spesa militare del 14 per cento, arrivando al 2,4 per cento del Pil (“Scmp”). Taiwan infatti è indotta a stanziare anche un proprio budget nel settore della Difesa, parallelo a quello imposto dalle forniture Usa: giunge infatti notizia di un sistema di produzione propria. Secondo “Scmp” Taiwan ha in programma di dispiegare un sistema di difesa contro i droni da 143 milioni di dollari sulle sue 45 isole offshore per evitare le frequenti incursioni da parte dei droni della Cina continentale, una mossa sottolineata dall’abbattimento di un drone non identificato il 1° settembre; finora si tratta di droni non militari, «senza logo identificativo», come riporta Lamperti su “il manifesto”, spiegando la situazione sulle isole più vicine al Fujian (arcipelago di Kinmen, a una ventina di chilometri dalla costa cinese), dove sempre più spesso volano questi disarmati droni ambigui, perché ufficialmente non si sa a chi appartengano: « Un’ambiguità sulla quale l’altra sponda dello Stretto sembra voglia giocare, in accordo con la strategia d’estensione dell’area grigia. Obiettivo: degradare i sistemi di difesa e disturbarne il contingente militare, esercitando pressione psicologica sull’opinione pubblica. E, ovviamente, presentare un rebus sui protocolli di risposta. Un conto cosa sarebbe abbattere un drone civile e un’altra abbatterne uno militare».
    Il sistema di difesa con veicoli aerei senza pilota controllati a distanza (Uav) è stato sviluppato dal National Chung-Shan Institute of Science and Technology (Ncsist), il principale ente di ricerca e sviluppo militare dell’isola, i cui altri prodotti includono i missili di difesa aerea Sky Bow e i missili antinave Hsiung Feng. Il radar di ricerca del drone è in grado di rilevare un Uav in avvicinamento identificandolo grazie a una telecamera e al rilevamento delle frequenze. Quando è chiaro che l’intruso è un drone nemico, un sistema di disturbo elettronico ne interrompe i comandi prima che un drone di recupero Asrd catturi l’invasore con una rete.
MU-1612 Uav taiwanese

I prototipi di Teng Yun, contrassegnati con le sigle MU-1611 e MU-1612, ognuno dei quali misura 8 metri di lunghezza con un’apertura alare di 18 metri, possiedono specifiche ufficiali che indicano come i veicoli aerei hanno un raggio d’azione superiore a 1000 chilometri, una durata di volo di 24 ore e un tetto massimo di 7620 metri.

  • A maggio il ministero ha firmato un accordo con l’Ncsist per il primo lotto di sistemi di difesa al costo di 657 milioni di dollari; dovrebbero essere installati nel 2023 dando priorità alle postazioni nelle isole offshore per affrontare le “minacce della zona grigia”.
  • Un altro approccio diffuso è quello di utilizzare i droni per contrastare altri droni. Il Coyote di Raytheon ne è un esempio. Quando vola vicino al suo bersaglio, fa esplodere la sua testata per distruggere il bersaglio o lo colpisce per annientarlo senza esplodere.
  • Con l’intensificarsi della propria presenza intorno a Taiwan, il Pla ha aumentato la frequenza dei voli Uav nell’area. In un caso recente, il Ministero della Difesa giapponese ha riferito di aver avvistato un drone da combattimento e ricognizione TB-001 a media altitudine e lungo raggio (Male) al largo della costa orientale di Taiwan.

  • Il TB-001 Twin-Tailed Scorpion ha una velocità massima di oltre 300 km/h, un tetto massimo di 8000 metri, un raggio d’azione di 3000 chilometri e una autonomia di 35 ore.
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Il 24 ottobre Israele ha bombardato i siti iraniani che riforniscono di armi la Russia: una scelta di campo precisa e non scontata, visti i rapporti tra le due potenze militari di reciproca tolleranza e spesso di collaborazione a prescindere da qualunque considerazione morale, che arriva a otto mesi dall’inizio della invasione dell’Ucraina.
Infatti è prassi per i governi di Tel Aviv intrattenere traffici con le peggiori dittature e i regimi più brutali, rifornendoli – spesso in gran segreto – di sofisticati sistemi di morte. Attingendo anche a un recente dossier pubblicato su “Haaretz” a firma dell’attivista Eitay Mack e ai dossier dell’attivismo di Justice for Myanmar, Eric Salerno ricostruisce la storia emblematica dei rapporti tra Israele dalla sua nascita con  Burma-Myanmar. Sul filo di eventi di sessant’anni fa si vede in tralice come il sistema della condivisione di armi e sistemi bellici con i regimi più autocratici sia rimasta invariata per Israele fin dalla sua fondazione; e un nuovo rapporto sull’uso di armi biologiche nel 1948 da parte dell’Haganà per avvelenare interi villaggi arabi in Palestina confermerebbe questa predisposizione. «Le cose da allora non sono cambiate», chiosa Eric, ed è interessante andare a scoprire i meccanismi ripetuti fino a oggi, che forse non a caso ora sono oggetto di studi accademici seri e circostanziati come quello di Benny Morris della Ben Gurion University e Benjamin Z. Kedar della Hebrew University di Gerusalemme sulla Guerra biologica dei sionisti.


«Sapevano, o avrebbero dovuto sapere, di essere coinvolti nella corruzione e nella cospirazione in Myanmar»

Così scrive Eitay Mack a proposito di una società in Myanmar implicata in crimini e corruzione – i cui responsabili ai massimi livelli sono stati arrestati in Thailandia con l’accusa di riciclaggio di droga e denaro. Avrebbe svolto un ruolo da intermediario tra gli esportatori di armi israeliani e la brutale giunta militare che governa il paese secondo i documenti svelati da Justice for Myanmar. Gli alti dirigenti della società mantengono legami d’affari e familiari con esponenti di spicco della giunta e dell’esercito del Myanmar. La Gran Bretagna ha imposto sanzioni alla società, Star Sapphire Trading, per i suoi legami con l’esercito di Naypyidaw durante la pulizia etnica dei Rohingya.

I documenti trapelati, e di cui l’organizzazione è entrata in possesso, sono oggetto di una lettera inviata dall’avvocato israeliano Eitay Mack al procuratore generale Gali Baharav-Miara, chiedendo l’avvio di un’indagine contro l’industria aerospaziale israeliana, Elbit e Cantieri navali israeliani per aver procurato sistemi d’arma usati per crimini contro l’umanità e genocidio , e contro figure di spicco dei ministeri della Difesa e degli Affari Esteri, incaricate di supervisionare, regolamentare e approvare commercializzazione ed esportazione di quei sistemi d’arma in Myanmar. Risulta che siano stati trasferiti a Tatmadaw anche droni, venduti da Elbit Systems e usati per commettere crimini di guerra, e i pattugliatori veloci Super Dvora MK III venduti da IAI (entrambe compagnie pubbliche controllate dal governo israeliano).

La tradizionale (e criminale) cooperazione militare

La denuncia è sempre la stessa. E l’alleanza Israele-Myanmar è soltanto un tassello di un quadro molto più vasto e inquietante. Tutti i governi israeliani, da quando è stato fondato lo stato nel 1948, hanno visto la corruzione di alcuni eserciti, certe guerre civili, la violenza di taluni regimi dittatoriali come una importante opportunità diplomatica per Israele e affaristica per l’esercito di quel paese mediorientale nonché per le industrie militari israeliane. Uno dei casi più eclatanti è stato recentemente raccontato sul quotidiano di Tel Aviv, “Haaretz”, da Eitay Mack, avvocato e attivista per i diritti umani, che ha analizzato 25.000 pagine degli archivi del ministero degli Esteri di Gerusalemme recentemente resi pubblici. Quello che deriva è un comportamento, o meglio una politica, che va avanti da sempre. Da pochi anni dopo la sua nascita, Israele infatti ha mantenuto relazioni militari con il paese asiatico che si chiamava Burma all’epoca e soltanto dal 1989 è noto come Myanmar.

«Una guerra civile assassina? Tortura? Massacro? Per Israele è terreno fertile per la cooperazione»

Riproponiamo qui con lo stesso ruolo uno dei sottotitoli del lungo e circostanziato articolo pubblicato dal quotidiano di Tel Aviv nel quale Mack, citando documenti ufficiali, dimostra come Israele ha armato, addestrato e per decenni rafforzato i regimi militari del Myanmar.

«Israele ha aiutato l’esercito a riorganizzarsi come una forza moderna, lo ha armato e addestrato e ha contribuito in modo drammatico a costruire la sua potenza e consolidare la sua presa come l’elemento più potente del paese. Quel potere inizialmente permise all’esercito di gestire il paese da dietro le quinte, e in seguito di rimuovere la leadership civile e forgiare una varietà di diversi regimi militari».

Mack è preciso, le carte che cita ufficiali e circostanziate. Non interessava ai successivi governi israeliani, scrive, che l’aiuto militare non fosse inteso a scopo di difesa contro nemici esterni, ma fosse usato per fare la guerra contro gli abitanti di quei paesi: «In tutte le migliaia di pagine, che coprono 30 anni di relazioni, non c’è nemmeno un rappresentante israeliano che esprima un’obiezione alla vendita di armi al Myanmar». Vale la pena riprendere alcune delle affermazioni di Mack tratte dalla documentazione ufficiale.

«Un cablogramma inviato dall’ambasciatore israeliano in Birmania nel dicembre 1981 riassume bene l’essenza delle relazioni tra i paesi dal 1949. L’ambasciatore, Kalman Anner, ha riferito al direttore dell’Asia Desk del ministero degli Esteri di aver incontrato il ministro degli Esteri birmano nel tentativo di persuaderlo a sostenere Israele nelle votazioni delle Nazioni Unite. “Israele è uno dei paesi più amichevoli con la Birmania, e la Birmania è un paese estremamente amichevole con Israele”, scrisse nel 1955 Mordechai Gazit, membro dello staff dell’ambasciata israeliana a Rangoon (ora Yangon), mentre riferiva di un incontro con il capo segretario del primo ministro birmano U Nu. “[Il segretario capo] ha osservato che i due paesi stanno cooperando strettamente nell’arena delle Nazioni Unite. Spiegando da dove deriva questa amicizia, ha notato che Israele e la Birmania sono gli unici paesi socialisti in Asia”».

La parola “socialismo” fu ampiamente usata, direi abusata, per giustificare la vicinanza politica dei due paesi: «Un cablogramma – scrive Mack – fu inviato al primo ministro David Ben-Gurion dal ministero degli Esteri nel settembre 1952 in cui affermava che la guerra civile in Birmania aveva causato fino ad allora 30.000 vittime e che “il 55% del bilancio statale è stanziato fino a oggi per scopi di difesa”».

Parlamento birmano negli anni Cinquanta

Gli accordi del 1955

Nel 1955, i due paesi arrivarono a un accordo: armamento massiccio e addestramento militare, in cambio di spedizioni annuali di migliaia di tonnellate di riso dalla Birmania. La corrispondenza vista da Mack e resa pubblica in Israele offre un quadro preciso e dettagliato dell’accordo. Da Tel Aviv, in cambio delle spedizioni di riso, sono arrivati nell’ex Birmania 30 aerei da combattimento, munizioni, 1500 bombe al napalm, 30.000 canne di fucile, migliaia di ordigni di mortaio e equipaggiamento militare, dalle tende all’attrezzatura per il paracadutismo. Inoltre, dozzine di esperti israeliani venivano inviati in Birmania per addestrare i soldati mentre ufficiali dell’esercito birmano furono condotti in Israele per un’istruzione completa sulle basi dell’Idf. Dai documenti risultano l’addestramento dei paracadutisti e quello per i piloti di caccia dell’aviazione birmana. In collaborazione con l’esercito birmano, Israele ha anche fondato in Myanmar società di navigazione, agricoltura, turismo e costruzioni.

«I birmani menzionavano spesso il grande aiuto che ricevevano da noi», risulta questo scritto da un delle carte del ministero degli Esteri, Shalom Levin, un diplomatico israeliano a Rangoon, inviata al direttore generale del ministero della Difesa Shimon Peres nel dicembre 1957. «L’equipaggiamento arrivava proprio quando ne avevano bisogno, per le operazioni contro i ribelli».

La società militarizzata, un modello targato Idf

Risulta che Israele abbia istituito una scuola per il combattimento aereo e terrestre in Birmania e la Birmania attinto all’assistenza di Israele per organizzare il suo esercito sulla base del modello dell’IDF di una divisione in corpi e in forze regolari e riserviste. Una serie di cablogrammi inviati alle legazioni israeliane nell’Asia orientale e citate da “Haaretz” ha fornito dettagli su una delegazione birmana di alto rango che era venuta in Israele per «imparare i metodi dell’Idf». La delegazione ha visitato una base di assorbimento e addestramento, il produttore di armi Israel Military Industries, basi di addestramento per l’amministrazione militare e per le nuove reclute, il comando centrale, una brigata di fanteria e il corpo di artiglieria. Inoltre, secondo un documento, «ufficiali di stato maggiore sono stati inviati per studiare la questione della mobilitazione della manodopera in Israele, i metodi di mobilitazione, la legge sul servizio di difesa [coscrizione obbligatoria] e simili».

Nel 1958 all’ombra di una profonda crisi politica ed economica e sullo sfondo della guerra civile in corso – infuriava da un decennio – il governo birmano crollò e subentrò un regime guidato dal gen. Ne Win. «L’esercito sta prendendo il controllo di molte aree della vita», ha scritto Zvi Kedar, il secondo segretario dell’ambasciata israeliana a Rangoon, in un cablogramma del dicembre dello stesso anno. «La stessa stampa è stata anche colpita dalla promulgazione di leggi di emergenza che limitano la libertà di scrittura… Sono stati effettuati ampi arresti tra i leader di gruppi di sinistra che hanno legami con i ribelli».

Ben Gurion passa in rassegna le truppe con Ne Win nel 1959

Israele, tuttavia, ha visto dei benefici nell’arrivo di un generale a capo del governo:

«Nonostante le numerose crisi interne che hanno afflitto la Birmania negli ultimi anni, l’amicizia Israele-Birmania rimane salda ed è stata in realtà notevolmente rafforzata nell’ultimo anno, da quando il governo è effettivamente passato nelle mani dell’esercito», ha scritto un ministero degli Esteri del giugno 1959. «Gli amici più fedeli di Israele sono principalmente nei circoli dell’esercito».

Ne Win visitò Israele quel mese. Incontro il primo ministro Ben-Gurion e il capo di stato maggiore, il capo della polizia, alcuni ufficiali dell’Idf, ha visitato le basi dell’esercito e, rilevano i documenti ufficiali dell’epoca, ha ricevuto in regalo un centinaio di fucili mitragliatori Uzi. Armi moderne considerate le più efficienti dell’epoca. Mark cita un episodio che definisce particolarmente strano nel coinvolgimento di Israele in Birmania. «I birmani, a quanto pare, consideravano Israele un’ispirazione per i programmi di insediamento di terre e tentavano di insediare personale militare in regioni abitate da minoranze etniche ribelli, nello stile degli avamposti della Brigata Nahal dell’Idf». Un’indagine del giugno 1959 redatta dall’Asia Desk del ministero degli Esteri citava un piano in Birmania per stabilire «locali di insediamento costruiti secondo il piano del distretto di Lachish, nel formato di un moshav dei lavoratori cooperativi israeliani, con i gruppi principali [di coloni] composto da ex militari». Agli esperti agricoli israeliani inviati nel cuore della patria della minoranza etnica shan, che si era ribellata al governo centrale era subito chiaro che la popolazione locale era ferocemente contraria al piano, vedendolo come un tentativo di invasione. «Lo stato Shan non ha assolutamente alcun desiderio per un piano di insediamento birmano o israeliano, e certamente non il nostro piano congiunto», scrisse Daniel Levin, ambasciatore di Israele in Birmania, nel 1958.

Col tempo cambiano i leader, non le prassi

Cambiarono i leader politici ma non la politica e la collaborazione tra il paese asiatico e Israele. «Questa sera l’esercito ha preso il potere», riferì a Gerusalemme in un cablogramma nel marzo 1962 l’ambasciata israeliana in Birmania. «Secondo notizie non confermate, tutti i ministri tranne il primo ministro e i ministri dell’istruzione e delle finanze sono agli arresti domiciliari. Tutto il traffico aereo è stato interrotto. Pattuglie dell’esercito in tutti gli angoli della capitale. Prevale la quiete assoluta». Tre mesi dopo quel colpo di stato, il viceministro della Difesa, Shimon Peres giunse in Birmania per incontrare i vertici del governo militare. «Il signor Peres ha dichiarato a nome del primo ministro che Israele è interessato, come sempre, ad aiutare su ogni argomento e in qualsiasi modo deciderà il generale», si legge in un memorandum.

Poche settimane dopo l’incontro con Peres, Ne Win, a quel punto capo del Consiglio Rivoluzionario, ordinò il massacro degli studenti che stavano tenendo manifestazioni a Rangoon: «I soldati hanno sparato sulla folla», scrisse Michael Elitzur, un consigliere dell’ambasciata israeliana, nel luglio 1962. Raccontò come l’esercito avesse demolito un edificio universitario dove gli studenti si erano barricati. Le autorità hanno fatto in modo che non si tenessero funerali pubblici per le vittime. È stato uno spettacolo scioccante vedere centinaia di persone – molte delle quali genitori e parenti di coloro che sono stati uccisi e feriti – riunirsi nel silenzio più totale intorno al Policlinico… Due giorni dopo, è stata ordinata la chiusura di tutti gli istituti di istruzione in tutto il paese. Elitzur riferì inoltre che i servizi di sicurezza avevano fatto sparire dozzine di altri studenti. I massacri da parte di Tatmadaw non sono mai stati sospesi fino all’ultimo raid –per ora – del 24 ottobre 2022: 4 bombe su un concerto per celebrazione dell’organizzazione per l’indipendenza kachin sganciate da un aereo militare che hanno ucciso 80 persone, ferendone almeno 70.

Kansi, una cittadina del distretto di Hkpant nello Stato nordorientale del Kachin, bombardata dall’aviazione birmana durante un concerto in corso per celebrare la resistenza Kachin il 23 ottobre 2022

Molti altri i documenti citati da Mack che ha rilevato come «La rottura, per periodo breve, del rapporto economico non ha portato Israele a smettere di sostenere la Birmania all’Onu, né ha comportato la cessazione degli aiuti militari al regime. Una parte considerevole delle esportazioni israeliane verso la Birmania è destinata all’esercito birmano (equipaggiamento militare, provviste, prodotti chimici delle industrie militari israeliane e così via)», scrisse Daniel Levin, allora direttore dell’Asia Desk, nel gennaio 1966.

Consiglieri militari, addestratori all’antiguerriglia… e al pogrom

In un cablogramma dell’aprile 1966, l’addetto militare israeliano in Birmania, il colonnello Asher Gonen, chiese l’approvazione al colonnello Rehavam Ze’evi, all’epoca assistente capo della divisione operativa dell’Idf, per un nuovo programma per addestrare i comandanti del battaglione birmano in Israele, con l’obiettivo di combattere i ribelli. Il programma includeva un corso da quattro a sei mesi in Israele con addestramento per una brigata di fanteria e una brigata aviotrasportata, integrazione della difesa territoriale, operazioni con il paracadute, problemi di manutenzione, artiglieria, comunicazioni, combattimento e partecipazione alle manovre. Nel marzo 1966, l’allora capo di stato maggiore Yitzhak Rabin visitò la Birmania. Un anno più tardi – giugno 1967 –, il diplomatico Zeev Shatil, rilevò che «a partire dalle 11:00 [AM], iniziò un pogrom organizzato e sistematico contro i residenti cinesi di Rangoon, che è davvero difficile da descrivere. Gruppi organizzati andavano di casa in casa e di negozio in negozio, buttavano via tutti i loro averi, li ammucchiavano e vi appiccavano il fuoco per le strade. Dalle finestre dei piani superiori sono stati lanciati oggetti in strada e nelle strade sono state date alle fiamme le auto… Fonti, non confermate, parlano di circa 30 morti e più di 100 feriti, alcuni gravemente».

La situazione non migliorò e pochi anni dopo, nel gennaio 1982, un funzionario dell’ambasciata, Avraham Naot, scrisse di aver parlato con un alto funzionario del ministero degli Esteri birmano di un’altra “crisi”: «Era chiaro … che il paese deve fare tutto il possibile per impedire alla popolazione musulmana in Birmania di crescere attraverso l’immigrazione dai paesi vicini». Nel mirino c’erano e ci sono ancora i Rohingya. Israele e Birmania hanno creato un collegamento tra servizi segreti e ambasciata israeliana in Birmania che ha ricevuto una busta dal Mossad contenente materiale di intelligence da trasmettere alla sua controparte birmana in merito alla attività «sotterranea musulmana nel Sudest asiatico [che opera sotto l’ispirazione] dell’Iran e della Libia». Le cose da allora non sono cambiate e nel novembre 2019, Ronen Gilor, ambasciatore di Israele in Myanmar, ha twittato un messaggio di sostegno e auguri di successo ai capi dell’esercito del Myanmar in merito alle deliberazioni in corso contro di loro presso la Corte internazionale di giustizia a L’Aia con l’accusa di genocidio contro il popolo Rohingya. «Incoraggiamento per un buon verdetto e buona fortuna!» Gilor ha scritto.

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La guerra viene con le armi lo spaccio ad agosto https://ogzero.org/studium/la-guerra-viene-con-le-armi-lo-spaccio-ad-agosto/ Mon, 19 Sep 2022 09:46:18 +0000 https://ogzero.org/?post_type=portfolio&p=8943 L'articolo La guerra viene con le armi lo spaccio ad agosto proviene da OGzero.

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Fiera dell’usato, basi e magazzini

Anche questo mese va rubricata una fiera tenutasi dal 14 al 20 agosto ad Armiya, significativa perché, come scrive l’“Atlante delle Guerre”, pur se emblema del degrado del complesso militare-industriale della Federazione russa e disorganizzata come l’esercito russo, avrebbe realizzato ricavi per 7 miliardi e 1500 espositori, riprendendo i numeri di “Kommersant”. Certo che anche il sito ufficiale non riporta immagini, video, articoli, articoli esibiti… la splash page usa immagini del 2021 e per il resto si lancia l’edizione 2023. Una fiera fantasma, da cui però sono trapelate alcune agghiaccianti particolarità nella stringata cronaca di “Diritti Globali”: i numerosi ospiti in arrivo da trentadue paesi sono seguiti da un sofisticato dispositivo di sorveglianza e possono osservare i tremendi progressi raggiunti attraverso il conflitto. La Russia è il secondo produttore di armi del pianeta dietro agli Stati uniti. L’export vale quindici miliardi di dollari all’anno. Dopo il discorso di Putin, Shoigu ha “rassicurato” i presenti sulla possibilità di usare in Ucraina armi nucleari: «Da un punto di vista strategico non è necessario farlo per raggiungere i nostro obiettivi». Infatti la reginetta di questa fiera, in base alle illustrazioni e agli articoli dedicati è un “nuovo” carrarmato ottenuto con un restyling di un blindato di epoca brezneviana: il T-62M, nuovamente modernizzato; “Defense Express” ipotizza un impiego adatto nei contesti siriani e libici: proxy war d’altri tempi.

A latere di Armiya si registrano gli interessi per il gas del Mediterraneo orientale con gli schieramenti contrapposti, le cui ripercussioni si avvertono in ambito militare con moltiplicazione di fronti: cioè da un lato la nuova fornitura di S-400 schierati dalla Turchia “a difesa” del fronte mediterraneo del gas – contesto in cui è esplicitamente alleata di Mosca (pur confinante con la Mesopotamia che vede i due alleati di Astana in reciproca tensione); i russi in cambio dell’operazione di intelligence attraverso gli S-400 (che i turchi schierano contro i greci, alleati nella Nato) pagano con Rosatom la nuova centrale atomica di Akkuyu, versando altri 15 miliardi che, insieme ai 20 promessi dai sauditi nell’inedita convergenza di interessi con Mbs, faranno vincere le elezioni a Erdogan, per continuare a fare affari, anche e soprattutto nel traffico di armi e infrastrutture. “Formiche” dà conto di questa fornitura russa per il secondo esercito della Nato, mettendola in relazione appunto con la corsa al riarmo greco.
Infatti dall’altro lato si assiste alla conseguente ulteriore spirale di armamenti greci con l’aereo spia EMB-145H AEW&C, ma anche e soprattutto con pressioni per il potenziamento di basi a Creta (Souda bay verrà raddoppiata per incrementare il numero di sommergibili) e a Cipro (Akrotiri); a questo proposito gli Usa hanno persino tolto l’embargo sulle armi per Nicosia, imposto nel 1987 per facilitare l’unificazione dell’isola, innescando così la corsa agli armamenti tra le due amministrazioni dell’isola; come se si perseguisse l’accensione di ogni minimo focolaio di guerra che contrappone gli schieramenti.
Questo ci ha spinto a dedicare l’attenzione dell’editoriale di agosto alla profusione e proliferazione di basi, una vera rincorsa in questo periodo in ogni quadrante, in preparazione di probabili interventi repentini in zone di improvvisa crisi. Il “New York Times” dà notizia sempre nell’Ellade di un ripristino dell’hub finora in sonno ad Alexandroupoli, riattivazione che ha scatenato le reazioni di Turchia e Russia.
Ma anche nel braccio di ferro Indopacifico spicca l’annuncio formulato su “Nikkei” dall’ambasciatore filippino di una nuova serie di basi americane nell’arcipelago di Manila, perché è evidente che si inserisce nelle tensioni relative alle esercitazioni del Pla attorno a Taiwan; da quando le forze armate statunitensi cercano di distribuire le forze lungo la cosiddetta prima catena di isole che si estende dal Giappone al Sudest asiatico, l’importanza geopolitica delle Filippine va crescendo e la prospettiva è che entro i prossimi 3 anni gli Usa possano contare su 8 nuove basi nelle Filippine, secondo “Stars and Stripes”.
Ma con la guerra scatenata in Europa orientale le basi assumono il ruolo di deposito e smistamento armi, oltre che di posizionamento al fronte come per i bombardieri Eurofighter italiani dislocati il 29 luglio a Malbork in Polonia a meno di 130 chilometri da Kaliningrad (come informa Antonio Mazzeo). E allora vanno ricordati i campi di smistamento di armi stoccate in Germania, Polonia e in Ucraina stessa, dove il 60 per cento delle forniture non sono arrivate in prima linea perché bloccate – o più spesso – scomparse, come denuncia “Armi e Tiro”. Questo perché la Germania intende mantenere il controllo diretto su sufficienti materiali bellici e non esacerbare ancora di più i rapporti con la Russia.
Ma è soprattutto il territorio polacco che si va trasformando in un magazzino di armi provenienti da tutti i 40 paesi che partecipano al rifornimento antirusso: il 3 agosto i russi hanno distrutto un magazzino di armi destinate all’Ucraina, stoccati a Radejiv nella regione di Lviv; la cellula nevralgica della distribuzione delle armi è il Centro di coordinamento internazionale dei donatori descritta dal “NYT”. Le spedizioni iniziali di armi, tra cui missili antiaerei Stinger e anticarro Javelin, sono arrivate in Polonia e sono state trasportate rapidamente oltre il confine. Ma man mano che vengono donate armi più grandi, pesanti e complesse, i pianificatori militari inviano le spedizioni anche via mare, ferrovia e camion.
A fine luglio il centro aveva spostato più di 78.000 tonnellate di armi, munizioni e attrezzature per un valore di oltre 10 miliardi di dollari, secondo i funzionari militari statunitensi e occidentali. Il centro organizza anche l’addestramento dei soldati ucraini all’uso e alla manutenzione delle armi, come l’HIMARS, che richiede almeno due settimane di addestramento.
Intanto Kiyv ha ricevuto 230 tank da Polonia e Repubblica ceca, provenienti dal Patto di Varsavia, dunque non necessitano di addestramento per ufficiali ucraini, e questo chiude il cerchio con la fiera di Armiya, che dimostra come quella in corso sia una guerra fatta con armi obsolete. Infatti i 250 carri armati Abrams in gran spolvero nel loro ultimissimo modello rimarranno all’esercito di Varsavia in cambio di 1,2 miliardi di dollari versati alla General Dynamics Land Systems (“DefenseNews”); ma sono in consegna per il 2025 – per la prossima guerra, più moderna dopo lo svuotamento degli arsenali.


General Dynamics M1A2 SEPv3 Abrams tank

Siti consultati:

  • Armiya: sito ufficiale della fiera russa delle armi
  • Atlante delle Guerre: Fiera delle armi russe: impantanata nel web (17 agosto)
  • Diritti Globali”: A Mosca la fiera delle armi, Putin fa affari: «Così libero il Donbass» (17 agosto)
  • Defense Express”: Armiya-2022: russia’s T-62M Tank Latest Modernization (18 agosto)
  • Breaking Defense”: A second S-400 deal with Turkey? Not so fast, insiders say (12 settembre)
  • Formiche”: Le conseguenze (serie) dell’arrivo di altri S-400 russi alla Turchia  (17 agosto)
  • Formiche”: Cipro, perché la decisione Usa sull’embargo fa indignare la Turchia (17 settembre)
  • New York Times”: Sleepy Greek Port Becomes U.S. Arms Hub, as Ukraine War Reshapes Region (18 agosto)
  • Nikkei”: Philippines may allow U.S. military access during Taiwan crisis (5 settembre)
  • Taiwan News”: Philippines could allow US troops access to military bases during Taiwan conflict (5 settembre)
  • Armi e Tiro”: Usa: il 70 per cento delle armi non ha raggiunto l’Ucraina? (14 agosto)
  • New York Times”: Special Military Cell Flows Weapons and Equipment Into Ukraine (27 luglio)
  • DefenseNews”: Abrams-maker GDLS announces $1.1 billion tank deal for Poland (25 agosto)

GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE Traffico 2022

100 %

Avanzamento



La Top Ten dei contratti del Dipartimento americano della Difesa in agosto

La rivista “ClearanceJobs” ogni mese elenca in ordine per importo i contratti di fornitura per il Dipartimento della Difesa americano con la distinzione del corpo dell’esercito e specifica dell’azienda produttrice che incassa cifre da capogiro; è una lettura interessante che vi sintetizziamo per avere un ordine di idee dell’enorme giro di affari, di produzione legata al comparto difensivo e di soggetti coinvolti (Agenzie, enti, aziende e poi logistica e magazzini, stoccaggio… ma soprattutto Università e laboratori di ricerca).

  1. US Navy il 12 agosto ha stipulato un contratto del valore di 7.630.940.571 con Lockhheed Martin Corp. di Fort Worth, Texas;
    l’accordo riguarda l’acquisto di 129 aerei del Lotto 15, come segue: 49 velivoli F-35A per l’Aeronautica; tre velivoli F-35B e 10 velivoli F-35C per il Corpo dei Marines; 15 velivoli F-35C per la Marina; 32 velivoli F-35A e quattro velivoli F-35B per i partecipanti non appartenenti al Dipartimento della Difesa (DOD) degli Stati Uniti; e sedici velivoli F-35A per i clienti delle Vendite militari estere, oltre a 69 kit di hardware tecnico.
  2. US Air Force il 30 agosto ha stipulato un contratto del valore di 5.712.635.494 con CACI NSS LLC, Chantilly, Virginia;
    l’Enterprise Information Technology fornisce servizi IT aziendali che dovranno essere conclusi entro il 2032.
  3. Missile Defense Agency il 30 agosto ha stipulato un contratto del valore di 5,021.000.000 con Boeing Co., Huntsville, Alabama;
    per l’integrazione, il collaudo e la preparazione del sistema (SITR), dell’ingegneria complessiva dell’elemento GMD (Ground-Based Midcourse Defense) e dell’integrazione del GMD con il sistema di difesa missilistica.
  4. US Navy il 22 agosto ha stipulato un contratto del valore di 4.396.000.000 con Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, Laurel, Maryland;
    per la ricerca, lo sviluppo, l’ingegneria, il collaudo e la valutazione per i programmi del Dipartimento della Difesa nell’ambito delle sue aree di competenza principali, tra cui il collaudo e la valutazione dei sistemi strategici; sicurezza e sopravvivenza dei sottomarini; scienza e ingegneria spaziale; sistemi di combattimento e missili guidati; difesa aerea e missilistica e proiezione di potenza; tecnologia dell’informazione, simulazione, modellazione e analisi delle operazioni; ricerca, sviluppo, test e valutazione relativi alle missioni. Questo contratto include opzioni che, se esercitate, porterebbero il valore cumulativo del contratto a 10.600.000.000 di dollari. Il lavoro sarà svolto a Laurel, nel Maryland, e dovrebbe essere completato entro agosto 2027.
  5. US Special Operation Command il 1° agosto ha stipulato un contratto del valore di 3.000.000.000 con L3 Communications Integrated Systems, Greenville, Texas;
    la consociata Armed Overwatch fornirà alle Forze per le Operazioni Speciali sistemi di velivoli che soddisfino i requisiti di supporto aereo ravvicinato, attacco di precisione e intelligence armata, sorveglianza e ricognizione, per l’uso in operazioni di guerra irregolare a sostegno della Strategia di Difesa Nazionale
  6. US Air Force il 31 agosto ha stipulato un contratto del valore di 2.214.952.163 con Boeing Co., Defense, Space & Security, Seattle, Washington;
    per gli abbonamenti e licenze relativi agli aerei KC-46A Air Force Production Lot 8,. Il contratto prevede l’esercizio di un’opzione per un’ulteriore quantità di 15 aerei KC-46A. Il lavoro sarà svolto a Seattle, Washington, e si prevede che sarà completato entro il 30 novembre 2025
  7. US Transportation Command il 22 agosto ha stipulato un contratto del valore di 1.630.630.000 con Federal Express Team, Memphis, Tennessee;
    per la continuazione dei servizi di trasporto aereo charter internazionali a lungo e corto raggio per il Dipartimento della Difesa. Il periodo di opzione va dal 1° ottobre 2022 al 30 settembre 2024.
  8. La Disa il 2 agosto ha stipulato un contratto del valore di 1.500.000.000 con Lumen Technologies Government Solutions Inc., Herndon, Virginia;
    per fornire servizi e capacità di trasmissione end-to-end essenziali per la Defense Information System Network (DISN) Indo-Pacific, l’infrastruttura di telecomunicazioni consolidata a livello aziendale del Dipartimento della Difesa per l’area di responsabilità del Comando indopacifico degli Stati Uniti, che include l’Alaska. Il contratto prevede un periodo di esecuzione di 10 anni.
  9. US Transportation Command il 2 agosto ha stipulato un contratto del valore di 1.447.524.000 con Patriot Team, Tulsa, Oklahoma;
    per la continuazione dei servizi di trasporto aereo charter internazionali a lungo e corto raggio per il Dipartimento della Difesa. Il periodo di opzione va dal 1° ottobre 2022 al 30 settembre 2024. Il lavoro sarà svolto a livello globale.
  10. US Navy il 12 agosto ha stipulato un contratto del valore di 1.013.571.576 con Rolls-Royce Corp., Indianapolis, Indiana;
    Il contratto prevede la manutenzione intermedia a livello di deposito e il relativo supporto logistico per circa 210 motori T-45 F405-RR-401 Adour in servizio a supporto della Marina.

Agosto

31 agosto

  • Il risveglio del più militarista degli imperi

  • Budget e ipersonici

  • Oltre alla cifra record richiesta per il budget della Difesa di Taiwan, nell’Indopacifico l’altro budget di spesa militare con incrementi stellari è quello giapponese: «Il Giappone rafforzerà drasticamente le proprie capacità di difesa grazie a un forte aumento delle spese destinate al settore per fronteggiare il contesto di sicurezza globale deteriorato a partire dall’invasione russa dell’Ucraina», ha spiegato il premier Fumio Kishida. Si tratta dell’undicesimo aumento di seguito delle spese militari nipponiche richiesto dal partito liberal democratico al potere dettagliando un centinaio di voci di spesa, secondo “The Diplomat”, che aggiunge alla cifra diffusa durante il G7 dal primo ministro altri 10,3 miliardi richiesti dall’Atla, l’agenzia ministeriale per l’acquisizione tecnologica, per procedere nel suo programma di caccia di prossima generazione in collaborazione con il Regno Unito. Questo progetto non prevede la rinuncia all’acquisto di altri 6 Lockheed Martin F-35A Lightning II, su cui montare i missili norvegesi Joint Strike della Kongsberg (un’integrazione che proviene dal contratto stipulato da Kongsberg con Lockheed Martin che ha ricevuto 57,3 milioni per la certificazione, da quanto trapelato su “AreaDifesa” di un anno fa).

    La lista della spesa

    Ma le aggiunte non si fermano qui, perché la marina pretende come stanziamento a parte 3,6 miliardi per continuare a trasformare le sue due portaelicotteri di classe Izumo – JS Izumo e JS Kaga – in portaerei in grado di operare con i caccia F-35B Lightning multirole fighter, il cui numero dovrebbe essere incrementato (sempre fuori budget) di 6 apparecchi.

    A questi si aggiungerebbero 6 elicotteri da pattugliamento antisommergibile SH-60L, una variante aggiornata dell’elicottero navale multiruolo SH-60K sviluppato dall’ATLA e dalla società giapponese Mitsubishi Heavy Industries e 6 pattugliatori d’altura (OPV) di nuova generazione da 1920 tonnellate, che prevedono un equipaggio ridotto a un terzo delle vecchie fregate della classe Mogami. Una vera e propria lista della spesa che procede di mezza dozzina in mezza dozzina spizzando tra i banchetti del mercato delle armi, mossi dalla ossessione di difendere le isole agli estremi dell’arcipelago: le Nansei nel profondo sud e le contrastate Senkaku/Diaoyu, rivendicate da Pechino.

  • Anche “Formiche.net” ha ripreso la notizia, focalizzandosi sul fatto che a fronte di una richiesta di bilancio per il prossimo anno che ha raggiunto la cifra record – per l’undicesimo anno consecutivo – di oltre 788 miliardi di euro, per il ministero della Difesa sono stati preventivati più di 40 miliardi di euro. I fondi verrebbero destinati al riarmo e all’implementazione di misure di sicurezza per fronteggiare le minacce crescenti del panorama geopolitico, in particolare sarebbero possibili acquisti di missili terra-nave a lungo raggio, o Ssm, dotati di un raggio di tiro di circa mille chilometri ottimo deterrente verso le minacce esterne. “Stars&Stripes” è più dettagliato nella notizia, sommando al plafond alcuni spiccioli (circa 4 miliardi) che si vanno ad aggiungere al totale: «Tra questi, la produzione massiva di missili terra-nave e di bombe plananti ad alta velocità da utilizzare per la difesa delle isole e la costruzione di nuovi cacciatorpediniere dotati di una migliore capacità di intercettazione dei missili e del sistema di intercettazione missilistica Aegis con una maggiore capacità di abbattere i veicoli plananti ipersonici». Si arriverebbe a 43,2 miliardi, dal calcolo di “Mainichi Shinbun”, secondo il quale in risposta all’aumento delle spese per la difesa e le attività militari cinesi, il ministero avrebbe così elaborato questa dispendiosa strategia per garantire la “superiorità asimmetrica”, ossia impedire l’invasione sfruttando ed esaurendo le debolezze di un nemico temibile; a tale scopo il ministero stanzierà fondi per estendere il raggio d’azione dei missili guidati terra-nave Type-12 della Forza di autodifesa terrestre, mirando a difendersi dalla flotta di navi in affiancamento al sistema Aegis, che ha nel mirino i droni ipersonici.
  • I veicoli ipersonici sono la nuova ossessione occidentale nel Pacifico: “The Diplomat” riportava la richiesta di fondi giapponesi per continuare a condurre ricerche sia sul proiettile planante iperveloce, per la difesa di isole remote, sia sui missili ipersonici, che possono raggiungere velocità ipersoniche, oltre cinque volte la velocità del suono, come quelli cinesi, che tanto hanno impaurito il Giappone.
  • XAC X-20 al plasma, invisibile e ipersonico

  • Gli scienziati cinesi hanno utilizzato una galleria del vento per testare un dispositivo al plasma: una striscia di membrana gialla e luminosa che copre la parte anteriore dell’aereo. Secondo “Scmp” il dispositivo è in grado di stimolare il flusso d’aria e di aumentare il coefficiente di portanza di un aereo di quasi un terzo, impedendogli di stallare. Un bombardiere Stealth utilizza una cellula piatta senza coda per ridurre le possibilità di rilevamento radar. Tuttavia, questa configurazione del corpo alare rende più difficile il controllo del volo, soprattutto a bassa velocità.
  • Ma, riporta “NewsTrackLive.com” la Cina sta sviluppando la tecnologia al plasma proprio per il controllo dell’assetto degli aerei ipersonici e per migliorare l’invisibilità ai radar. Il dispositivo è una sottile striscia di membrana che copre la parte anteriore di un aereo con un’ala volante. La membrana rileva il pericolo in anticipo e ionizza le molecole d’aria con l’elettricità ad alto voltaggio, provocando una pioggia di plasma – o particelle elettricamente cariche – sulle ali quando la velocità del vento che soffia sopra le ali raggiunge un punto. Le docce al plasma possono aumentare il flusso d’aria e il coefficiente di portanza dell’aereo di circa un terzo. Secondo i ricercatori, questo potrebbe evitare uno stallo anche se l’aereo cadesse con il muso inclinato a una velocità insolitamente bassa (108 km/h), come è avvenuto nel 2008 a un B2 Stealth della base di Guam. Gli esperimenti nella galleria del vento del professor Niu Zhongguo paiono soddisfacenti; la Cina compete sugli stessi temi con la ricerca che si svolge nelle gallerie degli Usa, in Europa (secondo fonti di “DefenseNews” riguardante il progetto da 110 milioni European Hypersonic Defence Interceptor – EU HYDEF) e… in Giappone. Ma i loro dispositivi devono essere accesi o spenti manualmente: di qui il bisogno di correre ai ripari con affanno, visto che secondo alcuni esperti militari, lo XAC H-20 – che indiscrezioni (“GlobalTimes”) danno in procinto di essere collaudato – consentirà alla Cina di sfidare il dominio militare degli Stati Uniti in molte aree del mondo, poiché può percorrere lunghe distanze trasportando testate nucleari e missili ipersonici. Gli aerei ipersonici possono viaggiare a cinque volte la velocità del suono; un “mantello plasmatico” sarebbe in grado di migliorare l’invisibilità dei radar e un'”antenna al plasma” di formato più piccolo potrebbe captare segnali anche deboli.
  • Anche dallo Xinjiang fa capolino il pericolo che preoccupa americani e loro alleati del Pacifico: il Comando militare dello Xinjiang dell’esercito popolare ha testato un missile di difesa terra-aria di ultima generazione nell’altopiano della regione, come riferito dall’emittente statale CCTV, mentre gli Stati Uniti e l’India si preparano per le esercitazioni militari congiunte sull’Himalaya in ottobre.
  • Gli osservatori militari sentiti da “Scmp” hanno detto che dalle riprese sembravano essere missili di difesa aerea HQ-17A, parte di un sistema integrato che può stare in un singolo veicolo ed è considerato molto mobile e preciso. Uno di loro ha detto che i test nello Xinjiang erano una dimostrazione di deterrenza nel conto alla rovescia per le esercitazioni India-USA vicino al confine conteso tra India e Cina.
  • Esercitazioni

  • Preludio all’enorme stanziamento di miliardi da parte di Tokyo per le spese militari dei prossimi mesi è stato il primo lancio di un missile da parte dell’esercito americano sul territorio giapponese; la descrizione delle richieste di spesa del governo vedranno voci esclusivamente dedicate all’aeronautica e marina giapponese. Forse non si prevede alcuna possibilità di una possibile invasione da affrontare con truppe di terra, ma comincia a serpeggiare il bisogno di esercitazioni per la difesa di terra.

Infatti “Stars&Stripes” il giorno prima dell’annuncio di Kishida sulla richiesta di budget per la Difesa 2023 ha dato conto di una messinscena molto fotografata dalla stampa specializzata durante esercitazioni insieme all’esercito giapponese a Kumamoto a documentare il primo lancio di Javelin, che richiama potentemente i successi della difesa ucraina. Oltre ai Javelin sparati dalla 11ª Divisione aviotrasportata di Fort Wainwright, la Forza di autodifesa terrestre nipponica ha lanciato quattro dei suoi missili anticarro portatili, i Type 01 LMAT 01, durante le esercitazioni congiunte. Orient Shield è un’operazione speciale che ha preso il via quest’anno quando le tensioni nella regione hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi anni dopo la visita di Nancy Pelosi al parlamento di Taipei.

Le esercitazioni occupano in questo stadio di tensione e di misurazione tra contendenti ogni quadrante, ogni miglio marino e soprattutto i territori di frontiera sono i più ambiti per addestramenti congiunti e prove di invasione realizzate da eserciti che sanciscono o promuovono così alleanze, che nell’ondivago schieramento delle strategie geopolitiche attuali ritagliano i campi contrapposti nel presente prossimo.

Izumo

28 agosto

  • Italian early warning. Gli acquisti esclusivi presso Israel Aerospace Industry

    IAI ha venduto all’esercito italiano due altri CAEW G550 Gulfstream, velivoli ad allerta precoce (eufemismo per aerei spia) che l’Italia possiede in esclusiva all’interno delle forze armate europee, per 550 milioni di dollari. La notizia diffusa da “Haaretz” è sorprendente soprattutto perché è ufficializzata da Israele, mentre era stata mantenuta segreta da mesi; forse perché i due altri aerei-spia della stessa fattura in dotazione all’esercito italiano hanno sorvolato lo spazio romeno in funzione antirussa già l’8 marzo:

  • L’Aeronautica militare italiana schiera due G550 Caew, acquisiti da Israel Aerospace Industries, in linea ed operativi dal 2016/17. L’ordine fa parte di un accordo militare tra Italia e Israele del 2003. Quest’ultimo prevedeva due velivoli G550 Caew e un satellite di osservazione e controllo OPSAT 3000 a fronte della fornitura di 30 velivoli d’addestramento avanzato Leonardo M-346 alla Israeli Air Force (“StartMag”, 18 marzo).

  • G550

    La traccia che il satellite Perseo71 ha rilevato l’8 marzo del volo del CAEW G550 italiano partito dall’aeroporto di Pratica di Mare

  • I Gulfstream hanno poi partecipato ufficialmente all’esercitazione “Mare Aperto” sempre a marzo e poi alla sua seconda edizione di ottobre (come attestato da “Analisi Difesa”).

    Vocazione italiana all’intelligence militare nel Mediterraneo

    Proprio il 7 marzo l’Aeronautica ha ricevuto presso la base aerea di Pratica di Mare il primo degli 8 velivoli Gulfstream G550 versione green Jamms, ordinati dal governo Conte.
    A luglio di quest’anno IAI aveva annunciato di essersi aggiudicata un contratto di oltre 200 milioni di dollari per quella che descriveva come la fornitura di aerei da missione speciale a un paese europeo membro della Nato, senza però rivelare quale fosse, ma un’indagine di Haaretz ha rivelato che si tratta dell’Italia – e che l’aeronautica militare italiana è anche il cliente di un altro enorme accordo annunciato da IAI nel 2020

  • Il velivolo italiano G550 a missione speciale si aggiunge a una squadra di mezzi Nato – scrive “The Aviationist” –, tra cui gli E-8 JSTARS e gli RC-135V/W statunitensi e gli Airseeker ISR (Intelligence Surveillance Reconnaissance) britannici, che monitorano quasi costantemente la situazione a terra e in aria in Ucraina e lungo i confini con Bielorussia e Moldavia. Il 7 marzo 2022, inoltre, un’aerocisterna KC-767A dell’Aeronautica Militare Italiana ha effettuato la prima missione del tipo sull’Europa dell’Est a supporto dei jet da combattimento impegnati nella missione Nato di Air Policing rafforzata.
  • Intorno al 2005 l’aeronautica israeliana ha acquistato cinque velivoli Eitam basati su Gulfstream G550 per fungere da nuova piattaforma IDF per la nuova generazione di sistemi AEW. I nuovi velivoli utilizzano la suite di sensori a doppia banda EL/W-2085 e sono più capaci e meno costosi da utilizzare rispetto ai vecchi Boeing 707 basati su EL/M-2075. IAI ha apportato ampie modifiche alla fusoliera del Gulfstream, come l’aggiunta di radome sporgenti in materiale composito, per alloggiare le antenne radar in modifiche conformi al corpo. Basato presso la base aerea di Nevatim.
    Nel 2007, quattro velivoli simili al G550-EL/W-2085 sono stati acquistati dalla Republic of Singapore Air Force per sostituire i suoi E-2C Hawkeyes aggiornati. I nuovi G550 sono entrati in servizio il 13 aprile 2012, l’altro acquirente dell’articolo  di IAI, secondo “Thai Military and Asian Region”.

24 agosto

  • Medio Oriente. L’impiego di determinate armi a sostegno di strategie di accordi

    Una scheda difficile da strutturare sui movimenti di armi in Mena, perché deve raccogliere e far dialogare dati, schede tecniche, strategie e alleanze attorno a Jcpoa, nuove tecnologie di sperimentazione per droni iraniani, embrionali scudi protettivi ebraico-statunitensi… macchine belliche e diplomatiche, collegate tra loro perché in preparazione di rivolgimenti; attive – e anche un po’ a “fine vita” – invece le armi occidentali inviate in Ucraina e ritrovate in Palestina, più piccole e adatte per i conflitti a bassa intensità nella continuità tradizionale della proxy war locale. E sempre tra quelle sperimentati vanno annoverati i sistemi in uso nuovamente in Siria, dove va in scena una nuova tensione fatta di classici mortai e jet.

    Il campo siro-libanese

    E proprio da un paio di fronti mesopotamici traiamo alcuni spunti per mostrare come il conflitto in corso richieda quel tipo di armi in uso – per una volta non ordinato, o messo a bilancio in previsione di future battaglie.

  • Forse è utile cominciare inquadrando l’inspiegabile scontro armato tra Usa/Iran in Siria, se non collocato nella – appunto – più ampia trattativa che tenta di sottrarre Tehran all’abbraccio di Astana: gli accordi Jcpoa furono gestiti da Biden già da vicepresidente e ora silenziosamente, attraverso una raffinata diplomazia – che rassicura Israele con i miliardi per IronBeam –, concede e consente ai turbanti di spacciare per successo un accordo win-win. Forse ci sono le condizioni perché le parti si accordino sulla cancellazione di sanzioni all’Iran se disponibile a consentire le ispezioni Aiea.
    Questo avviene confrontandosi con prove di forza prima dei tavoli di trattativa in tutti quei panorami esterni al territorio iraniano ma controllati da Tehran. In particolare quella Siria su cui preme a Nord Erdoğan e a Sud si registrano bombardamenti di Tel Aviv («Il generale iraniano Abul-Fadhel ‘Yejeilan è stato ucciso all’alba del 22 agosto da bombardamenti israeliani») in risposta agli attacchi di droni delle milizie sciite su piattaforme di gas israeliane di Karish, , in una area di 860 chilometri quadrati del Mediterraneo disputata tra Israele e Libano: Omer Dostri, stratega militare del Jerusalem Post valuta le dotazioni di Hezbollah in 45.000 razzi a corto raggio che possono percorrere distanze fino a 40 km, escluse le bombe da mortaio, oltre a circa 80.000 razzi a medio e lungo raggio, decine dei quali sono precisi e circa 1500 sono i razzi lanciati ogni giorno. Quali droni sta adottando hezbollah verso le piattaforme israeliane? Il più efficace è Ayub, basato sull’iraniano Shahed 129, un modello “ispirato” al modello israeliano “Hermes 450” caduto a Beirut durante la Seconda guerra del Libano nell’estate del 2006; poi il Mirsad 1, basato sul Mohajer 2 iraniano, tranne che per alcune differenze esterne; ma soprattutto il Ma’arab, sul modello del Yasser iraniano. Inoltre Hezbollah può contare su droni di fabbricazione cinese
  • Israele contrappone sensori speciali per proteggere da azioni ostili non meglio definiti da Idf, probabilmente alternativi e meno costosi dei più sofisticati sistemi dell’IronDome e IronBeam: infatti già il 7 marzo 2022 riportando le reazioni per l’incursione dimostrativa di 3 droni sciiti proprio verso le piattaforme di Karish si poteva leggere su “Ynetnews”:
  • ««Con sede in Israele, Skylock Systems è specializzata nella progettazione e produzione di tecnologie per il rilevamento, la verifica e la neutralizzazione di droni non autorizzati. La tecnologia dell’azienda è stata impiegata in 31 paesi». Secondo Itzik Huber (Ceo della Skylock), «Israele deve adattare i sistemi di difesa missilistica esistenti per contrastare efficacemente i droni, anziché affidarsi ai costosi intercettori Iron Dome. Poiché questi piccoli velivoli sono diventati così facilmente disponibili, il problema diventerà sempre più pressante con il passare del tempo»

    • I sistemi speciali orientati ai droni sono dotati di sensori ottici in grado di identificare il tipo di veicolo aereo senza pilota in volo, il tipo di carico utile trasportato e altro ancora.

    «I droni richiedono attrezzature speciali e soluzioni speciali perché sono piccoli e i normali sistemi radar non li vedono; non sono un classico bersaglio aereo. Si possono disturbare le comunicazioni; si può sparare a un drone attivo per attaccare l’altro drone».

    Ma ci son anche altri leader del settore della rilevazione di incursioni dei droni. Per esempio Lior Segal, Ceo di ThirdEye Systems, ha affermato che un sistema di difesa laser come quello che l’Idf sta attualmente sviluppando potrebbe essere un buon modo per difendersi da un piccolo drone, ma ha notato che la tecnologia è ancora lontana da applicazioni pratiche. Per questo motivo, ritiene che l’Idf debba ricorrere a metodi antiaerei più tradizionali. Il mercato dei radar per il rilevamento dei droni sarà in costante espansione spiega “Jeunesexpress”, pubblicando un rapporto sul periodo 2022-2028.


  • Scontri che non inficiano la tendenza a ridimensionare le tensioni nell’area, che farebbero solo il gioco di Erdoğan?
    Il traffico di armi vede addirittura, come riporta Matrioska di Yurii Colombo, la cooperazione tra Mossad e Cremlino dove i servizi israeliani confermano la consegna di armi di provenienza occidentale da Kyiv a Gaza e la distruzione di 22 tonnellate di armi da parte dell’Idf; ma anche in questo caso è evidente che il traffico nell’area è quello di armi leggere, munizioni e giubbotti antiproiettile, che viaggiano in parallelo con i traffici di droga. Tanto che le consegne sarebbero passate attraverso il territorio giordano e le armi sarebbero arrivate dalla Romania; il presidente israeliano e russo hanno discusso le possibili opzioni di cooperazione per eliminare il contrabbando di droga e armi dall’Ucraina verso il Medio Oriente e il Sudest asiatico e hanno deciso di rafforzare la cooperazione tra i servizi speciali e l’intelligence militare

  • La Russia non ha poi mancato di rimarcare la sua presenza in Siria, schierandosi contro le provocazioni israelo-americane nel Sud controllato da hezbollah. Infatti anche gli Usa hanno “risposto” ad attacchi, come scrive “Anbamed”; la difficoltà a comporre un quadro attraverso la lente dello studio dei movimenti di armi proviene dal bisogno delle parti in campo di mostrare sistemi di difesa per cui Biden ha intrapreso il viaggio del 14 luglio a Tel Aviv
  • La potenza di fuoco israeliana
  • Questi muscoli van mostrati in schermaglie, che sono di preparazione per arrivare agli accordi da posizioni di forza; in quest’ottica vanno inseriti gli scontri tra Usa e Hezbollah nel sud della Siria e in questo caso gli ordigni usati sono diversi dagli Ayub che nella stessa area vedono contrapposti israeliani e Hezbollah. Gli americani hanno sfoderato elicotteri Apache, cannoniere volanti AC-130 e obici M777 – armi non propriamente tecnologicamente avanzate, ma utili per quella guerriglia di provocazione innescata da americani e milizie a metà agosto, per innescare la reazione e quindi alzare il costo delle trattative e evidenziare schieramenti.

«Gli Stati Uniti hanno iniziato a colpire il 24 agosto postazioni di milizie nella provincia di Deir Azzour, al confine con l’Iraq: una rappresaglia dopo l’attacco con razzi subito dalla base Usa. In risposta le milizie sciite hanno colpito con due razzi la base Usa all’interno del campo petrolifero di Coneco, di conseguenza caccia e elicotteri statunitensi hanno preso a sorvolare la zona, colpendo le basi delle milizie sciite per tre giorni consecutivamente, uccidendo 3 miliziani che stavano caricando un lanciarazzi mobile. Fajr-3 di produzione iraniana, la gittata di questo razzo terra-terra è di 45 chilometri e il peso della testata è di 45 chili. La Casa Bianca sostiene di aver colpito milizie filo iraniane, mentre il ministero degli esteri di Teheran ha negato qualsiasi legame con le milizie colpite» (“Anbamed”, 26 agosto 2022).

Negli stessi tre giorni si registrano i bombardamenti quotidiani israeliani nella zona Nordoccidentale della Siria, presso Hama e Tartous

A Sud anche hezbollah contro la base americana di At-Tanf con 900 truppe schierate a difesa dei campi petroliferi orientali del paese, adotta UAV diversi dagli Ayub che li contrappongono a Israele sulla costa: altri droni iraniani – che sono quelli adoperati come disturbo per la presenza americana nell’Oriente siriano.

L’Iran ha una flotta tra le più tecnologicamente avanzate e diversificate al mondo nella categoria MALE (European Council on Foreign Relations fornisce un completo elenco di medium altitude long endurance di produzione iraniana) e sembra in procinto di fornire anche l’esercito russo proprio con quei droni testati in Siria: i  Mohajer-6 e i Shahed-129, basati sul modello americano UAV RQ-170 catturato nel 2011. La base sotterranea sui monti Zagros al confine con l’Iraq è la più dotata di velivoli senza pilota, comprendente anche i nuovi Ababil 2, costruiti da Tehran in Tajikistan. L’Iran si aggiunge con forza alle altre forze regionali che fanno sempre più affidamento sui droni in diversi teatri, tra cui lo Yemen, l’Iraq, la Siria e lo Stretto di Hormuz. In questi ultimi giorni di agosto 2022 l’industria bellica iraniana sta testando le capacità di ricognizione e combattimento di 150 droni di sua produzione dal Golfo Persico a quello di Oman, come riporta “Formiche.net”.

Tutte strategie della tensione per preparare il terreno a quell’accordo per il nucleare iraniano che potrebbe spostare il mondo sciita se non sull’altro lato dello scacchiere, almeno non consegnarlo allo schieramento autocratico sino-russo; pur mantenendo una presenza nella regione a difesa del petrolio (o gas), caratterizzata da questo tipo di armi sul campo?

13 agosto

  • Ucraina. Metodi di intermediazione e sostegno bellico governativo

  • «Impossibile sapere quante e quali armi abbiamo inviato alle forze armate ucraine dopo l’invasione russa del 24 febbraio; è certo però che nel sanguinoso conflitto nell’Europa orientale Mosca e Kiev impiegano sistemi bellici prodotti in Italia»

      • Antonio Mazzeo aveva già ripetutamente rintracciato le innumerevoli vie (secretate dal Copasir presieduto dalla fiamma tricolore di D’Urso) di forniture belliche all’Ucraina da parte italiana – d’altra parte (come da modello turco) il rifornimento di armi non è negato nemmeno all’altro belligerante moscovita. Spesso si perdono in sentieri poco tracciati e rivoli infiniti, triangolazioni e consegne 🚛 🚚 fumose, per evitare tracciamenti e supervisione democratica da parte dei sudditi.
      • Oltre alla spedizione direttamente alle ong di Poroshenko documentate dal tweet, i mezzi corazzati di tipo LAV con cui alimentare la guerra di Zelensky seguono la via della triangolazione con la Norvegia, che inoltra verso Kiyv le abbondanti forniture degli anni scorsi (non tutti gli aiuti agli ucraini sono previsti dall’Agenda Draghi: fin dallo scoppio della guerra in Donbass Renzi si era premunito di rifornire con 90 blindati e corazzati Iveco italiani l’allora belligerante premier ucraino Poroshenko, lo stesso delle ong oggetto dell’elargizione odierna).
      • La via seguita da Poroshenko è molto battuta, quella del fondo su cui piovono soldi raccolti con lo scopo di rifornire le truppe antirusse: su “TopWar” si legge che il suo fondo ha raccolto 50 milioni di grivna e altri 45 si sono materializzati per l’acquisto di 11 veicoli blindati MLS SHIELD di fabbricazione italiana, l’ex presidente si vanta di aver ottenuto
        • «una licenza per l’acquisto di equipaggiamento militare della NATO a spese private. Secondo lui, questa è la prima volta che accade. Risultato: questi nuovissimi veicoli blindati MLS SHIELD di fabbricazione italiana imbottiti con le ultime tecnologie andranno presto in prima linea»

          • Corazzati Iveco made in Russia vs corazzati Iveco made in Italy via Norge

          • Tra i sistemi bellici più noti ci sono i carri Ariete e Centauro, i blindati Puma e Lince, i veicoli da combattimento della fanteria Dardo e diverse versioni di camion pesanti a quattro, sei e otto ruote motrici per il trasporto truppe e il supporto logistico alle unità. Recentemente sono stati prodotti camion Trakker dotati di “protezione balistica e antimine permanente”, mentre degli Eurocargo viene fornita una versione “militarizzata” a trazione integrale da 15 tonnellate con motore sino a 300 cavalli.
          • I mezzi corazzati LMV come quelli donati dalla Norvegia all’Ucraina sono stati esportati anche ad Albania, Austria, Belgio, Croazia, Repubblica ceca, Libano, Slovacchia, Spagna, Tunisia e Stati Uniti d’America. Dal 2012 ben 358 LMV sono in dotazione dell’esercito della Federazione Russa e alcuni di essi sono stati impiegati in Siria dopo il 2015 e in Ucraina dopo l’invasione del febbraio 2022. Secondo quanto aveva riportato “Analisi Difesa” nel 2014, la fornitura dei corazzati seguiva il contratto siglato nel giugno 2011 tra Iveco Defence Vehicles e Oboronservis, la controllata del ministero della Difesa russo responsabile per gli approvvigionamenti.

        • I fondi di investimento in grande stile

  • Ben altre cifre sono state stanziate in un solo incontro tra la Nato del Pacifico riunita straordinariamente a Copenhagen con i partner dell’Europa settentrionale. Un miliardo e mezzo per l’Ucraina è la cifra che secondo “EuroNews” è stata collocata su un fondo dai 26 paesi occidentali (tra cui Ue, Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone) aperto per dare supporto militare all’Ucraina; il ministro della Difesa danese, Morten Bodskov ha poi annunciato. La creazione in Gran Bretagna del fondo International Fund for Ukraine (IFU) con la missione di aumentare la produzione di armi destinate a Kiyv; in quello stesso Regno unito che ha già donato all’Ucraina sistemi di armamento avanzati si è impegnata contestualmente a stanziare altri 300 milioni di euro in armi, tra cui sistemi missilistici a lancio multiplo e missili M31A1 a guida di precisione che possono colpire bersagli distanti fino a 80 km.E poi si stanno ammassando specialisti per addestrare truppe di questa che è sempre più evidentemente una proxy war come tante altre disseminate nel mondo. La produzione di armi innescherà una spirale “virtuosa” per i paesi che forniranno le nuove produzioni, spartendosi gli investimenti: Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno segnalato la volontà di espandere la produzione di sistemi di artiglieria, munizioni e altre attrezzature.
  • «Da febbraio abbiamo fornito all’Ucraina oltre 600 milioni di dollari in aiuti militari completi, compreso il dispiegamento questa settimana di personale delle forze armate canadesi nel Regno Unito nell’ambito dell’operazione UNIFIER, e 39 veicoli corazzati di supporto al combattimento costruiti dall’industria canadese che inizieranno ad arrivare in Ucraina nelle prossime settimane» (Anita Anand, ministro della Difesa canadese – “Army Technology“)


11 agosto

    • Myanmar. Metodi di intermediazione e aggiramento degli embarghi

        • Justice For Myanmar ha identificato 116 società del Myanmar e di Singapore amministrate da 262 dirigenti e azionisti che hanno fatto da intermediari nella fornitura di armi e attrezzature militari per un valore di molti milioni di dollari all’esercito del Myanmar, anche dopo il colpo di stato del 1° febbraio 2021.Tra gli intermediari risultano 31 società gestite da 77 amministratori e azionisti che intrattengono rapporti commerciali con l’esercito dal tentativo di colpo di stato; a queste si aggiungono 27 società e i loro 51 amministratori e azionisti che hanno intermediato armi ed equipaggiamenti all’esercito del Myanmar dal 2017, anno del genocidio dei Rohingya, prima del colpo di stato. Dal colpo di stato, l’esercito ha effettuato bombardamenti e attacchi aerei indiscriminati, ha ucciso gli abitanti dei villaggi, ha commesso stupri, ha distrutto case e coltivazioni e ha sfollato con la forza circa 866.400 persone.Secondo il Trattato sul commercio delle armi, di cui fanno parte 111 Stati, è vietato trasferire armi sapendo che verrebbero usate per commettere genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra. L’Accordo di Wassenaar sul controllo delle esportazioni di armi convenzionali e di beni e tecnologie “dual” (cioè applicabili a duplice uso, civile e militare) mira a prevenirne il trasferimento a paesi sospettati di genocidio. Gli stati aderenti all’Accordo di Wassenaar sono 42, tuttavia tra questi non si annovera Singapore e nemmeno fa parte del Trattato sul commercio delle armi e quindi viene utilizzato come collettore dei prodotti sotto embargo.

          Il sistema di intermediazione

          • Per avere un’idea del sistema diffuso globalmente si può pescare a caso dal report e vedere come funziona il meccanismo di fornitura di elicotteri Mi-17, che coinvolge molti soggetti nel mondo:
            • «Dynasty Group of Companies ha svolto attività commerciali nell’Unione Europea (UE), fornendo aerei e pezzi di ricambio prodotti dall’azienda tedesca Grob all’aeronautica militare di Myanmar. Dynasty International Company Limited, è un’azienda sussidiaria di Dynasty Group e anche un importante fornitore di armi all’esercito del Myanmar, con legami con aziende in Russia, Bielorussia e Germania. Questa ha importato parti per gli elicotteri Mi-17 dopo il colpo di stato, secondo i dati del database commerciale ImportGenius; il direttore del gruppo, il dottor Aung Moe Myint, è il console onorario bielorusso in Myanmar. È molto probabile che la sua unità commerciale registrata a Singapore, Dynasty Excellency Pte Ltd, sia stata utilizzata per facilitare le transazioni di armi verso il Myanmar» (ulteriori dettagli si trovano qui).

              Oppure, per avere un’idea del sistema di intermediazione si può accedere alla documentazione di Justice for Myanmar riguardo al ruolo di Miya Win International, che ha acquistato droni di fabbricazione austriaca Schiebel Camcopter S-100 per l’esercito del Myanmar, in violazione dell’embargo sulle armi imposto dall’UE. E poi l’Asia Golden Phoenix Consultancy ha acquistato un simulatore di volo ATR dall’azienda austriaca Axis Simulation e lo ha registrato presso l’Autorità europea per la sicurezza aerea.


              Particolarmente significativo il caso della Myanmar Chemical & Machinery Company Ltd (MCM), di di proprietà del trafficante di armi Aung Hlaing Oo. Le filiali dell’azienda sono fornitori di armi e materiale correlato alle forze armate del Myanmar e sono anche coinvolte nella produzione di armi e in un progetto di trasferimento tecnico per la produzione di jet addestratori K-8 in Myanmar con l’azienda statale cinese CATIC, apparsi durante le celebrazioni per l’anniversario dell’aeronautica militare della giunta nel dicembre 2021.

          • MCM ha fatto parte di un progetto con il produttore statale ucraino di armi Ukroboronprom e la Direzione delle Industrie della Difesa dell’esercito per la produzione di veicoli corazzati BTR-4, carri armati leggeri MMT-40 e obici semoventi 2SIU. MCM ha fornito parti di ricambio, strumenti e accessori per i carri armati T-72 al Comandante in Capo della Direzione dell’Artiglieria e dei Corpi Armati dell’esercito di Myanmar.MCM ha anche acquistato armi dalla Serbia per l’esercito di Myanmar. Una proposta di MCM del 2019 per l’aeronautica militare di Myanmar descrive dettagliatamente lanciarazzi montati su aerei, razzi, bombe a caduta libera, un lanciatore di bombe multiple da usare “su grandi superfici” e spolette. Una filiale di Singapore della MCM Pacific Pte Ltd ha fornito parti di ricambio per elicotteri Mi-2, Mi-17 e Bell 206 alla Myanmar Air Force.L’azienda ha anche importato parti di ricambio per un motore diesel marino MTU12V 331TC 92, oltre a un’unità di visualizzazione del motore, un sistema di propulsione, un’attrezzatura di salvataggio e una sistemazione di poppa per un valore di milioni di dollari USA per la Marina Militare del Myanmar.MCM Pacific Pte Ltd ha fornito parti di veicoli blindati BTR-3U alla Direzione dell’artiglieria e dei corpi corazzati dell’esercito di Myanmar per un valore di milioni di euro
            • Insomma tutti sono coinvolti nell’ausilio alla repressione della giunta golpista di Naypyidaw

              Justice for Myanmar mette a disposizione una lista degli intermediari di armi verso Tatmadaw aggiornata all’11 agosto 2022, scaricabile qui.

              Il rapporto si basa su documenti trapelati dal dipartimento acquisti del Ministero della Difesa, oltre che su fonti industriali e su altre informazioni disponibili online e lo ha ripreso “The Diplomat”, che sottolinea come l’esercito abbia una lunga esperienza nel resistere all’isolamento internazionale e possa contare su vicini accomodanti, come Cina, India e Thailandia, per non parlare di Singapore, che ha a lungo resistito alle richieste degli attivisti di sequestrare il denaro sporco del Myanmar parcheggiato nel suo sistema bancario.

MI-17

4 agosto

    • Strategie e affari dietro a esibizioni muscolari e bluff a Taiwan

        • Oggi Nancy Pelosi arriva a Seul, da Taipei. Le famose rotte commerciali nel Mar Cinese, motivo essenziale della battaglia di Taiwan nella guerra dell’Indopacifico per l’egemonia commerciale e del controllo dei microchip e dei semiconduttori.
        • La missione che – un po’ superficialmente – secondo “Formiche” avrebbe mostrato il bluff di Xi, la cui “mancata” reazione alla visita dello speaker della Camera statunitense al parlamento della Cina nazionalista a ridosso del Congresso del partito comunista lo porrebbe nell’angolo, prosegue indomita toccando le capitali che contrastano il controllo cinese sull’area. Invece gli analisti dell’“Ispi” temono che se la visita di Pelosi non provocherà uno scontro diretto (e in ogni caso l’embargo della sabbia colpisce proprio l’industria dei microchip per cui Formosa è contesa) potrebbe comunque innescare un’escalation militare, potenzialmente distruttiva (“The Guardian”).
        • Va comunque registrata una ritorsione anche militare non così lasca come si è cercato di raccontare forse troppo precocemente dai media americani: secondo quanto riportato da “The Guardian” il Pla ha lanciato 11 missili DongFeng nelle acque di Taiwan tutt’intorno all’isola da nord-est a sud-ovest, intensificando le “esercitazioni” in un gioco di guerra che fa uso di proiettili e missili “veri” e non a salve, in modo che il blocco dell’isola è totale.

    • Il coinvolgimento coreano

      • Allora diamo uno sguardo agli ammodernamenti degli arsenali della Corea del Sud in funzione anticinese:
    • DefenseNews” riferisce che il 15 luglio il comitato di promozione del Defense Acquisition Program Administration, guidato dal Ministro della Difesa Jong-sup Lee, ha deciso formalmente di acquistare altri 20 F-35A per 3900 miliardi di won (quasi 3 miliardi di dollari) arrivando così a contare su 60 velivoli. La Corea del Sud prevede di acquistarli a cominciare da ora fino al 2028.
    • A questo il “South China Morning News” aggiunge il prototipo di un KF-21 “Boramae” o “Hawk” che avrebbe completato un volo di prova di 30 minuti dalla città meridionale di Sacheon, ma gli osservatori militari ritengono che questo nuovo caccia sia ben lungi dall’essere paragonabile ai caccia avanzati di quinta generazione come il Chengdu J-20 cinese. Tuttavia, se venisse impiegato in massa, il KF-21 potrebbe comunque alterare l’equilibrio di potenza delle forze aeree regionali, oltre ad avere il potenziale per diventare un forte concorrente nel mercato globale, ha affermato un analista di Macao.
        • «Durante il recente incontro trilaterale, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è detto “profondamente preoccupato” per i continui test di missili balistici della Corea del Nord e per l’apparente intenzione di condurre un test nucleare. Il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha dichiarato che l’importanza della cooperazione trilaterale è cresciuta di fronte al programma nucleare avanzato della Corea del Nord, mentre il primo ministro giapponese Fumio Kishida ha affermato che le esercitazioni antimissile congiunte sarebbero importanti per scoraggiare le minacce nordcoreane» (“MilitaryTimes”).

          Il coinvolgimento giapponese

        • Infatti il rivale di Seul è Pyongyang, ma è soprattutto il Giappone l’alleato che sembra incaricato di guidare il fronte liberaldemocratico anticinese nel Pacifico e Tokyo sta bruciando le tappe per ammodernare l’esercito, cambiare la Costituzione pacifista e rafforzare la partnershiip con gli europei, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.
      • Come ha ricordato “DefenseNews”, il Giappone prevede inoltre di acquisire 147 F-35, di cui 42 nella variante F-35B. Certo, come ha sottolineato il “Telegraph”, proseguire con il progetto di un caccia di prossima generazione a guida nazionale rafforzerebbe il settore della difesa del Giappone e ridurrebbe la dipendenza da altri paesi, dando a Tokyo la libertà di azione.

        Ma lavorare insieme potrebbe ridurre i costi

      • L’adesione della giapponese F-X (Mitsubishi) al progetto per il caccia stealth di sesta generazione Tempest, che vede coinvolte Rolls-Royce, il consorzio europeo MBDA e Leonardo, è, secondo “Formiche”, un tassello nel puzzle che internazionalizza il programma del caccia di sesta generazione che così permette agli europei di accedere a un mercato, quello giapponese, in piena crescita per l’aumento delle spese militari voluto da Abe Shinzo. La spinta a combinare i due programmi sarebbe guidata da Mitsubishi Heavy Industries, responsabile dell’F-X, e la britannica BAE Systems. Anche la Svezia e il produttore di caccia Gripen Saab AB rimangono coinvolti nel programma Tempest, in cui Londra ha già stanziato un budget di 2 miliardi di sterline.
        L’autorevolezza del progetto emerge anche dalla presentazione effettuata alla apertura – inaugurata da Boris Johnson in persona – del Farnborough International Airshow, come descritto da “Startmag”: «Si tratterà di un velivolo supersonico pilotato che testerà una serie di nuove tecnologie, tra cui l’integrazione di caratteristiche compatibili con lo stealth», ha aggiunto Bae Sistems durante la fiera. L’elemento comune tra UK, Giappone e Italia è l’uso degli F-35, in dotazione a tutt’e tre gli eserciti.

        «Sempre durante la prima giornata della fiera di Farnborough, Leonardo UK e Mitsubishi Electric hanno annunciato di aver raggiunto un accordo sul concept per il dimostratore di tecnologia radar Jaguar, presentato per la prima volta a febbraio scorso. Come sottolinea la nota del gruppo guidato da Alessandro Profumo: “Jaguar rappresenta il primo grande elemento di un programma radar internazionale che soddisfa gli ambiziosi requisiti espressi da Giappone e Regno Unito nell’ambito dei programmi F-X/Fcas”».




3 agosto

    • I bombardamenti sono dovunque terrorismo di stato

        • Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov è arrivato a Naypyidaw per una visita in cui ha affrontato con il suo omologo Wunna Maung Lwin temi relativi a sicurezza e scambi economici. La nota della Tass aggiunge che successivamente sarebbe ancora andato in Cambogia per partecipare al vertice Russia-Asean ed era reduce da un lungo tour volto a intessere una fitta rete di legami in funzione antioccidentale

      • Riportando la medesima notizia Associated Press sottolinea come la Russia sia il partner principale della giunta militare golpista e che nonostante l’embargo imposto dopo il golpe i rapporti tra i due governi non siano mutati.
        • «Abbiamo una base molto solida per sviluppare la cooperazione in un’ampia gamma di settori. Apprezziamo la natura tradizionalmente amichevole del nostro partenariato, che non è influenzato da alcun processo opportunistico», ha detto Lavrov (Associated Press).

      • Gli esperti delle Nazioni Unite hanno descritto il paese infitto in una guerra civile. E proprio 3 giorni prima dell’arrivo di Lavrov in Myanmar al-Jazeera aveva accusato Tatmadaw, l’esercito birmano, di usare gli Yak 130 di fabbricazione russa contro la popolazione civile, come documentato da un collettivo che monitora gli abusi in Myanmar:
      • «Myanmar Witness ha verificato il ripetuto impiego dello Yak-130 – un sofisticato jet da addestramento biposto di fabbricazione russa con una documentata capacità di attacco al suolo – in Myanmar. Durante questa indagine, rapporti credibili e la geolocalizzazione hanno rivelato l’uso dello Yak-130 all’interno di aree civili popolate».

        Un video condiviso su Facebook di Myanmar Witness il mese scorso ha mostrato uno Yak-130 eseguire due passaggi e lanciare diverse salve di razzi non guidati verso il suolo; un altro video ha mostrato uno Yak-130 eseguire cinque passaggi e sparare 18 salve di razzi non guidati. Myanmar Witness ha geolocalizzato i due video a 200 metri dal confine tra Thailandia e Myanmar, a sud di Myawaddy, nel Karen, dove i gruppi armati etnici da tempo combattono per l’autonomia e forniscono addestramento e sostegno alle milizie civili costituite per contrastare il colpo di stato del febbraio 2021.

Gli Yak 130 sono il risultato di una collaborazione tra Yakovlev e Aermacchi per la realizzazione di un addestratore avanzato, che è stato inaugurato nel 2009. In realtà è spesso usato come jet d’attacco leggero: quella forma light adatta a intimorire popolazioni riottose. Il velivolo è in dotazione degli eserciti di Russia, Algeria, Bangladesh, Bielorussia, Laos, Libia, Siria, Vietnam e… ovviamente Myanmar.

Yak-130

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]]> La guerra viene con le armi lo spaccio a luglio https://ogzero.org/studium/la-guerra-viene-con-le-armi-lo-spaccio-a-luglio/ Thu, 11 Aug 2022 00:11:56 +0000 https://ogzero.org/?post_type=portfolio&p=8546 L'articolo La guerra viene con le armi lo spaccio a luglio proviene da OGzero.

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Le aspettative per il futuro commisurate ai profitti per l’aumento della domanda

Il sito americano “Defense News” ha pubblicato la sua annuale classifica delle prime cento industrie al mondo della Difesa. Grazie ai suoi risultati positivi, Leonardo sale al 12esimo posto complessivo, diventando la prima azienda in Unione europea, un bel primato senz’altro. Ma le vere aspettative sono per il futuro, quando si potranno misurare gli impatti dell’aumento della domanda a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Una precisazione questa contenuta nell’occhiello di “Formiche” che non ha bisogno di attendere i profitti che discendono dal moltiplicarsi degli ordini di ordigni “grazie” alla guerra per risultare agghiacciante.

Ma oltre alla classifica delle industrie sono importanti anche i dati relativi alla consistenza degli affari dell’industria delle armi a livello nazionale e un dato altrettanto interessante proviene dalla performance dell’export dell’industria delel armi turca: nei primi sei mesi Ankara avrebbe incassato più di 2 miliardi di dollari. E dalle schede che seguono è facile far risalire alla filiera dei droni, in cui Bayraktar è leader dopo i successi in Ucraina.

Un altro aspetto che balza agli occhi è la presenza nelle prime 5 posizioni di aziende statunitensi e nelle posizioni di rincalzo tra le prime 20 industrie belliche per guadagni – distanziate – 5 marchi cinesi: un’altra evidenza di cosa ci attende e chi possono essere i protagonisti dei prossimi incroci di armi. Per ora le prime 5 fabbriche di armi sono anche quelle che organizzano, pervadono, informano di sé, esibiscono, comunicano e indicono conferenze stampa interne alle fiere che promuovono i loro prodotti. Anche questo mese se n’è avuta una dimostrazione in Hampshire, il Farnborough Air International Show, che occupa un ampio spazio tra le schede che riprendono notizie su come la guerra si è preparata con le armi di luglio.


Ad ampio raggio è l’intervento del 21 luglio su Radio Blackout di Antonio Mazzeo che proponiamo qui, come inizio di una traccia di quanto lo stesso attento blogger e analista di traffici, strategie, accordi, missioni, fusioni, esposizioni di armi e modelli di sistema militare ci aiuterà a raccogliere nel libro bianco che è l’obiettivo di questo dossier annuale che stiamo allestendo

Ascolta “Il cambio di passo militare: acceleratori e corsa agli armamenti” su Spreaker.

100 %

Avanzamento



La Top Ten delle aziende più attrezzate a vendere morte stilata da “Defense News” con profitti precisi, paragoni annuali, performance, nomi di responsabili, nazioni di riferimento

GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE Traffico 2022

Luglio

24 luglio

      • Dopo l’inizio dell’operazione speciale il Kazakhstan starebbe riconsiderando le sue relazioni con la Russia secondo il “MoscowTimes”, che riprende un lancio del “WSJ”. Così avrebbe iniziato a cercare alleati – già ad aprile diversi funzionari statunitensi hanno visitato il Kazakistan, come il generale Michael Eric Kurilla; cercando di sfruttare l’aumento del budget per la difesa kazaka di 441 miliardi di tenge (circa 915 milioni di dollari, che si aggiungono a 1,7 miliardi già stanziati) per ammodernare gli strumenti della propria difesa: «Le autorità hanno tratto insegnamento dalla feroce resistenza dell’Ucraina e vedono la necessità di riformare l’esercito per renderlo più mobile e preparato alla “guerra ibrida”. Le ambizioni russe nell’ex spazio sovietico stanno causando crescenti timori», ha dichiarato al “WSJ” un alto funzionario dell’Asia centrale.
      • .

        Ma sono coinvolti nell’affare anche la Cina e… la Turchia.
        E proprio con Ankara sono in corso da maggio contatti per la produzione congiunta di droni Bayraktar in territorio kazako: Tokayev è difatti volato ad Ankara per firmare un accordo per la produzione congiunta di droni Bayraktar in Kazakistan. Questo è uno dei risultati dell’abile campagna promozionale della Bayraktar: “NikkeiAsia” informa che all’inizio di giugno, l’azienda aveva dichiarato che avrebbe inviato gratuitamente un TB2 alla Lituania, dopo essere venuta a conoscenza di uno sforzo di crowdfunding che in 3 giorni aveva raccolto 6,3 milioni di dollari per l’acquisto di un TB2 per l’Ucraina; con grande disappunto della Russia, l’azienda ha venduto per la prima volta il TB2 all’Ucraina nel 2019 e successivamente ha annunciato che lo avrebbe co-prodotto nel paese, poco prima dell’inizio della guerra. Anche in Polonia si sono raccolti quasi 5 milioni di dollari attraverso il crowdfunding avviato da “Zrzutka” per comprare droni da consegnare a Zelensky.
      • Baykar annuncia di aver firmato contratti di esportazione con 22 paesi per il TB2 e con altri quattro per il modello più avanzato Akıncı, che può trasportare un carico utile 10 volte superiore, comprese armi, telecamere e sensori. Il blog internazionale sull’industria della difesa “Oryx” afferma che ci sono 24 destinazioni di esportazione per il TB2, e che 13 sono state identificate attraverso fonti aperte.Per Baykar, l’Ucraina è fondamentale non solo come cliente ma anche come fornitore di componenti chiave per i suoi droni. L’Ucraina fornisce i motori per l’Akıncı e per il suo primo drone con motore a reazione, il Kizilelma (“Mela Rossa”), di cui Baykar sta producendo i prototipi. Precedentemente noto come MIUS, il Kizilelma sarà in grado di volare a velocità supersoniche, avrà capacità stealth e un carico massimo di quasi 1,5 tonnellate, secondo l’azienda. Un’alleanza militare con l’Ucraina, che Ankara ha speso in chiave di credibilità all’interno dello schieramento Nato, pur non rompendo tutti i ponti con Mosca nel quadro degli Accordi di Astana.
    • Anche verso il Kazakhstan si è registrata una donazione di 3 Anka – droni meno famosi, sempre prodotti dalla Bayrak, venduti anche ai tunisini, secondo “al-Monitor” – che ha reso possibili gli accordi tra Tokayev e Erdoğan. Ma forse ancora di più prelude a un’estensione di quel progetto di difesa dell’Asia centrale proposto da Ankara nell’ottobre 2020, chiamato “Turan Army”, che mira a sottrarre alla sfera d’influenza russa del Csto gli “stan”, cooptandoli in un sistema di collaborazione militare sotto egida turca.

Infatti la lettura che ne dà “Rurop” è di allarmata dietrologia – forse non del tutto errata: «Sulla base del Kazakistan stanno costruendo un bastione del futuro Turan. Non si può più parlare nemmeno di occupazione strisciante, senza considerare il fatto che il Kazakistan, essendo membro dell’Unione Eurasiatica, sta cercando di tirare le leve economiche e di ospitare le imprese che hanno lasciato la Russia, diventando una sorta di centro finanziario alternativo della Cee. Secondo le nostre informazioni, il Kazakistan è stato recentemente visitato dall’ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha incontrato la leadership della repubblica. I due hanno discusso le misure per sabotare la partecipazione e il lavoro del Kazakistan nella CSTO».

18-22 luglio – Farnborough International Airshow

      • Dal 18 al 22 luglio in Hampshire (UK) si è potuto assistere alla Farnborough International Airshow, un’esposizione di velivoli ufficialmente dual (per uso falsamente civile o da guerra, d’altronde gli affari – soprattutto in questa edizione – sono appannaggio della componente bellica) molto pubblicizzata e partecipata non solo dagli organizzatori, ma da aziende rappresentate, governi e tutta la stampa specializzata. L’offerta ha visto molteplici occasioni di compravendita, di annunci di prototipi particolarmente letali, o di partnership proattive e accordi per ricerche sofisticate.
        In grande spolvero i velivoli senza pilota, che hanno la caratteristica di venire sviluppati in progetti che vedono molte aziende collaborare nel settore tecnologico di maggiore competenza. E gli immarcescibili F-35, di cui è moltiplicata la richiesta
      • Cominciamo dagli UAV
      • «Il futuro dell’aviazione da difesa è autonomo»


        Significa che il futuro dell’aviazione militare è rivolto all’espansione dell’uso dei droni.
        Quello è il ritornello ripetuto dai leader dell’industria aerospaziale in occasione di due fiere aeree gemelle tenutesi in Inghilterra questo mese – e attendono a breve quel futuro. Lo riprende “Defense News
        Il responsabile dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti, Frank Kendall, ha posto come priorità assoluta l’utilizzo sempre più frequente di velivoli autonomi, ovvero di veicoli aerei senza pilota (UAV) che utilizzano tecnologie come l’intelligenza artificiale per gestire le proprie missioni: infatti un esempio emblematico di queste nuove tecnologie è l’utilizzo di velivoli senza pilota per affiancare i caccia nelle missioni di combattimento. L’Air Force sta iniziando a chiamarli aerei da combattimento collaborativi, o CCA, e vuole che accompagnino gli F-35 e la segreta piattaforma di sesta generazione Next Generation Air Dominance, ora in fase di progettazione. Ciò che è preoccupante è il fatto che Kendall ammetta esplicitamente che rispondano all’attesa di combattimenti aerei con la flotta cinese, dove i droni fungerebbero da esche, oppure da ricognitori, o rispondere alle richieste del pilota inserito nello stormo

      • Ma l’immaginazione dei tecnici militari si spinge ancora oltre: Steve Nordlund, vicepresidente e direttore generale di Phantom Works per Boeing Defense, Space and Security, ha detto che la squadra uomo-non-pilota non deve essere necessariamente uno “sciame” di UAV intorno a un caccia pilotato, immagina piuttosto che questi droni autonomi possano essere “slegati” da una piattaforma e possano andare dove sono più necessari.
        Boeing collabora con Lockheed Martin nel Kratos Defense and Security Solutions, che ha presentato i recenti voli di prova di due dei suoi droni autonomi XQ-58A Valkyrie, nell’ambito del programma Skyborg. La Lockheed Martin sta studiando un mix di droni sacrificabili e sistemi autonomi più avanzati da affiancare ai caccia con equipaggio dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti. La versione base di ogni Valkyrie costerebbe tra i 3 e i 5 milioni di dollari, e con l’aggiunta di capacità che gli consentano di svolgere una missione specifica – come capacità di attacco, guerra elettronica o intelligence, sorveglianza e ricognizione – il prezzo potrebbe anche raddoppiare, senza superare i 10 milioni di dollari. La produzione potrebbe arrivare a 500 pezzi annui.
        Anche la Royal Australian Air Force ha un contratto di 115 milioni di dollari che prevede la sua collaborazione con Boeing attraverso il suo programma Loyal Wingman, per fornire tre droni autonomi da far volare accanto ai caccia con equipaggio.

La scheda di “Si vis pacem para bellum” per il XQ-58A Valkyrie: viene lanciato tramite razzi e, al termine della missione, viene recuperato tramite paracadute; è indipendente dalle piste aeroportuali e potrà aggiungere sensori ed armi supplementari rispetto a quelle dei caccia pilotati (F-22 ed F-35 e altri) che è destinato a supportare negli ambienti altamente ostili. La sua configurazione è relativamente convenzionale, con una fusoliera dotata di corte ali a freccia in posizione centrale, e di due impennaggi di coda a “V”. La presa d’aria per il propulsore è situata sulla parte superiore della fusoliera, ed alimenta il motore a reazione posto nella parte posteriore attraverso un tubo a “S”, al fine di impedire che le pale del reattore siano visibili alle onde radar. Due stive ventrali consentono il trasporto del carico offensivo, sotto le ali sono installati anche due punti di attacco esterni. La formazione tipo dovrebbe essere costituita da tre droni XQ-58a posizionati davanti a un cacciabombardiere guida F-15EX o F-35 Block 4. L’XQ-58 può anche volare in modalità semi-autonoma seguendo un rotta impostata, o diventare completamente autonomo.

«Il risultato del programma LCAAT, in base al quale viene creato l’attuale XQ-58A, potrebbe essere l’emergere di una tattica radicalmente nuova per l’uso dell’aviazione di prima linea. I compiti principali delle conquiste della difesa aerea e la distruzione di oggetti terrestri (anche la lotta per la superiorità aerea è possibile) saranno eseguiti da un collegamento misto, tra cui un cacciabombardiere con equipaggio di quarta o quinta generazione e un certo numero di UAV» (“TopWar“).


Ma anche l’Europa investe sui velivoli senza pilota e Airbus (Francia Germania Italia Spagna) presenta l’Eurodrone alla fiera britannica. E il protagonismo delle aziende di punta italiane standiste è imbarazzante per retorica nazionalista amplificata da “Formiche.net”: Eurodrone e celebrazione di dividendi in materia di arnesi di morte.

  • Avio Aero riunisce negli stand istituzionali a Farnborough la Difesa governativa per festeggiare i proventi del motore Catalyst made in Italy, selezionato a marzo da Airbus per equipaggiare il programma del drone europeo e il governo offre un palcoscenico straordinario alle aziende pesanti, a caccia di importanti ritorni industriali e tecnologici.ll Catalyst garantisce una diminuzione dei consumi fino al 20%, una potenza di crociera e una capacità di carico maggiore del 10% e fino a tre ore in più di autonomia in una tipica missione Uav, rispetto ai motori concorrenti nella stessa categoria. Il controllo del motore digitale Fadec (Full authority digital engine control) presente sul Catalyst, inoltre, semplifica l’integrazione tra l’avionica e l’elica, questa realizzata dalla tedesca MT-Propeller. Applicato all’Eurodrone, che è un velivolo a pilotaggio remoto (Uav) di classe Male (Medium altitude long endurance), con capacità versatili e adattabili. Le sue caratteristiche lo rendono la piattaforma perfetta per missioni cosiddette Istar (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition, and Reconnaissance): cioè di Intelligence, sorveglianza, acquisizione obbiettivi e ricognizione e per operazioni di sicurezza nazionale. I siti coinvolti nel programma sono: Avio Aero in Italia e Polonia, GE Aviation Turboprop in Repubblica Ceca, GE Aviation Advanced Technology di Monaco di Baviera e il GE Engineering Design Center di Varsavia; come si diceva per i prodotti Aukus di Boeing-Lockheed, a dimostrazione della indispensabile collaborazione tra molte aziende ciascuna per le sue competenze tecnologiche, perché evidentemente bisogna fare in fretta e non solo per la complessità dei sistemi, visto che fino a momenti non di guerra si predilige mantenere segreto o comunque interna la tecnologia applicata evitando di dipendere da altri stati… significa che è elevata la domanda e pure i tempi di applicazione sono immediati.
  • L’attivissima industria italiana appare nel mercato dei velivoli senza pilota anche nella proposta americana: infatti Leonardo DRS era presente fresca di acquisizione della RADA israeliana: il 21 giugno la società a capo del complesso miltare-industriale nazionale ha comunicato che la controllata statunitense Leonardo DRS e l’azienda israeliana RADA Electronic Industries Ltd. (leader nella fornitura di radar tattici militari e software avanzati) hanno firmato un accordo vincolante di fusione, come ci informa Antonio Mazzeo, specificando anche produzione e maestranze del nuovo partner della filiale statunitense dell’azienda italiana di difesa Leonardo SpA.
      • «Secondo il presidente e amministratore delegato di Leonardo DRS, William Lynn, l’azienda sta lavorando sulle modalità di progresso delle capacità come l’integrazione dei sensori e l’uso dell’energia diretta e della guerra elettronica per eliminare gli sciami di droni».

    • Leonardo DRS è la filiale statunitense dell’azienda italiana di difesa Leonardo SpAa le attivissime aziende italiane sono presenti sul mercato dei droni sia in un prodotto che presso la sua concorrenza: anche Leonardo DRS era presente alla fiera e fresco dell’acquisizione di RADA Electronics Industries» (“Defense News”).
  • Ma Leonardo a giugno aveva allacciato altre relazioni collaborative con BAE Systems allo sviluppo di un dimostratore del Future Combat Air System, che il Ministero della Difesa britannico prevede di far volare entro il 2027. Il parlamento italiano si è impegnata a spendere 6 miliardi di euro per il programma nel prossimo decennio per questo nuovo Eurofighter Tempest, successore del Typhoon.
    Parlando il 19 luglio al Farnborough Airshow, il Segretario alla Difesa britannico Ben Wallace ha sottolineato la collaborazione della Gran Bretagna con l’Italia e il suo nuovo potenziale partner, il Giappone alla progettazione del Tempest, all’interno del quale è prevista una qualche partecipazione della Swedish Air Force.
  • Destino vuole che la fiera sembra sia fatta in casa dai soliti brand, che hanno atteso l’occasione per sbandierare le loro partnership: infatti subito al secondo giorno, rilanciata dalla grancassa della solita “Defense News” la stessa BAE Systems (il più grande appaltatore della difesa in Europa), ha annunciato l’ingresso nel settore del trasporto aereo militare attraverso un’alleanza strategica con il produttore brasiliano di aerei Embraer, con la quale ha annunciato di aver firmato un memorandum d’intesa per perseguire un potenziale accordo con l’Arabia Saudita per l’acquisto del bimotore per il trasporto aereo tattico C-390 dell’Embraer.
    Un’ubriacatura di armi per Riad proviene dal viaggio di Biden che apparentemente aveva solo ricevuto rifiuti (a incrementare la distribuzione di barili fuori dall’Opec, schierandosi in quel modo contro la Russia) e invece ha sbloccato 5 miliardi di dollari in armi: 3 per i 300 Patriot Interceptors (vendita già bocciata in passato dal Congresso per la pessima condotta dei wahabiti) e 2 nei Thaad Iterceprtors, prodotti da Raytheon Technologies «saranno utilizzati per rifornire quelli usati per abbattere i missili e i droni sparati nel regno dai ribelli Houthi nello Yemen», si legge in “DefenseOne”. Ma allora cosa se ne farà Mbs di una potenza di fuoco simile, se davvero reggesse la tregua in Yemen e si va verso rapporti amichevoli con Turchia, Israele…? Rimane solo uno scontro aperto contro l’Iran, a pensare male ci aiuta “Politico.eu”:

    «L’amministrazione Biden sta esortando le nazioni arabe a collaborare con Israele per contrastare i missili iraniani, ma la continua diffidenza e le differenze tecnologiche significano che qualsiasi tipo di alleanza potrebbe essere lontana anni. Secondo funzionari ed esperti, un obiettivo più realistico sarebbe che Israele condividesse alcune informazioni con gli Stati arabi, conducesse esercitazioni da tavolo insieme e magari acquistasse ulteriori armi compatibili. Si tratta di un obiettivo più raggiungibile rispetto a uno scudo di difesa regionale che colleghi i tiratori con radar, satelliti e altri sensori… Ma un problema è che anche Sauditi ed Emirati Arabi Uniti utilizzano sistemi cinesi e russi, che non possono integrarsi con le apparecchiature occidentali… L’idea di un’alleanza di difesa missilistica allentata riflette un cambiamento verso la normalizzazione tra ex avversari che si coalizzano intorno a un atteggiamento più falco nei confronti dell’Iran, ha affermato Caroline Rose, analista del New Lines Institute».


  • Gli UAV rappresentano il futuro business, ma quello consolidato e che rappresenta miliardi cash – tanti sporchi e subito – è il mercato degli F35 che anche a Farnborough sono stati un vero successo. Formiche poi esagera rivendicando strumentalmente quale vantaggio trarrebbe lo stabilimento di Cameri. Comunque è un bottino formidabile indotto dall’attenzione per situazioni di guerra.
    In Europa i paesi che hanno scelto di affidare la difesa aerea agli F-35 sono Germania (sostituendo i vecchi Tornado per un totale di 8 miliardi), Finlandia (10 miliardi in cambio di 64 F-35, per disfarsi dei vecchi F-18 Hornet McDonnel), Repubblica ceca (a rimpiazzare i suoi Saab JAS 39 Gripens), Svizzera (6,5 miliardi stanziati un anno fa) e Grecia (un ordine di almeno 20 F-35 entro il 2028) aderendo al programma del Joint Strike Fighter. L’anno scorso, inoltre, è stato consegnato il primo caccia alla Danimarca e l’Aeronautica militare olandese è diventata ufficialmente la nona nazione al mondo a dichiarare operativa la propria flotta di caccia.

  • E di nuovo un ruolo particolare se lo ritaglia l’Italia, tornando a una rivelazione di “Formiche.net
  • «Lockheed Martin si è aggiudicata un contratto del valore di 524 milioni di dollari per il supporto ai caccia di quinta generazione F-35 italiani. A darne notizia un comunicato del dipartimento della Difesa americano, che ha registrato la modifica che aumenta il massimale per l’approvvigionamento di materiali, parti, componenti e sforzi a lungo termine per la produzione di sette velivoli F-35A e due F-35B del lotto 15 e sette F-35A e due F-35B del lotto 16 destinati alle Forze armate del nostro Paese. Il lavoro sarà svolto principalmente negli Stati Uniti, ma vedrà la partecipazione anche del sito produttivo italiano di Cameri, in Piemonte, dove si trova una delle uniche due Faco al di fuori degli Usa (l’altro è in Giappone) e si prevede che sarà completato nel giugno 2025. L’Italia ha fino ad oggi ordinato sessanta caccia a decollo e atterraggio convenzionale F-35A e trenta nella variante a decollo corto e atterraggio verticale F-35B.
    Secondo il Pentagono, la quantità finale di velivoli potrebbe cambiare in base a eventuali “aggiustamenti apportati dal Congresso degli Stati Uniti nel bilancio 2023 e a eventuali ordini richiesti dai partner internazionali».

    (certo: li forniremo, se rimangono fondi di magazzino, vista la richiesta indotta dagli orizzonti bellici, che si approvvigionano grazie anche a Farnborough)



XQ58AValkyrie



CatalystEurodrome



EurofighterTempest

19 luglio

      • Nel quadro dell’attivismo turco, nell’area del Mediterraneo orientale, si registra da tempo (si trova qui un possibile riassunto di Mariano Giustino per Radio Radicale del 10 giugno 2022) la richiesta di Ankara di rendere effettiva la smilitarizzazione delle isole dell’Egeo, che sarebbe regolata dall’accordo di Losanna risalente al 1947 (all’articolo 13 prevede che nessuna base navale o fortificazione debba essere stabilita a Mitilene, Chio, Samo –isole sulle rotte dei migranti e che potrebbero produrre un incidente “ibrido”). La smilitarizzazione dunque è sempre stata disattesa dalla Grecia che rivendica la scadenza ormai avvenuta delle regole di disarmo e il diritto all’“autodifesa” dall’espansionismo turco – che peraltro non è tra i firmatari dell’Accordo di Losanna, proprio perché rivendica quella che il nazionalismo turco chiama “Patria blu”, mettendo in discussione le Zone assegnate ai singoli paesi dell’area, con gas, pesci e cavi di comunicazione annessi.
      • Non a caso la Grecia ha il maggior rapporto percentuale tra i paesi UE di assorbimento del pil dalla spesa militare. Dopo i Rafele dalla Francia (24 marzo 2022) e gli F-35 della Lockheed (30 giugno 2022), l’ordine di tre corvette sono contese tra la francese Gowind del Gruppo Navale (lo stesso che costruisce le fregate Belharra, ma soprattutto la Francia ha un alleanza militare con Atene), gli italiani di Fincantieri supportati anche dagli Usa con le potenti corvette FCX-30 di classe Doha (la soluzione più accreditata anche per il ritorno geopolitico e per la presenza americana che duplicherebbe la consegna degli F-35) e gli olandesi con le Corvette Sigma 10514 Damen (4 luglio 2022), il tutto per chi si aggiudicherà la commessa per un totale di circa 2 miliardi.
    • Le scelte del governo di Mitsotakis sembrano optare per una cooperazione sempre maggiore con Cipro ed Egitto in funzione antiottomana, sotto l’ombrello americano che sta implementando lo scalo di Alexandropolis adibendolo soprattutto a logistica militare.

Il capo del governo turco, al di là delle mire espansionistiche, sa che dalle parti di Cipro sono stati scoperti importanti giacimenti di gas che in un momento di crisi energetica globale risolverebbero un bel po’ di problemi di approvvigionamento (da Formiche.net).

ma Francia e Germania sono apertamente schierate a difesa di Atene:

«Molte questioni di diritto internazionale sono complicate, ma alcune sono anche molto semplici”, ha premesso Annalena Baerbock, ministro degli Esteri tedesco. “Le isole greche di Lesbo, Chios, Rodi e molte altre sono territorio greco. E nessuno ha il diritto di sollevare dubbi e questioni su questo punto».

e anche negli Usa le simpatie vanno maggiormente ai greci: infatti da “DefenseNews” si viene a sapere che il senatore Menendez del New Jersey (stato con folte comunità armene e greche) ha tentato di usare le sue notevoli influenze nel campo della vendita di armi per impedire che  possa andare in porto una commessa per 70 jet della Lockheed F-16, su cui Erdoğan ha dovuto ripiegare nel 1979, perché estromesso dal progetto F-35 dopo aver acquistato gli S-400 di Putin.

Anche i curdi stanno facendo pressioni sul Congresso perché non vengano consegnati altri F-16 ad Ankara, essendo riusciti a documentare l’uso fatto su strutture civili nel Nordest della Siria

19 luglio

      • Putin ha incontrato Raisi e Erdoğan a Tehran il 19 luglio. In quell’occasione secondo i Servizi americani ripresi dall’“Hindustan Times” si sono precisati i contorni dell’accordo che vede l’Iran pronto a vendere 300 droni letali a Mosca; macchine utilissime nelle operazioni  militari in Ucraina a contrasto di quei droni che il terzo protagonista, Ankara, vende a Kiyv. La Casa Bianca ha prontamente condiviso 3 immagini che attestano l’interesse da parte di una delegazione russa che si è recata a Kashan in Iran almeno due volte per l’acquisto di droni, la prima a giugno e la seconda il 5 luglio. In particolare l’Iran ha mostrato agli inviati russi i droni Shahed-191 e Shahed-129.

        • L’esercito russo ha finanziato diversi programmi di droni per missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) e di attacco, ma la limitata disponibilità di tecnologie avanzate e le carenze tecnologiche nel settore dei droni, come l’ottica, l’elettronica e i materiali compositi, impongono l’acquisto da altri partner e l’Iran è il fornitore giusto in un reciproco accordo win-win, vista la condizione di embargo in cui si trova e il nuovo mercato che si spalanca per le casse iraniane.
        • .

      Secondo il sito specializzato “GagadgetShahed-129 è in grado di trasportare fino a 200 kg di carico utile, compresi i missili anticarro Triste-1 (simile all’israeliano arpione-E.R) e bombe di precisione Triste-345. In una guerra su vasta scala, i droni iraniani non sono ancora stati utilizzati, mentre i primi a essere abbattuti dall’aviazione israeliana risalgono a 10 anni fa ed erano in dotazione a hezbollah.

Secondo “InsideOver”: «Un carico di questi velivoli, che farebbero la differenza nella guerra in corso, sarebbe già stato inviato in Russia attraverso il Mar Caspio verso Astrakhan. Il nucleo della spedizione dovrebbe essere costituito dai droni d’attacco pesanti Shahed 129, realizzati sulla base dell’UAV israeliano Hermes 450, dell’americano MQ-1 Predator e del cinese Wing Loong II. L’equipaggiamento di base dovrebbe essere la bomba Sadid a guida di precisione, sempre iraniana, con testata a frammentazione».

18 luglio

    • Difficile capire se vengono prima le molte tensioni innescate dai politici da un lato e dall’altro della barricata del Pacifico, che allarmano il Pentagono da un lato o dall’altro il People Liberation Army; oppure se quelle provocazioni sorgono in seguito al riarmo che si è già operato e agli stanziamenti miliardari per i vari Corpi degli eserciti.
      • Il corpo dei Marines attraverso la sua rivista (“MarineTimes”) ha pubblicato un lungo articolo di richieste con le quali intende sestuplicare il fondo per la progettazione di prototipi per il 2023: 63 milioni di dollari così suddivisi tra tre progetti: “Family of Integrated Targeting Cells”, o FITC (cellule di puntamento integrate), con 20,5 milioni di dollari; il potenziamento del drone MQ-9A Block 5 Reaper, con 14,5 milioni di dollari; e lo sviluppo di velivoli attrattivi a basso costo, con 14,4 milioni di dollari. Tutti sono operativi o quasi e comunque applicabili in situazione di ingaggio.E tutti i progetti sono selezionati in previsione di una loro applicazione in ambiente Indopacifico; a questo proposito è interessante che questi stanziamenti si aggiungano ai 245 milioni già stanziati dal senato per il Joint All Domain Command and Control, o JADC2, che comprende la creazione di un quartier generale della forza congiunta presso il comando indopacifico e l’accelerazione di queste cellule di puntamento va iscritta nella previsione di missioni incentrate sui litorali e da piccole basi, sollecitate dalla minaccia cinese nel Pacifico.Per maggiore efficacia queste cellule di puntamento dovrebbero essere affiancate da droni “leali gregari”, come quelli sviluppati da Northrop Grumman e Boeing, a lungo raggio, in grado di trasportare carichi letali e di operare sia da navi che da terra: nel 2023 saranno operativi 2 nuovi MQ-9A Block 5 Reaper della Atomic ASI. E infatti il primo atterraggio senza controllo da terra per un MQ-9 è avvenuto il 3 agosto 2022 sull’isola di Palau, non a caso  nell’Oceano Pacifico, arrivando da Guam e diventando ATLC (automatic takeoff and landing capability).
    • Michael Chmielewski, comandante di uno squadrone di MQ-9A ha detto che una base permanente sarà probabilmente allestita in una base aerea in Giappone entro l’autunno del 2022. Il comandante ha anche detto che ciò porrebbe l’asset nella prima catena di isole più vicina alla Cina, con accesso al Mar Cinese Orientale, ma probabilmente non al Mar Cinese Meridionale. Il 556 TES sta preparando un rapporto postazione con le sue raccomandazioni su come impiegare meglio il Reaper nelle esercitazioni future e nelle missioni reali. Chmielewski ha detto che l’AAR chiederà quali capacità tattiche possono ancora essere aggiunte alla piattaforma per soddisfare le esigenze specifiche del teatro del Pacifico (“AirForceMag”)

      • Il comandante dei Marines, gen. David Berger ha annunciato che il servizio avrebbe allestito un primo squadrone di Reaper alle Hawaii, come parte del suo impegno nel Pacifico. Nel 2021 GA-ASI ha anche presentato una versione a decollo e atterraggio corto, o STOL, dell’MQ-9 che può essere lanciata dalle navi, una modifica che consentirebbe al drone di supportare meglio le unità di spedizione dei Marines e di fornire copertura e intelligence, sorveglianza e ricognizione mentre i Marines si spostano dalla nave alla costa.

Scott Smith, vicepresidente regionale GA-ASI per l’Europa, aveva dichiarato nel maggio 2021 per “AresDifesa” che «L’Aeronautica Militare italiana è da tempo leader nell’utilizzo di MQ-9 RPA per supportare un’ampia gamma di missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) in Italia, nel Mediterraneo e a sostegno delle operazioni Nato. Questi miglioramenti danno alle forze italiane la possibilità di vedere meglio e più chiaramente che mai con i loro MQ-9 RPA e siamo orgogliosi di lavorare con l’ITAF per aggiornare la loro flotta.”».

16 luglio

    • Intorno alle 19 un cargo Antonov An-12BK ucraino della Meridian partito da Ni, nel Sud della Serbia, su cui erano caricate 11 tonnellate di munizioni, mortai e mine serbe destinate al Bangladesh si è schiantato a Pangaios Kavalas in Grecia, come descritto da “Flight Radar”, prima dello scalo tecnico previsto nella capitale giordana Amman; non si hanno notizie ulteriori di una sostanza bianca su cui ha indagato lo Special Interbranch Nuclear Biological Chemical Defense Company, comunque 2 pompieri sono stati ricoverati con difficoltà respiratorie.
      • E dopo la prima notizia diffusa da molte testate tra il 18 e il 21 luglio, la notizia non è più stata ripresa, anzi non c’è traccia di inchieste giornalistiche. Eppure “Deutsche Welle” – che ipotizza come destinazione finale l’esercito ucraino sulla base della nazionalità del velivolo precipitato – ironizza sul fatto che sembra un plot di un thriller: infatti le domande potrebbero essere innumerevoli a cominciare dal numero di nazioni coinvolte; ma anche dal produttore di quelle munizioni (Slobodan Tesik, uno dei maggiori trafficanti di armi dei Balcani e da tempo presente nella lista delle sanzioni statunitensi, è un sostenitore del partito al potere di Vucic, l’Sns, e le elargizioni a questo corrisponderebbero a transazioni commerciali tra aziende di armi di proprietà statale e aziende private); e poi soprattutto chi fosse il fruitore finale, vista la attestata tradizione pluriennale per la capitale bengalese come sede di transito delle armi illegali destinate al Nordest dell’India, ma soprattutto… al Myanmar, come si evince da un’interessante analisi di “ResearchGate”.
        Incrociando questa con altre notizie legate al traffico di armi a favore del Tatmadaw birmano dopo il golpe si scopre facilmente che la Serbia è stata condannata dal parlamento europeo, come riportato da “BalkanInsight”, una testata che ha pubblicato il 22 febbraio 2022 una precisa e documentata inchiesta sugli stretti rapporti commerciali di materiale bellico tra Belgrado e Naypyidaw; il rapporto, scritto in collaborazione con Myanmar Witness, il Center for Investigative Journalism in Serbia e Lighthouse Reports, fondata su immagini, video e documenti open source, dava conto di una rotta simile, pur facendo scalo tecnico a Il Cairo.
      • Traffico d'armi tra Serbia e Myanmar

        Cargo partito dalla Serbia, riconoscibile nelle operazione di scarico a Yangoon

David DesRoches, professor alla National Defense University, ha dichiarato ad “Al Jazeera” che «Ci sono anche segnalazioni che alcuni dei proiettili sono proiettili da mortaio, che non sono normali esplosivi da esplosione – tendono a frammentare finemente i pezzi di metallo, che sono estremamente infiammabili. Quindi, ancora una volta, questo creerebbe alcuni problemi ai vigili del fuoco e ai soccorritori».
Ha aggiunto che, fino all’invasione russa, l’Ucraina era tra i leader mondiali nei servizi di trasporto aereo di merci.«Non si tratta di un’operazione losca e in sordina; è una pratica consolidata e ben accettata, anche se non è soggetta agli stessi controlli di un paese occidentale, perché non fa parte di alcuna istituzione europea».

Antonov-AN12BK

11 luglio

  • Durante il Summit tra ministri degli interni dei paesi comunitari tenutosi l’11 luglio la commissaria europea Ylva Johansson ha annunciato la creazione di un hub in Moldavia per combattere le organizzazioni criminali che hanno riconvertito il loro core business nello storno di armi inviate in Ucraina.
    Interessante come la Commissione già il 28 marzo avesse stilato un piano in 10 punti per migliorare il coordinamento tra gli stati nell’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra, agganciandolo al piano contro il comune traffico… di esseri umani, di qui l’allusione al coinvolgimento di Frontex. Ora si applicano gli stessi criteri per la “fuga di armi”, attraverso l’European Multidisciplinary Platform Against Criminal Threats (EMPACT) per indirizzare un’azione operativa congiunta contro le nuove minacce criminali legate all’aggressione della Russia all’Ucraina.

  • Riporta “EU-Observer”: «È difficile evitare il contrabbando di armi. Cerchiamo di tenerne traccia, ma mentirei se dicessi che ci riusciremo. Abbiamo fallito dopo la guerra in Jugoslavia, e non possiamo impedirlo ora», ha dichiarato a EUobserver un funzionario dell’UE che parla in forma anonima.

    Ogni Stato membro dispiegherà inoltre agenti di polizia presso la sede centrale dell’hub, che opererà dalla capitale moldava Chișinău, aumentando la capacità locale e mirando a contrastare anche il traffico di esseri umani.

  • Aija Kalnaja, responsabile ad interim di Frontex, ha dichiarato che la Moldova è stata scelta come base operativa «perché è qui che può arrivare soprattutto il traffico di armi».

    Lo scenario ucraino può rappresentare un enorme bacino di approvvigionamento militare nel cuore dell’Europa, tra l’altro con armamenti ben più efficaci rispetto a quelli tradizionalmente rinvenuti come AK 47, Uzi, AR15 e M12, per non parlare degli esplosivi di nuova generazione, dice Arje Antinori a “Ristretti Orizzonti”.

11 luglio

  • Il ministro svedese dell’immigrazione Anders Ygeman ha dichiarato all’EU-Observerche la maggior parte delle armi fornite all’Ucraina erano nelle mani dell’esercito ucraino.

    Ma parlando alla Anglo-American Press Association di Parigi il 10 giugno, il capo dell’Interpol Jürgen Stock ha avvertito che «una volta che le armi taceranno, assisteremo a una proliferazione di armi nella fase postbellica, dando un enorme potere ai gruppi di criminalità organizzata della regione. Arriveranno le armi illegali. I criminali si stanno concentrando su quelle. Dovremmo essere allertati e aspettarci che queste armi vengano scambiate nei paesi vicini e in altri continenti». E allora ha esortato i paesi a «tracciare e rintracciare» le armi.

  • L’Ucraina ha una lunga storia di commercio illegale di armi; il caso più eclatante è quello della MV Faina, una nave da carico ucraina che nel 2009 è stata sorpresa a trafficare carri armati, artiglieria e fucili d’assalto AKM verso il Sudan – fatto che è venuto alla luce quando la nave è stata catturata dai pirati somali. Se si considera che già soltanto i 40 miliardi stanziati a maggio dagli Usa si sono andati ad aggiungere alle scorte di armi inviate in Ucraina dagli Usa tra cui si annoveravano secondo il “Washington Post”: 1400 sistemi antiaerei Stinger, 5500 missili anticarro, 700 droni Switchblade, 90 sistemi di artiglieria Howitzers a lungo raggio, 7000 armi leggere, 50 milioni di munizioni e numerose altre mine, esplosivi e sistemi di razzi a guida laser.

    Senza considerare  le consegne di ordigni da altre potenze occidentali che hanno visto transitare in territorio ucraino una quantità di strumenti bellici in questi 4 mesi maggiore di quelle spedite in Afghanistan in 20 anni; consegnate a un destinatario che per tradizione vede l’esercito stesso (e le sue milizie affiliate a maggior ragione) dedito al contrabbando.

    • come sottolineava il “Washington Post: «La storia dell’Ucraina come centro di traffico di armi risale alla caduta dell’Unione Sovietica, quando l’esercito sovietico lasciò in Ucraina grandi quantità di armi leggere e di piccolo calibro senza un’adeguata registrazione e controllo dell’inventario. Secondo lo Small Arms Survey, un’organizzazione di ricerca con sede a Ginevra, una parte dei 7,1 milioni di armi leggere dell’esercito ucraino nel 1992 “sono state dirottate verso le aree di conflitto”, sottolineando “il rischio di fuga verso il mercato nero locale”»

    • Il nuovo hub in Moldavia arriva nel momento in cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto con urgenza di aumentare le forniture di armi e munizioni per contrastare l’avanzata russa nell’est e nel sud del paese. I missili Stinger a spalla, in grado di abbattere aerei di linea, sono solo uno dei sistemi d’arma che gli esperti temono possano entrare in possesso di gruppi terroristici che cercano di provocare incidenti di massa.

      E l’escalation in corso attorno a Kherson vede protagonisti gli Himars che hanno gittata maggiore, ottima precisione e rapidità di fuoco superiore a quella del corrispondente russo… vanno a sostituire il Bayrakhtar turco e allargano il mercato delle armi alimentato da quegli articoli un po’ meno sotto i riflettori.

    • Nell’altro campo si vede in questi giorni il mercato animato dalle fughe di notizie di forniture dell’Iran per l’esercito russo, ma già era risaputo che proprio con armi riciclate da Tehran si approvvigionasse Mosca («Missili anticarro e RPG, oltre a sistemi lanciarazzi di progettazione brasiliana forniti attraverso reti sotto copertura in Iraq», “The Guardian“: cioè le milizie sciite irachene trasferiscono all’esercito russo armi di contrabbando con l’aiuto dei servizi iraniani); mentre a marzo Shoigu aveva proposto a Putin di girare ai separatisti filorussi del Donbass i missili americani Javelin e Stinger catturati.
      Un sistema missilistico Bavar-373 di fabbricazione iraniana, simile all’S-300 russo, è stato donato a Mosca dalle autorità di Teheran.


7 luglio

  • L’“Associated Press” ha ripreso una dichiarazione della Royal Navy britannica secondo la quale una sua nave avrebbe sequestrato un sofisticato carico di missili iraniani nel Golfo di Oman all’inizio del 2022, in questo modo usando l’interdizione come prova del sostegno di Teheran ai ribelli Houthi in Yemen. Interessante che l’annuncio venga a distanza di mesi dall’evento nel giorno delel dimissioni del governo di Boris Johnson. L’annuncio del governo britannico segna un’escalation, poiché in passato i funzionari occidentali hanno evitato di rilasciare dichiarazioni pubbliche che incolpassero direttamente l’Iran di aver armato gli Houthi. Il percorso dei carichi sulle rotte del contrabbando attraverso il Mar Arabico o il Golfo di Aden avrebbero suggerito la loro destinazione.
    Citando un’analisi forense, la Marina britannica ha quindi collegato il lotto di motori a razzo sequestrati a un missile da crociera di fabbricazione iraniana con una gittata di 1000 chilometri, che secondo la Marina sarebbe stato usato dai ribelli colpendo Abu Dhabi (come dalla nostra scheda del 17 gennaio).
    Secondo “Expartibus.it” le operazioni si sarebbero svolte il 25 gennaio e il 28 febbraio 2022 nelle prime ore del mattino. Mentre l’elicottero dell’HMS Montrose, dotato dei più recenti sistemi radar, era alla ricerca di navi che contrabbandano merci illegali ha individuato piccole navi che si allontanavano rapidamente dalla costa iraniana. Una squadra di Royal Marines si è avvicinata alle navi su due barche con decine di casse contenenti armi avanzate, che sono state scoperte e confiscate. Anche il cacciatorpediniere della US Navy USS Gridley ha partecipato schierando un elicottero per fornire un monitoraggio durante l’operazione.
    .
  • A sua volta, come riferisce “Anbamed” il ministero iraniano smentisce la ricostruzione dei fatti. Per Teheran, il comunicato britannico è un’azione di propaganda per coprire il coinvolgimento di Londra nelle azioni di spionaggio contro la repubblica islamica. Uno dei punti controversi degli accordi di tregua è la libera circolazione da e per la città di Taez, assediata dagli Houthi. Per garantire il libero passaggio dei civili, gli Houthi chiedono la resa dei soldati governativi ancora presenti per la difesa della città. Questo nuovo contenzioso rischia di impedire il rinnovo della tregua il prossimo 2 agosto.
  • Londra aveva affermato che nei mesi passati sono stati sequestrati missili terra-aria sofisticati di fabbricazione iraniana diretti in Yemen e capaci di minacciare i caccia sauditi che dominano lo spazio aereo yemenita. La Gran Bretagna è uno dei maggiori esportatori di armi verso l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti, i due paesi implicati nel campo avverso ai turbanti nella guerra yemenita. Dunque si evidenzia in questa “guerra” di comunicati come il traffico d’armi crei conflitti di annunci fumosi a orologeria. In questo caso è sicuramente palese che l’Iran fornisca il movimento houthi di ogni tipo di arma e quindi la notizia di un’intercettazione viene adoperata al momento più opportuno per far precipitare la situazione.


1° luglio

    • L’agenzia per la difesa sudcoreana sostiene l’acquisto dalla Lockheed Martin di altri 20 jet F-35A entro il 2030. Ne dà notizia “DefenseNews”, aggiungendo che la Defense Acquisition Program Administration ha appoggiato questo acquisto nell’ambito del progetto F-X del paese, che comprende la strategia di attacco preventivo “Kill Chain” del governo, volta a contrastare le minacce nucleari e missilistiche della Corea del Nord. Se l’ordine verrà eseguito, il paese spenderà entro il prossimo anno 3 miliardi di dollari per questa commessa.
  • Lockheed Martin ha consegnato tutti i 40 caccia F-35A Block 3 ordinati dalla Corea, a partire dal dicembre 2021. Ma i 20 jet in più dovrebbero arrivare nella variante Block 4, che è in grado di compromettere i radar nemici e altre apparecchiature elettroniche, dispone di un sistema elettro-ottico migliorato e può trasportare un maggior numero di ordigni. Forse, visto quello che riporta “DefenseDaily” relativamente alle consegne di F35-A in corso per US Air Force: «Il Technology Refresh 3 (TR3) è la spina dorsale del computer per il Block 4, che deve avere 88 caratteristiche uniche e integrare 16 nuove armi sull’F-35. Una grande sfida per il TR3 è rappresentata dal processore integrato L3Harris [LHX] e il Government Accountability Office si è detto preoccupato per la possibilità di ulteriori ritardi nelle consegne del processore e per la scarsa qualità del software del Block 4». Il primo volo del processore su un F-35 è previsto per luglio, ma l’aeronautica militare statunitense ha ridotto i previsti 48 aerei in ordine per il 2023 (per una spesa di più di 5 miliardi) a soli 33 (in cambio di 4 miliardi e mezzo.


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Avanzamento


La guerra viene con le armi: lo spaccio nel 2022

L’anno si inaugura con la paura di una guerra che avrebbe potuto essere nucleare in Europa col confronto diretto tra potenze globali, o presunte tali… e lo sviluppo di quella guerra più prossima alla sensibilità occidentale delle “proxy war” fatte combattere lontano procede tra il grottesco delle scenografie imperiali otto-novecentesche e le stragi chirurgiche di armi strategicamente digitali, fino alla “arma segreta” che non può mancare nel delirio dei guerrafondai di ogni secolo.
E infatti questo dossier nasce da un’idea di ricostruzione à rebour: monitorando il bisogno – e dunque l’acquisto – di un’arma si può ricostruire la nascita e l’area che può interessare la prossima guerra, il futuro dissidio, l’ennesimo scoppio di un conflitto.
Nel mondo infinite sono le proxy war, combattute per procura da quelle stesse potenze o altre regionali; molti sono i conflitti a sfondo religioso, che coprono la rapacità di multinazionali che affidano i loro interessi a milizie, o a stati impegnati in scontri con i vicini, o a soffocare secessioni su base coloniale; altrettante sono le lotte contro il neocolonialismo predatore.
Questi bombardamenti, le conseguenti battaglie e stragi… sono rese possibili dallo spaccio di armi: il traffico, ma anche gli accordi tra stati, gli scambi con la droga, o di favori geopolitici. Le fiere che espongono, propongono e vendono ordigni.
Abbiamo pensato di inaugurare l’anno cercando di raccogliere tutte le notizie, le inchieste, gli svelamenti che nell’anno 2022 stanno avvenendo, cercando quanti più dati possibile relativi al traffico di armi mondiale.



GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE




Lo spettacolo può cominciare


Il monitoraggio lungo un anno si è concluso, ottenendo una messe di dati, analisi, considerazioni che abbiamo già proposti in questo dossier, mantenendo come stella polare l’intuizione che ci aveva spinti a tentare di seguire i flussi di armi (quelli denunciati) per vedere dove confluivano e quindi dimostrare che le guerre si preparano industrialmente con largo anticipo sui pretesti politici in base a una strategia. Avevamo pensato di avviare questa attività nel novembre 2021, tre mesi prima che si manifestasse l’innesco del rivolgimento degli equilibri globali con l’“Operazione militare speciale” a rivendicare militarmente un multilateralismo effettivo con lo scopo di informare l’Occidente che la sua centralità è perduta, o almeno messa in discussione. Sicuramente è stato un anno particolare per operare questo monitoraggio, ma – andando a rileggere le schede di questi mesi – risulta palesemente emblematico di come funziona la filiera delle armi e come si concatena con le strategie geopolitiche, in funzione dei bisogni politico-militari, e con una ricerca scientifica sempre più ““dual”, a sancire una sempre maggiore militarizzazione della società civile.

Tutto questo ha fornito basi utili per passare alla consueta seconda fase degli Studium: l’approfondimento che prende corpo in un volume di più ampio respiro, realizzato in collaborazione con l’Atlante dei Conflitti  e delle Guerre del Mondo. Con questo intento OGzero ha affidato ad alcuni complici-esperti la disamina della condizione del mercato delle armi nelle singole aree, o negli aspetti legati a ricerca, logistica, produzione… strategie belliche. Gli estensori dei singoli paper sono Gabriele Battaglia, Roberto Bonadeo, Murat Cinar, Raffaele Crocco, Marco Cuccu, Alessandro De Pascale, Angelo Ferrari, Emanuele Giordana, Antonio Mazzeo, Alice Pistolesi, Eric Salerno, Carlo Tombola, Massimo Zaurrini.

Il dato che spicca rispetto alla motivazione iniziale del monitoraggio è che gli spostamenti di armi hanno assunto un movimento centrifugo di diffusione capillare con una richiesta sempre maggiore e globale (segno che il presente o probabile coinvolgimento è percepito come urgente approvvigionamento da parte di ogni area), e anche centripeto rispetto alle aree in cui è già esploso il conflitto (e dove si concentrano maggiormente le armi, sempre però seguendo un criterio che informa il singolo conflitto, sempre mantenuto nei canoni che i contendenti decidono – altro aspetto rilevato dal percorso operato in questo focus annuale).

Tuttavia non è più la fase in cui si segue il traffico per trovare un nuovo conflitto, ma la “guerra” è già dovunque e sempre di più è richiesto l’allineamento a uno schieramento… e ciascuno è tenuto all’interno del suo campo a riarmarsi e assorbire la sua parte di prodotti bellici. Questo è lo sfondo su cui sono andati a incastonarsi i preziosi contributi degli autori sopraelencati, che vanno a comporre il volume di 264 pagine dense di informazioni e analisi,  a cui corrisponde un e-pub che contiene il valore aggiunto di numerosi collegamenti interattivi.



Dicembre

21 dicembre

  • La vocazione  israeliana al controllo della Sicurezza globale

Intense relazioni tra esercito, università e aziende italiane con le tecnologie di guerra israeliane

AresDifesa” comincia a parlare il 4 settembre di questa sorta di “droni kamikaze” chiamati Hero-30, facendo illazioni sulla costruzione per forze speciali di un paese occidentale di flotte di queste “munizioni orbitanti”. Ancora non si capiva quale fosse mai il paese occidentale; il 21 dicembre Antonio Mazzeo ci informava che:

«I dirigenti di Leonardo DRS (Arlington, Virginia) hanno reso noto che l’unità commerciale dei sistemi terrestri di St. Louis, Missouri, ha stipulato il 6 ottobre un accordo con la SpearUAV Ltd. di Tel Aviv per sviluppare una versione delle munizioni aeree Viper su scala nanometrica “per andare incontro alle richieste emergenti di molteplici clienti militari statunitensi”» (Antonio Mazzeo blog).

ma a ottobre ancora non era uscita la notizia che dava continuità alla rivelazione sulla classe Hero di settembre. Infatti l’idra multiteste dell’industria dei droni israeliani faceva spuntare una nuova esportazione della tecnologia e della cooperazione con le aziende italiane: i mini-droni kamikaze sono stati lanciati ufficialmente all’inizio di ottobre quasi in contemporanea all’accordo tra Leonardo e SpearUAV. Una ventina di giorni dopo il ministro della difesa dell’Azerbaijan, Madat Guliyev, ha incontrato l’amministratore dell’azienda Gadi Kuperman per discutere sulla possibilità di rifornire le forze armate azere proprio con le nuove munizioni circuitanti Viper (“Israeldefence”).

Ma nello stesso articolo di Mazzeo si annunciava già la fusione delle due teste (o testate) israeliane: infatti faceva capolino l’accordo italo-tedesco che sarebbe sfociato nella produzione in Italia di loitering munitions su brevetto Uvision; Spear aveva rastrellato finanziamenti per 17 milioni da UVision, che è una macchina da guerra con sedi in India e negli Usa… e sempre a ottobre ha sottoscritto una partnership con la tedesca Rheinmetall per produrre unità autoesplodenti del tipo Hero, perché sono compatibili con mezzi prodotti dall’azienda di Düsseldorf (Boxer, Lynx, Mission Master). E l’accordo coinvolge RWM Italia, preposta a produrre per l’Europa i sistemi Hero (“FightGlobal“).

Già in questo articolo si faceva accenno allo stabilimento di Domusnovas e alla spesa di 4 miliardi stanziati dall’esercito italiano per il munizionamento con Hero-30. Il 23 gennaio “DefenseNews” trova un Avviso di aggiudicazione di appalti nel settore della difesa e della sicurezza per

«acquisizione del Sistema di Munizioni a guida remota, denominato «Loitering Ammunition» (LA) HERO-30 e relativo supporto tecnico-logistico, a soddisfacimento delle esigenze operative urgenti (Mission Need Urgent Requirement, MNUR) del Comparto Forze Speciali» (MINISTERO DELLA DIFESA – SGD/DNA- DIREZIONE DEGLI ARMAMENTI AERONAUTICI E PER L’AERONAVIGABILITÀ)

Il bando indica come vincitore dell’appalto RWM Italia S.p.A con sede a Ghedi, nel Bresciano. Nel 2021, UVision ha firmato un accordo strategico con l’entità italiana per la produzione su licenza e lo sviluppo di munizioni vaganti di tipo Hero. La partnership vede RWM Italia in qualità di prime contractor per il mercato europeo, fornendo e producendo alcuni componenti di munizioni, sistemi di assemblaggio e gestendo il supporto logistico.

Ma le partnership italo-israeliane hanno una lunga tradizione, soprattutto in rifornimenti da parte israeliana, intensificati dal 24 febbraio in funzione antirussa. Come il caso dei due sofisticati aerei di pronto allarme e intelligence da destinare alle cosiddette «missioni speciali» dell’Aeronautica militare CAEW (Conformal Airborne Early Warning & Control System) basati sulla piattaforma del jet Gulfstream G550 sviluppato dall’azienda statunitense Gulfstream Aerospace, appositamente modificato e potenziato dalla israeliana Elta Systems Ltd, società del gruppo IAI, acquistati il 13 settembre 2022 dal dimissionario Mario Draghi per 550 milioni di euro, come ricordava “il manifesto”; questi due velivoli si vanno ad aggiungere agli 8 aerei spia acquistati per quasi un miliardo e mezzo nel 2020 sempre da Elta.

Il soldato e la sua macchina: l’estensione del fantaccino con la sua protesi kamikaze

Ma la spesa era già lievitata l’anno precedente: infatti la notizia sull’ennesimo folle progetto bellicista del governo e delle autorità militari è stata data da “Milex”, l’Osservatorio sulle spese militari nel novembre 2021: il costo complessivo del programma è stimato in 3,878 milioni di euro in cinque anni, ma il ministero della Difesa ha voluto precisare che in sede di negoziazione del contratto «sarà ritenuta ammissibile una deviazione negli oneri del 10%”. Come dire che alla fine, se tutto andrà bene, i contribuenti italiani si faranno carico di 4,266 milioni di euro».

L’ultima notizia in ordine di tempo  – raccapricciante perché coinvolge accademia (università di Bari), enti locali (comune di Bari) – ripresa da “PagineEsteri”: un classico esempio di dual use questo progetto “Drone-Tech”, che prevede l’uso di droni israeliani per la ricerca di discariche abusive… che poi potrà svolgere le medesime funzioni di controllo e missione in territorio di guerra. Partner sarebbero il Distretto Tecnologico Aerospaziale pugliese (in cui spiccano le Università del Salento-Lecce e “Aldo Moro” di Bari, il Politecnico di Bari, l’Enea, il Cnr, Leonardo SpA, Avio Aereo, IDS – Ingegneria dei Sistemi) e High Lander Aviation Ltd, società con sede nella cittadina israeliana di Ra’anana, nei pressi di Tel Aviv, tra i collaboratori della quale si annovera il gruppo Sightec che ha fornito al colosso industriale IAI – Israel Aerospace Industries – le tecnologie di scansione impiegate a bordo di “MultiFlyer”, il nuovo piccolo drone-elicottero immesso nel mercato per svolgere un largo numero di operazioni dual, civili e militari-securitarie, come ha serenamente riferito all’Ansa il presidente del Distretto Aerospaziale Giuseppe Acierno:

«Siamo contenti di essere stati ritenuti idonei al programma di cooperazione industriale italo-israeliano sostenuto dal ministero degli Esteri. Il consolidamento della nostra collaborazione con i partner israeliani ci aiuta a stare vicino ai livelli più alti di innovazione e ci permette di rafforzare collaborazioni con un Paese che rappresenta l’eccellenza mondiale nel campo dei droni. Il progetto continua nello sforzo di rafforzare ed internazionalizzare le conoscenze e le capacità che il Distretto Tecnologico sta capitalizzando nella sperimentazione di servizi innovativi con droni per Bari Smart City e avvicina il sistema aerospaziale israeliano, tra i più avanzati e dinamici, a quello pugliese, per generare nuove opportunità per lo sviluppo di competenze e nuove forme di imprenditorialità».


  • Israele è comunque al centro di tutto il traffico d’armi in Europa e Medio Oriente

  • La Germania ha iniziato a settembre (si evince da un agenzia della Reuters) trattative per acquistare il sistema di difesa missilistico Arrow 3 da Israele, una parte dei 100 miliardi stanziati da Berlino per ammodernare la Wehrmacht dopo l’invasione dell’Ucraina. Gli intercettori Arrow 3 sono progettati per volare oltre l’atmosfera terrestre, lì le loro testate si staccano per trasformarsi in satelliti che inseguono e colpiscono i loro bersagli. Questi abbattimenti ad alta quota hanno lo scopo di distruggere in modo sicuro i missili nucleari, biologici o chimici in arrivo
  • E gli Usa triangolano con Israele per far pervenire armi all’Ucraina, come esposto dal “NYT“: il Pentagono sta attingendo a una vasta ma poco conosciuta scorta di munizioni americane in Israele, accumulata nelle molte missioni “umanitarie” mediorientali. Israele ha costantemente rifiutato di fornire armi all’Ucraina per paura di danneggiare le relazioni con Mosca: un rapporto di interesse per Israele che porta dal 2013 raid aerei all’interno della Siria per bloccare il passaggio di armi con cui i pasdaran riforniscono gruppi armati come Hezbollah o quelli palestinesi. Sorvola così i cieli di Damasco sotto il controllo russo; la Russia non vedrebbe questa recente mossa come un cambiamento di politica da parte di Israele, perché non si tratta di munizioni israeliane.
  • Un dato significativo in ambito mediorientale è quello della vendita agli Emirati del sistema di difesa aerea israeliano Barak. I primi abboccamenti erano avvenuti a gennaio in seguito agli attacchi con droni Houthi. Gli Emirati Arabi Uniti si erano cominciati a rivolgere a gennaio 2022 a Israele in seguito agli attacchi Houthi portati con i Qasef 2K di fabbricazione iraniana, come avevamo già riportato nella scheda del 17 gennaio). Non è chiaro quale versione del Barack sia stata impiegata, poiché Israel Aerospace Industries produce una famiglia di sistemi moderni basati sul Barak-8 originale. Originariamente progettato e coprodotto con l’India per essere un sistema navale, il Barak è stato modificato e aggiornato per funzionare con le forze terrestri. La IAI ha rifiutato di commentare questo rapporto. Una versione potenziale, il Barak-MX, è stata recentemente acquistata dal Marocco. Secondo IAI, si tratta di un sistema di difesa cinetica progettato per difendere da una serie di minacce aeree di giorno e di notte e in tutte le condizioni atmosferiche; può essere utilizzato con una serie di intercettori diversi la cui gittata va da 35 chilometri a 150 chilometri.
  • Dalla firma degli Accordi di Abraham nel 2020, che hanno normalizzato le relazioni tra Israele, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Marocco, le aziende israeliane del settore della difesa hanno cercato di scoprire i nuovi potenziali clienti.
  • «Sono già stati conclusi oltre 3 miliardi di dollari di nuovi affari nella regione» (“BreakingDefense”)

    Il cliente più recente di Uvision è l’Argentina, il primo paese latinoamericano ad acquistare le munizioni Hero-120 e Hero-30.


  • Ma è soprattutto l’aspetto di sperimentazione e messa in pratica che Tsahal mette a disposizione, fedele alla regola per cui si vendono solo macchine sperimentate sul campo: questa è testimoniata dalla nuova vita degli Apache, elicotteri per il prossimo quarto di secolo, la modernizzazione eseguita dalla Boeing, come rivelato a ottobre da “BreakingDefense“, dotati di missili Spike, sperimentati da Israele (ma con interessi anche francesi) nella esposizione di “DefenseNews” si assiste a una collaborazione tra Lockheed Martin e Rafael Advanced Defense Systems che hanno recentemente completato dei voli di prova in Israele per prepararsi a uno scontro a fuoco; queste esercitazioni permetteranno di scegliere l’arma di precisione a lungo raggio da montare sugli AH64-E Apache.

    Le munizioni a lungo raggio per i futuri velivoli dell’esercito saranno fondamentali per impegnare le posizioni difensive del nemico da una distanza confortevole, ovvero al di là del raggio di rilevamento del nemico e lo Spike Non-Line-of-Sight è stato reso compatibile con il lancio dal Modular Effects Launcher, in ase di sviluppo per l’esercito statunitense.

tayfun


Sulla base dell’Accordo di Cooperazione nel campo della Ricerca e dello Sviluppo Industriale, Scientifico e Tecnologico tra Italia e Israele, nel corso del 2022 sono stati individuati i seguenti progetti ammessi a ricevere un sostegno finanziario da parte del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale:

  • Drone Tech – partner: Distretto Tecnologico Aerospaziale e High Lander Aviation Ltd.
  • ASTI Auto System THA Insertion – partner: Politecnico di Torino/Intrauma S.p.A. e Value Forces Ltd.
  • We –CAT – partner: Università di Milano Bicocca e Bar Ilan University.
  • GreenH2 – partner: Politecnico di Milano e The Hebrew University of Jerusalem.
  • Hydrogen Sensors – partner: Università degli Studi dell’Aquila e Tel Aviv University.
  • IVANHOE – partner: Università degli Studi dell’Aquila e Ben Gurion University of the Negev.
  • Bio-SoRo – partner: Sapienza Università di Roma e Ben Gurion University of the Negev.
  • F2SMP – partner: Università degli Studi di Pavia e Technion Israel Institute of Technology.
  • C-IGrip – partner: Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia e The Hebrew University of Jerusalem.
  • BIONiCS – partner: Università degli Studi di Genova e Tel Aviv University.

11 dicembre

      • Tayfun e le ambizioni neo-ottomane di uno stato militarista

            • Qualche anno fa si è cominciato a mettere in dubbio il concordato mondiale che vedeva l’Onu come il luogo dove arginare la possibilità che un autocrate potesse scatenare una nuova guerra mondiale. Le picconate conclusive su quel poco di autorevolezza che l’Onu aveva ancora fino a pochi lustri fa sono arrivate da Trump e da lì è come se tutte le democrature avessero capito che era saltato il tappo che doveva aiutare a comporre i conflitti riducendo (se non annullando, come nel primo dopoguerra) l’importanza della forza bruta.
              Tra chi ha sfruttato maggiormente questo nuovo modo di affrontare i conflitti e le dispute mondiali ci sono i paesi che animano quello che si può ormai definire il Protocollo di Astana, periodico incontro tra potenze locali, per regolare una sorta di paradossale alleanza spartitoria tra la Russia, l’Iran e la Turchia. Se la prima si è lanciata nell’avventura ucraina che procede innanzitutto facendo carta straccia della diplomazia dell’Onu, la Turchia ha già assestato qualche colpo alla Nato, l’altro apparato militare occidentale, annunciando l’offensiva sia verso il Rojava, sia verso la Grecia: l’11 dicembre “Ekatimerini” riporta la consueta serie di bellicose dichiarazioni elettoralistiche del bullo Erdoğan contro la Grecia (altro membro Nato), minacciando di colpire Atene con un missile Tayfun, «se non rimarrete calmi». Qualche giorno prima il ministro degli Esteri turco Mevlut Čavusoglu ha minacciato la Grecia di invaderla se non smilitarizzerà le sue isole del Mar Egeo, ha detto che la Turchia «arriverebbe all’improvviso da un giorno all’altro», un’espressione che i funzionari turchi amano usare spesso.Il problema è che il bullo dispone già del secondo esercito più potente della Nato e il tredicesimo per forza armata attiva disponibile. E sta riarmandosi a ritmi forsennati, procurandosi ogni tipo di armi e «dato che l’anno prossimo la Grecia dovrà affrontare una doppia elezione, in cui è probabile che tra le due tornate elettorali si insedi un governo di transizione, i funzionari governativi temono che Erdogan possa far coincidere l’incidente con questo periodo di minore stabilità della politica greca».

              • “Future Defense” ha lanciato una serie di video su YouTube per avvertire dell’iperattivismo turco:

              .

              Si comincia con il 14 ottobre: nel video si assiste alle mirabolanti imprese del quadruplo missile da crociera turco da imbarcare su fregate

              • Roketsan, continua a lavorare sul Sistema di Lancio Verticale Nazionale, chiamato Mildas, e sui missili di difesa aerea che saranno utilizzati in esso; l’obiettivo finale è quello di integrare il Quad-Pack funzionale, con la capacità di lanciare più missili da crociera. Le fregate della classe Istif, o TCG Istanbul, avranno un sistema di lancio verticale a 16 celle. e Se il pacchetto funzionale Quad-Pack sarà integrato nel sistema di lancio verticale, ogni cella potrà essere equipaggiata con 4 missili di difesa aerea.
                In questo modo, invece di 16 missili pronti a sparare, il sistema avrà 64 missili di difesa aerea.

                • Altro prodotto Roketsan è il missile Sungur, mostrato in questo video del 10 dicembre 2022 di “Military Coverage”:
                • Il Sungur Air Defense System è un sistema missilistico di difesa aerea a corto raggio integrato nel veicolo blindato tattico a ruote Vuran, ha 8 chilometri di gittata; se da un lato il sistema missilistico aumenta l’accuratezza nel colpire i bersagli grazie alla tecnologia Imaging Infrared Seeker (IIR), dall’altro presenta un importante vantaggio nella distruzione dei bersagli aerei grazie alla sua testata, che ha una potenza esplosiva superiore a quella dei sistemi simili disponibili nell’arsenale di Ankara.
                • E non poteva mancare il nuovo gioiello Baraktar: Kızılelma il regalo di Natale per i vicini ellenici: un caccia senza pilota supersonico, descritto su “DefenseNews“:
              • Il Kızılelma può rimanere in volo fino a 4-5 ore, controllato via satellite attraverso l’antenna Satcom. È alimentato da motori turbofan AI-322F dell’azienda ucraina Ivchenko-Progress.
                Il jet è dotato di un radar Aesa costruito da Aselsan e sarà in grado di lanciare missili aria-aria Bozdogan e Gokdogan. Per la guerra di superficie, il futuro aereo senza pilota sarà armato con missili da crociera SOM-J con una gittata di oltre 250 km e bombe guidate della famiglia MAM, prodotte da Roketsan, per missioni di piccolo attacco
              • Di questi droni supersonici è dotata la nave d’assalto Anadolou una nave strategicamente diventata portadroni quando gli Usa vietarono l’acquisto di F35 alla Turchia, questa ammiraglia vanta a bordo anche elicotteri d’attacco AH-1W SuperCobra e S-70 Seahawk.

          • A cui si aggiunge Anka-3, presentato all’“INDO Defense Expo & Forum 2022” di Jakarta, tenutosi a novembre e illustrato in questo video natalizio:
        • Il sistema, sviluppato sulla base dell’esperienza acquisita con i droni della classe Anka, è stato presentato in anticipo sulle previsioni (e non è una buona notizia): con un motore a reazione turbofan, il drone avrà un peso massimo al decollo di 7000 chili e sarà in grado di trasportare non solo sensori per la sorveglianza, ma anche armi. Il vicepresidente turco Fuat Oktay ha dichiarato che l’Anka-3 sarà in grado di colpire i sistemi di difesa aerea nemici. L’Anka-3 assomiglia al drone multiuso X-47B di Northrop Grumman, che ha volato per la prima volta quasi 12 anni fa e ha una velocità di crociera di quasi 1000 km/h.
          Una delle aspettative per l’ANKA-3 è che sia in grado di operare in tandem con il futuro caccia turco TF-X, un’altra piattaforma prodotta da TAI.

    La Turchia a novembre aveva messo in servizio dalla Marina turca il suo nuovissimo Ucav Aksungur Male nell’ambito dell’esercitazione navale “Mavi Vatan 2022”, caricando munizioni teleguidate Mam-L di produzione nazionale su un bersaglio di superficie, una nave militare. L’Aksungur può svolgere missioni di intelligence, sorveglianza, ricognizione e attacco in tutte le condizioni atmosferiche, di giorno e di notte, con un’elevata capacità di carico utile di 750 kg, può rimanere in volo per 60 ore.

      • Risale al 6 dicembre il lancio di “NavalNews” relativo ai sottomarini nucleari targati Type 214TN, Nell’ambito del progetto, il primo sottomarino, il Piri Reis, in costruzione presso il cantiere navale di Golcuk, è stato varato nel 2019 e ha galleggiato in acqua nel marzo 2021. Il secondo sottomarino Hizir Reis, entrato in bacino di carenaggio il 24 maggio 2022, dovrebbe entrare in servizio nel 2023. A partire da quest’anno, sarà commissionato un sottomarino all’anno e 6 sottomarini della classe Reis saranno consegnati alla Marina turca entro il 2027. La Marina turca dispone di una flotta di 12 sottomarini composta da quattro classe Ay (Tipo 209/1200), quattro classe Preveze (Tipo 209T/1400) e quattro classe Gür (Tipo 209T2/1400), tutti sottomarini d’attacco a propulsione convenzionale (diesel-elettrica). Entro il 2027, la Turchia opererà con sei sottomarini AIP classe Reis.
      • La classe Reis porterà benefici non solo alla Marina turca, ma anche alla base tecnologica e industriale della difesa turca. Il know-how e l’esperienza acquisiti con il progetto del sottomarino classe Reis saranno un forte riferimento per i sottomarini indigeni che saranno costruiti nell’ambito del progetto del sottomarino nazionale (Milden), attualmente in fase di progettazione e la cui costruzione è prevista per il 2030. Molti subappaltatori turchi, tra cui ASELSAN, HAVELSAN, MilSOFT, Defense Technologies Engineering and Trade Inc. (STM), Koç Information and Defense, Scientific and Technological Research Council of Turkey (TÜBİTAK) e AYESAŞ, stanno lavorando ai sottosistemi dei sottomarini della classe Reis, come il sistema di navigazione e gestione dei dati, il collegamento dati, il sistema di contromisure per i siluri.I sottomarini della classe Reis di tecnologia tedesca sono caratterizzati da un sistema di propulsione basato sulla cella a combustibile di Howaldswerke-Deutsche Werft (HDW). I sottomarini hanno una lunghezza di 68,35 metri, un diametro esterno di 6,3 metri, un dislocamento di 1850 tonnellate e una capacità di 40 persone. ThyssenKrupp Marine Systems ha costruito i sottomarini della classe Reis nel cantiere turco di Golcuk, come da contratto del 2009. Il sottomarino è in grado di effettuare dispiegamenti di lunga durata senza dover fare snorkeling. Sono dotati di siluri pesanti (MK48 Mod 6AT e DM2A4), missili antinave (Sub-Harpoon) e mine. Il siluro pesante turco Akya e il missile antinave Atmaca dovrebbero essere montati sui prossimi sottomarini del progetto. I sottomarini della classe Reis saranno in grado di svolgere missioni come operazioni in acque litoranee e pattugliamenti oceanici, comprese operazioni antisuperficie e antisommergibile, compiti ISR e operazioni di forze speciali; sembrano fatti apposta per il controllo delle acque greche.
      • E ciliegina finale su questa torta di miliardi e arsenali micidiali, il missile balistico alluso da Čavusoglu all’inizio di questa scheda: il nuovo missile balistico con una portata di 1000 chilometri: il Tayfun

tayfun


La Grecia dal canto suo nell’ultimo anno ha principalmente posto la sua attenzione su Corvette (in acquisto da Fincantieri), ma partecipa anche all’accordo europeo tra Francia, Germania, Italia, Olanda e Gran Bretagna per lo stanziamento di 28 milioni di dollari per il progetto Next-Generation Rotorcraft Capability (NGRC) per la produzione di un elicottero le cui caratteristiche dovranno essere definite dai committenti: «In collaborazione con l’industria, i partecipanti partiranno da zero per esplorare come abbinare le loro esigenze con le più recenti tecnologie sul mercato, esaminando opzioni come la propulsione ibrida ed elettrica, un’architettura di sistema aperta e sistematica e la fornitura di caratteristiche di volo radicalmente migliorate», si legge nel comunicato della presentazione a Eurosatory.

NGRC

La Grecia ha presentato Archytas, il suo drone dual use all’expo di Salonicco, una macchina dedita al pattugliamento di confini di mare e di terra.
Rispetto ai caccia: alla Turchia non sono concessi quelli più performativi e schierano “soltanto” gli F-16, invece i greci fanno parte del progetto F-35, lo stesso che dopo l’incidente di natale ha spinto American Aircraft Production Administration a lasciare a terra i velivoli in attesa di accertamenti.

5 dicembre

    • Licenza di (contro)spionaggio per DigitalPlatforms: il certificato TEMPEST

      • Formiche” informa che il gruppo industriale italiano DigitalPlatforms è entrato nell’elenco delle aziende classificate e abilitate come produttori TEMPEST sia dal Consiglio dell’Unione europea sia dalla Nato. Gli apparati Tempest consentono una difesa totale da attacchi elettromagnetici; è una sigla della Nsa (National Security Agency) statunitense. TEMPEST ((Telecommunications Electronics Material Protected from Emanating Spurious Transmissions) riguarda sia i metodi per spiare gli altri sia le modalità di schermatura delle apparecchiature contro tale spionaggio. Gli sforzi di protezione sono noti anche come sicurezza delle emissioni (EMSEC), che è un sottoinsieme della sicurezza delle comunicazioni (COMSEC).
        I servizi TEMPEST e di Sicurezza Elettromagnetica supportano i clienti nella comprensione e nella gestione del livello di segnali emessi dalle apparecchiature che possono rivelare dati sensibili: cioè TEMPEST rileva attraverso standard di certificazione quanto sia vulnerabile il sistema informatico-comunicativo di cui ci si avvale e mette in atto contromisure al rischio di trasmettere involontariamente informazioni.
        Gli standard TEMPEST prescrivono elementi quali la distanza delle apparecchiature dalle pareti, la quantità di schermatura negli edifici e nelle apparecchiature e la distanza che separa i cavi che trasportano materiali classificati da quelli non classificati (Nsa).
      • La Fondazione ICSA , di cui è presidente il generale Leonardo Tricarico, ha organizzato sempre per il 5 dicembre 2022 l’evento “Difesa della sovranità digitale ed elettromagnetica. La tecnologia TEMPEST per la protezione dei sistemi informatici da interferenze ed intercettazioni elettromagnetiche
    • «L’iniziativa nasce dalla considerazione che l’esito degli ultimi conflitti bellici globali e, soprattutto, il protrarsi della guerra russo-ucraina nel cuore dell’Europa, impongono un urgente aggiornamento della dottrina militare e dei modelli di intervento in direzione di un significativo irrobustimento dell’approccio multidominio MDO (Multi Domain Operations) e delle attività CEMA (Cyber Electromagnetic Activities) per la sicurezza militare e nazionale» (gen. Leonardo Tricarico, “SNews”).

      L’evento Icsa intendeva incrementare la conoscenza e la diffusione della cultura del TEMPEST ed è interessante notare la coincidenza dell’evento con la certificazione attribuita a DigitalPlatforms

  • Il target dei servizi TEMPEST è rivolto a clienti che sono forze armate nell’ambito Nato. Un fornitore di prodotti TEMPEST ha dimostrato di aver soddisfatto una serie di criteri per ottenere la certificazione del proprio prodotto. Questo dà agli utenti finali la certezza che i prodotti soddisfino i requisiti TEMPEST. Tra questi spiccano gli elicotteri AW149 di Leonardo UK
  • , come attesta il National Cyber Security Centre britannico (macchina da guerra in gara per una fornitura di 44 esemplari al governo britannico per 1,2 miliardi).
  • Il 5 e 6 gennaio 2023 si terrà a Shanghai il quarto appuntamento dell’Asia Cybersecurity Innovation Summit che intende monitorare gli investimenti nella sicurezza in rete: la previsione è che l’investimento totale in hardware, software e servizi legati alla sicurezza di rete a livello globale aumenterà fino a 223,34 miliardi di dollari nel 2025, con un tasso di crescita composto (CAGR) quinquennale del 10,4%. La stima della spesa cinese sarà di 21,46 miliardi di dollari, crescendo del 20,5%. Questo evento combinerà in modo completo politiche e normative per fornire una piattaforma completa di apprendimento e comunicazione per i professionisti della tecnologia della sicurezza di rete e delle normative.

5 dicembre

    • Il mercato si spartisce

      • Di nuovo come per gli ultimi anni si assiste a un incremento degli investimenti per costruire e dotarsi di armi nel bilancio della difesa italiana, parallelo aumento a quello della vendita mondiale di ordigni. Si ricava dai dati dell’Osservatorio Milex e dal rapporto annuale del Sipri svedese, alle cui informazioni avevamo già attinto per l’editoriale di ottobre riguardo all’import/export tra il 2017 e il 2021.

        «Il rapporto del Sipri, l’istituto svedese che monitora il commercio mondiale delle armi, è dedicato alle  “Top 100 arms companies” ed è stato reso pubblico il 5 dicembre. Dice che le vendite di armi e servizi militari da parte delle 100 più grandi aziende del settore hanno raggiunto 592 miliardi di fatturato nel 2021, un aumento dell’1,9 per cento rispetto al 2020 in termini reali. Aggiunge che l’aumento segna il settimo anno consecutivo nella crescita globale della vendita di armi. I dati sono di prima della guerra in Ucraina».

    • così sintetizza Emanuele Giordana sull’“Atlante delle Guerre”, che nell’occhiello riassume: «A causa della pandemia e della crisi nella logistica rallenta la produzione ma il saldo del commercio mondiale delle armi continua ad aumentare. L’Italia conquista posizioni nel Top 100 dei produttori».
      Il rapporto Sipri ci racconta che le vendite di armi e servizi militari da parte delle 100 più grandi aziende del settore hanno raggiunto 592 miliardi di fatturato nel 2021, un aumento dell’1,9 per cento rispetto al 2020 in termini reali e negli ultimi vent’anni l’incremento del valore è stato del 174%, passando dai 201 miliardi del 2002 ai 592 del 2021 e vede Lockheed con profitti doppi (più di 50 miliardi annui) rispetto ai secondi classificati (Boeing e Northrop – circa 30 miliardi a testa) di questa classifica di mercanti di morte, che li vede incalzati a poca distanza da Raytheon, General Dynamics e BAE; dopo il pantheon Usa si trovano 4 marchi cinesi tra 15 e 20 miliardi (Avic, Norinco, Cetc, Casc); poi di nuovo poco sotto le statunitensi L3Harris e United Technologies, di nuovo Casic cinese e 14esima la prima ditta europea (Airbus) con 15 miliardi – azienda transeuropea – subito incalzata dall’italiana Leonardo con un miliardo in meno (13,9). Seguono sotto ai 10 miliardi la russa Almaz-Antey e la francese Thales.
    • Alfonso Navarra (“DisarmistiEsigenti”) scrive che dalle tabelle del ministero della Difesa, del Mise, del Mef riassunte dall’Osservatorio Milex l’incremento della spesa militare italiana raggiunge gli 800 milioni di euro, raggiungendo in previsione per il 2023 i 26,5 miliardi; la spesa per il riarmo italiano del prossimo anno supererà gli 8 miliardi. Esalta il dato con orgoglio “Formiche”:
    • «Le realtà industriali italiane hanno registrato un incremento percentuale nelle vendite militari del 15%, un risultato superiore a quello di tutte le altre regioni (eguagliato solo da Parigi). L’Italia da sola copre il 2,8% delle vendite globali del 2021. Nel dettaglio, nel 2021 Leonardo ha aumentato le sue vendite di difesa del 18%». L’exploit ha una ricaduta non solo a livello globale, dove l’Italia gioca da protagonista, ma anche sull’intero sistema economico, di cui il settore aerospazio, sicurezza e difesa rappresenta un segmento cruciale, anche per i ritorni in termini di tecnologia e innovazione. La crescita delle esportazioni segnala come la bilancia commerciale sia positiva per il comparto Difesa; nonostante la guerra in Ucraina, se da una parte ha innalzato la domanda, abbia avuto anche effetti importanti sulle supply chain di diverse realtà industriali, dato che la Russia è sempre stata un importante fornitore di materie prime necessarie per la produzione».

  • Questa valanga di miliardi ci travolge e lascia attoniti e non si riesce nemmeno a conferirgli una dimensione reale; ma forse il mercato va letto a comparti e allora si riuscirebbe a capire più facilmente come si muove e quali sono le correnti che lo animano: le alleanze tra ditte apparentemente concorrenti, che invece stipulano accordi spartitori per alternare i prodotti proposti ai potenziali clienti, consentono di collocare sul mercato, in tempi regolati dalle aziende stesse, articoli simili con alcune differenze, appetibili da tutti, per poter usufruire dell’intera gamma.Allora alla luce di quella classifica diventa emblematica la vicenda narrata da “BreakingDefense” di L3Harris – 5 posizioni sopra a Leonardo – che nella joint venture per fabbricare aerei da rifornimento con la brasiliana Embraer (il vero outsider, che coglie l’affare) aggira le guerre tra aziende per spartirsi i contratti, concordando due prodotti di scala diversa e prodotti da concorrenti che si spartiscono il mercato, raddoppiando le vendite.
  • Tra il 2012-16 e il 2017-21 si sono verificate diminuzioni complessive delle importazioni di armi in tre regioni del mondo: Americhe (-36%), Africa (-34%) e Asia e Oceania (-4,7%). Nel 2017-21 le importazioni di armi da parte degli stati sudamericani sono state inferiori rispetto a qualsiasi quinquennio degli ultimi cinquant’anni. In controtendenza solo il Brasile, unico stato del Sud America ad avere ingenti consegne di armi in sospeso.
    • Infatti ascrivendo l’Embraer KC-390 alla serie di aerocisterne più piccole e “tattiche” vuol dire escluderlo dal programma KC-Y, il “bridge tanker” che dovrebbe colmare le potenziali lacune tra il momento in cui la parabola dell’imponente KC-46 sarà conclusa e il prodotto della Boeing sarà pronto all’avvicendamento con il suo successore, chiamato KC-Z – dopo il breve interregno del KC-Y, per il quale si sono già schierate le ditte che troviamo in testa alla classifica pubblicata dal Sipri: Boeing, il cui KC-46A aveva vinto la medesima battaglia una decina di anni fa sui rifornimenti – che sono essenziali, e i generali in quiescenza (preposti dovunque alla fureria) ne sono consapevoli –, e un team di Lockheed Martin (primo in assoluto tra i fornitori di armi) e Airbus (prima azienda europea), che sta offrendo una versione dell’A330 MRTT prodotto dal marchio europeo, denominata LMXT per il consumo nazionale – bimotore turboventola multiruolo da trasporto militare e rifornimento in volo, come indicato dalla sigla MRTT, derivato dall’aereo di linea Airbus A330-200.

      In realtà si tratta di un avvicendamento: l’A330 era risultato secondo classificato rispetto al KC-46, e Northrop Grumman è stato il primo contraente statunitense (a completare il gotha delle aziende più importanti del settore bellico). E il “piccolo” KC-390 non è un prodotto in concorrenza, ma complementare, come spiega Kubasik, ceo di L3Harris, il colosso di media caratura che ha fatto l’affare con Embraer, che sta attualmente producendo un totale di 22 KC-390 per le forze aeree brasiliane, e anche Portogallo, Olanda e Ungheria hanno firmato per l’acquisto del velivolo:

    «Penso che il punto chiave che abbiamo detto ai nostri clienti è che questo è complementare, giusto? Voglio dire, avete queste grandi petroliere strategiche molto critiche che trasportano il doppio del carburante, – ha proseguito. – Il carburante è la sfida logistica numero uno per gli aerei, quindi perché non volere più capacità di rifornimento, di dimensioni e forme diverse? Penso che non siamo in competizione con nessun altro. Siamo complementari. Credo che i due strateghi avranno il loro solito botta e risposta. Penso che questo sia – non voglio dire che sia irrilevante per Usaf, ma penso che sia semplicemente “Ok, questo riempie il vuoto”».

  • Nel settore meno spettacolare, ma più sensibile della guerra dei cieli in questo appalto sta la dimostrazione di come quella classifica Sipri rispecchia solo il peso specifico e il potere contrattuale nelle trattative tra le ditte produttrici che si spartiscono e creano il mercato. Alleandosi per una spartizione della torta “senza guerre” (tra loro).

29 novembre

    • I coyotes mondiali

      • Il 29 novembre Defense Security Cooperation Agency pubblicava la notizia della concessione da parte del Dipartimento di stato americano della vendita di sistemi di difesa antidrone per una spesa pari a un miliardo di dollari in cambio di 10 Fixed Site-Low, Slow, Small Unmanned Aircraft System Integrated Defeat System (FS-LIDS) System of Systems, includendo 200 Coyote Block 2 interceptors; e poi Counter Unmanned Electronic Warfare System (CUAEWS); Coyote launchers; Ku Band Multi-function Radio Frequency System (KuMRFS) radars; Forward Area Air Defense Command e Control (FAAD C2); Counter Unmanned Electronic Warfare Systems (CUAEWS).
      • Lo riportava “BreakingDefense” sottolineava come i principali contractor Raytheon, Northrop Grumman and R&D company SRC.A Marzo si leggeva nel rapporto Sipri del confronto tra il 2017-2021 con il decennio precedente e riprendiamo da lì per inquadrare questa notizia novembrina in omaggio all’esiziale mondiale di calcio ottenuto da Doha (che secondo quel dossier aveva incrementato la spesa del 227% rispetto al lustro precedente) con la corruzione di Sarkozy, Platini e Guéant prima e poi con il sostegno di parlamentari europei di sinistra che negano l’evidenza del sistema omicida e criminale del Qatar (ci limitiamo a suggerire che Messi e Mbappé giocano entrambi nel Psg, che è di proprietà dell’emiro di Doha, un caso che la finale sia per magia tra le loro due compagini?): infatti l’Atlante delle guerre riassumeva così la situazione del Medio Oriente a marzo:

        «Si stabilizzano le importazioni di armi in Medio Oriente. Dopo il forte aumento registrato nel decennio precedente (86% in più tra il 2007-11 e il 2012-16) gli stati mediorientali hanno importato ‘solo’ il 2,8% di armi in più nel 2017-21 rispetto a quello precedente. Il conflitto in Yemen e le tensioni tra l’Iran e altri stati della regione restano alla base delle importazioni di armi nell’area. L’Arabia Saudita si conferma un grande importatore, il secondo al mondo, con un 27% in più investito in armi nel periodo 2012-16, rispetto al precedente.
        Le importazioni di armi del Qatar sono cresciute del 227%, spingendolo dal 22esimo importatore di armi al sesto. Al contrario, le importazioni di armi degli Emirati Arabi Uniti sono diminuite del 41%, passando così dal terzo al nono posto. Tutti e tre questi stati, insieme al Kuwait hanno poi effettuato ingenti ordini che prevedono la consegna nei prossimi anni. Nell’area, poi, Israele ha aumentato le importazioni di armi del 19%».

    • E poi le esportazioni statunitensi verso Riyad sono aumentate del 106%. Ma a cosa serve l’enorme quantità di armi, le più disparate per ogni tipo di guerra, sparpagliate per tutta la penisola araba?

Novembre

19 novembre

  • La guerra dei droni da Astana

    • La notizia in autunno sul fronte dell’approvvigionamento dei droni per le attività dell’aviazione russa è che si è raggiunto un accordo per impiantare in tempi brevi  uno stabilimento con la tecnologia iraniana direttamente in territorio russo; a rivelarlo il Washington Post, successivamente rilanciato da tutte le testate del mondo. Come sottolinea “DroneBlog”:

      questo accordo oltre che essere strategico mette in luce ancora di più il rapporto e la cooperazione militare fra Iran e Russia, che sta svolgendo un ruolo chiave in Ucraina. Se il nuovo accordo sarà pienamente realizzato, significherebbe un ulteriore rafforzamento dell’alleanza russo-iraniana. Questo accordo, oltre a migliorare la disponibilità di armi all’esercito russo, toglierebbe dall’isolamento l’Iran, dando una nuova spinta economica a un sistema interno collassato ormai da anni e alle prese con una rivoluzione in atto

  • In piena continuità con gli accordi di Astana, che tanto abbiamo analizzato in OGzero.
    E sempre “DroneBlog” scrive che «finora Teheran ha cercato di presentarsi come neutrale nel conflitto ucraino , ma si scopre che sempre più droni di fabbricazione iraniana vengono utilizzati per attaccare le città ucraine, innescando minacce di nuove sanzioni economiche dall’Occidente». E si insinua una scommessa iraniana sul sostegno che deriverebbe dall’alleanza con Mosca per ricavare valore contrattuale per gli accordi sul nucleare
  •  Peraltro l’industria iraniana dei droni si sta già diffondendo in altri paesi. L’Iran ha aperto a maggio una fabbrica in Tagikistan, che produce il drone Ababil-2, secondo l’Eurasia Times: è stato Zelensky stesso a indicare la strategia di avvicinamento a Mosca da parte di Ankara con fini collegati al Jcpoa.
  • The Guardian” il 10 novembre accusava l’Iran di aver sostenuto militarmente fin dal 24 febbraio l’alleato russo, ma ancora prima “Wired” riportava un sistema rudimentale – ma efficace – di aggiramento delle sanzioni: contanti e baratto.
  • In estate il baratto sarebbe dimostrato dall’atterraggio il 20 agosto di 2 Ilyushin IL-76 arrivati e ripartiti da Mehrabad (la città del kurdistan iraniano martirizzata il 19 novembre dalle guardie della rivoluzione): trasportava in cambio di droni armi occidentali sottratte agli ucraini, necessarie agli ingegneri persiani per carpire le tecnologie. Ipotesi suffragate da immagini satellitari diffuse da SkyNews e da dichiarazioni rilasciate al Washington Post il 29 agosto da funzionari statunitensi.

Un ultima notazione sull’asse russo/iraniano: i droni iraniani Mohajer-6 contengono molte componenti provenienti dalla tecnologia occidentale (in particolare giapponesi,  secondo James D. Brown) – quindi senza che si debbano trasferire ordigni catturati per studio – stando alle rivelazioni di “la Repubblica”; ma, a dimostrazione che lo spargimento di morte tra civili attraverso macchine a controllo remoto non comporta scelte di campo, il Blog di Antonio Mazzeo riporta un’informazione raccolta da “DefenseNews”:

    • «Il regime turco di Recep Tayyp Erdogan finanzierà la produzione di droni-elicotteri e droni-kamikaze per il mercato nazionale e l’esportazione, decisione che non potrà non essere accolta con favore anche in Italia. La società di engineering aerospaziale Titra Technoloji, con quartier generale ad Ankara, riceverà sussidi economici governativi per realizzare il primo modello di elicottero a pilotaggio remoto in Turchia. Denominato “Alpin”, il drone-elicottero sarà prodotto in dieci esemplari all’anno, “in aggiunta a 250 droni kamikaze”».

    • La Malesia ha scelto la Turkish Aerospace Industries per la fornitura di tre velivoli senza pilota, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa della nazione del Sudest asiatico e ripreso da “DefenseNews”.
      TAI aveva presentato il suo Anka, un sistema di velivoli senza pilota a media altitudine e lunga resistenza, alla fiera della difesa e dell’aerospazio LIMA nel 2019. Il 18 agosto 2022 il re malese Al-Sultan Abdullah ha visitato le strutture di TAI ad Ankara, in Turchia. Il 7 ottobre TAI ha annunciato un memorandum d’intesa per una collaborazione con il MIMOS, il centro di ricerca e sviluppo della Malesia. Ma perché la Malesia è alla ricerca di queste macchine da guerra? Le forze armate e la Guardia Costiera della Malesia sono impegnate nella lotta alla pirateria lungo le sue coste, inoltre è loro demandato a livello internazionale il controllo e l’antiterrorismo nel Mare di Sulu (tra la Malesia orientale e le Filippine meridionali, dunque all’interno del quadro anticinese del noto contenzioso nel mar cinese meridionale sulle Spratly Island e nello strategico controllo dello Stretto di Malacca).
  • La famiglia di droni Anka è in grado di svolgere missioni di ricognizione, acquisizione e identificazione di obiettivi e raccolta di informazioni. È dotata di tecnologie elettro-ottiche/infrarosse e radar ad apertura sintetica. Il produttore afferma che i velivoli hanno capacità di volo autonomo e possono decollare e atterrare da soli.La famiglia di UAV ha un’apertura alare di 17,5 metri e una lunghezza di 8,6 metri, e ha un tetto di servizio di 30.000 piedi. Possono rimanere in volo all’altitudine operativa di 18.000-23.000 piedi per più di 30 ore.
    • A metà ottobre il Kazakistan e la Turchia hanno annunciato l’intenzione di sviluppare una “cooperazione strategica a lungo termine” che preveda la coproduzione di satelliti e altri sistemi spaziali.
    • «Questo è il primo passo di una forte cooperazione con il Kazakistan nel campo dello spazio. Il memorandum d’intesa che abbiamo firmato con le società Kazsat e Ghalam sulla creazione di una cooperazione strategica a lungo termine nei settori dei satelliti e dello spazio sarà vantaggioso per il nostro paese e la nostra nazione» (Ismail Demir, Tai)

    • Infatti in maggio, secondo le informazioni di “DefenseNews“, era stato firmato un protocollo tra Kazakhstan e Turchia per la coproduzione di droni da gettare sul mercato Asean e produrre in quella che è la prima fabbrica di Bayraktar fuori dai confini turchi, con contratto che prevede anche manutenzione e riparazione. E quell’accordo faceva seguito a quello di aprile con il Kirghizistan che aveva firmato per primo un accordo per l’acquisto di un numero imprecisato di droni armati: infatti  Bishkek aveva pregato Ankara di soprassedere alla vendita dei letali droni a Dushanbe, alla luce delle tensioni sul confine (e questo spiega la rincorsa al riarmo dei due paesi dell’Asia centrale, sfruttata da Ankara per raddoppiare le vendite).
  • Il drone può essere equipaggiato con armi come il lanciamissili a lancio aereo Roketsan Smart Micro Munition e la capsula missilistica guidata Cirit da 2,75 pollici nelle due stazioni d’armamento sotto l’ala per ingaggiare veicoli leggermente corazzati, personale, rifugi militari e stazioni radar a terra. Un evidente monito per le mire espansionistiche di Mosca.
    • L’aggressività non solo verso il mercato della industria bellica turca si appropria anche di ricerche straniere, come quelle che consentono al criminale Erdoğan di arrivare al drone-elicottero: infatti Antonio Mazzeo spiega che questo velivolo è un sistema a pilotaggio remoto che potrà essere impiegato a fini civili ma soprattutto per missioni bellico-militari di intelligence e ricerca e soccorso. Il prototipo del drone-elicottero è lungo 7 metri, alto 2,35 e ha un diametro del rotore di 6,28 metri; ciò gli consente di essere trasportato in veicoli di medie dimensioni. Il suo peso non supera i 540 kg compresi apparecchiature elettroniche e carburante. L’”Alpin” ha una velocità di crociera di 160 km/h e può coprire un raggio d’azione fino a 840 km di distanza, a un’altitudine di 5000 m. L’autonomia di volo varia dalle due alle nove ore, secondo la portata del carico a bordo.
      Ma perché abbiamo usato il verbo “appropriarsi”? La risposta è nel Blog di Antonio Mazzeo (che cita “DefenseNews”):
    • «L’Alpin è basato sull’elicottero italiano ultraleggero con equipaggio umano Heli-Sport CH-7». Il CH-7 è realizzato infatti dalla Heli-Sport S.r.l. di Torino, azienda fondata dai fratelli Igo, Josy e Charlie Barbaro e specializzata nel design e produzione di velivoli ad ala rotante di ridotte dimensioni. La società si dichiara però del tutto estranea dalla vicenda.

    • In effetti l’Alpin nasce da un accordo tra la Titra turca e la Uavos californiana per convertire il CH-7 in elicottero a pilotaggio remoto: la trasformazione dei velivoli italiani in droni-elicotteri è stata avviata dalla statunitense Uavos, mentre il primo test di volo è stato effettuato nel dicembre del 2020 nei cieli della Turchia.

«L’Alpin è stato progettato per andare incontro alle richieste specifiche ed uniche della Turchia e agli interessi speciali della sua industria nazionale per operare come sistema a pilotaggio remoto in una varietà di scenari complessi nei campi civili e della sicurezza», riporta la nota emessa da Uavos a conclusione delle attività sperimentali in territorio turco. «L’elicottero convertito è indispensabile per l’industria logistica dei velivoli senza pilota per trasportare carichi in zone difficili da raggiungere e sfornite di campi di atterraggio». E viene subito in mente la configurazione del Rojava.

La Turchia – benché socio alla pari nelle concertazioni strategiche di Astana – produrrà entro due anni i tanto decantati Bayraktar TB2 in Ucraina: benché più leggeri e meno efficienti nel contrasto di un attacco aereo, i droni turchi secondo l’Agi saranno già in grado di contrastare quelli iraniani.

    • «l’Ucraina ha un ruolo di primo piano nella catena di approvvigionamento di Baykar, in particolare con il nuovo drone pesante Akinci e il jet da combattimento senza pilota Kizilelma, attualmente in fase di sviluppo, montano entrambi motori ucraini MotorSich» (“Analisi Difesa”).

Secondo Barayktar molto presto i droni turchi TB2 e Akinci potranno colpire con buona efficacia oggetti in volo grazie all’integrazione del sistema di difesa Sungur prodotto da Roketsan, mentre i droni iraniani sono pesanti e rumorosi, sono obiettivi facili perché volano a bassa quota.

Invece quelli turchi sono stati opzionati anche dal governo polacco, che ha ricevuto a ottobre 6 dei 24 TB2 comprati.

19 novembre

    • Comprare gas dalla Tunisia con veicoli militari antimigranti

      • LaLa Francia ha portato a Djerba 200 milioni di prestiti in occasione della Organisation internationale de la Francophonie; ma ha anche consegnato alla Tunisia il primo lotto di una donazione comprendente cento veicoli militari fuoristrada Masstech T4 prodotti da Technam in occasione della ventinovesima sessione della Commissione militare franco-tunisina svoltasi dal 15 al 17 novembre nella capitale del paese nordafricano e documentata da “Tuniscope”; i veicoli sono palesemente utili nel contenimento dei migranti. L’ambasciata di Francia a Tunisi sulla propria pagina Facebook ha precisato che durante i lavori della commissione è stato tratto “un bilancio molto soddisfacente” in termini di cooperazione bilaterale per il 2022. In particolare, sono state svolte 60 attività in Francia o Tunisia.Ma quella più interessante è volta a ristabilire l’asse militare tra le due sponde mediterranee:

        «Per Saied – afferma il politologo francese Vincent Geisser rilanciato da “Africanews” – ospitare questo vertice è “un successo” perché lo porterà fuori dal suo isolamento almeno temporaneamente. È una sorta di pacificazione nei suoi rapporti con i suoi principali partner occidentali, userà questo evento per legittimare una svolta autoritaria fortemente criticata».

    • In cambio la Francia cerca di comprarsi gas in quella che era la sua casa coloniale.

  • Questo veicolo, costruito a partire da un telaio Toyota Land Cruiser HZJ76, è blindato, dotato di griglie di protezione contro le proiezioni e di cinque punti di armamento. È in servizio con l’esercito francese sul territorio francese e in OPEX nel Sahel. Viene utilizzato anche dall’esercito reale giordano (“MenaDefense”)

10 novembre

  • Corsa al riarmo in Africa

    • Nel dossier dell’“Atlante delle guerre” a marzo si leggeva: «In Africa subsahariana i cinque maggiori importatori di armi sono stati Angola, Nigeria, Etiopia, Mali e Botswana. Resta un grande importatore l’Egitto che con il più 73% diventa il terzo importatore di armi a livello globale».

    • L’Etiopia ha usato abbondantemente le sue dotazioni prima di arrivare agli accordi di metà novembre: dopo due anni e un numero imprecisato di morti compreso tra mezzo milione e un milione di vittime (qui un intervento di Matteo Palamidessa raccolto da Radio Blackout).

    “Il genocidio atroce e diffuso nel Corno d’Africa”.

  • Il Mali (e il Sahel nella sua integrità) è alle prese con la necessità di difendersi dai tagliagole jihadisti dotati di armi sofisticate e dunque gli eserciti – affrancatisi da operazioni coloniali francesi, ma così indeboliti – cercano di procurarsi strumenti per liberarsi dalla tenaglia dell’insorgenza, come ci ha raccontato Edoardo Baldaro:
  • Collegata a questa situazione è la notizia lanciata da un tweet postato il 5 novembre da “Spoutenik en Français” (palese indirizzo filorusso) relativa alla richiesta a Mosca per l’acquisto di due elicotteri da parte del Burkina di Ibrahim Traoré nel quadro di un trattato di cooperazione con la Russia di Putin (che affonda le radici nei legami intrecciati tra paesi africani che hanno avviato il proprio distacco dall’Occidente con l’appoggio dell’Urss).

Gli elicotteri sono tra le macchine a uso bellico più ambite nel continente, come documenta Antonio Mazzeo nel suo blog il 10 novembre facendo cenno a una triangolazione di 6 velivoli T-129 “Atak” prodotti in Turchia da Turkish Aerospace Industries su licenza di AgustaWestland (della infinita galassia Leonardo spa) per il governo nigeriano al costo di 61 milioni di dollari. Come sottolinea Mazzeo, la versione turca dell’“Atak” (in uso in Siria, Iraq, Filippine e in futuro in Pakistan) sfodera nuovi sistemi di individuazione e tracciamento dei bersagli ed è dotato di razzi non guidati da 70 mm e missili anticarro L-Umtas.

  • «Nel bilancio della difesa nigeriano per il 2023 è previsto anche uno stanziamento di 4,5 milioni di dollari per l’acquisto di due elicotteri AW109 “Trekker, prodotti in Italia da Leonardo SpA. nel corso di un seminario delle forze armate nigeriane tenutosi a Ibom lo scorso 27 ottobre, il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Oladayo Amao avrebbe confermato l’intenzione di acquisire 24 caccia bimotori M-346 “Master” realizzati negli stabilimenti di Varese-Venegono di Leonardo» (“DefenceWeb”).

  • L’AW109 aveva già riscosso un enorme successo ad agosto al Labace brasiliano:
  • «L’AW109 Trekker, il primo gemello leggero di Leonardo a offrire un carrello di atterraggio a pattino, mantiene la cellula dell’AW109 Grand, l’ampia cabina e le prestazioni di prim’ordine, offrendo al contempo un maggiore carico utile a un costo competitivo, dimostrando così di essere perfettamente in grado di soddisfare i severi requisiti degli operatori in termini di capacità ed economicità. L’AW109 Trekker è dotato di una cabina di pilotaggio in vetro di ultima generazione di Genesys Aerosystems che può essere configurata in base alle esigenze del cliente» (“DGualdo”, un sito evidentemente promozionale di Leonardo)

  • Oltre all’indubbio affare per Leonardo, si può ipotizzare che il gigante africano immagini un innesco di conflitti nell’area… e forse l’odore di bruciato comincia a farsi più forte nella situazione del Nord Kivu, come illustrato in questo intervento di Massimo Zaurrini:
  • “Rischio di Terza guerra mondiale africana dei Grandi Laghi?”.
  • Dunque la Nigeria si sta riarmando potentemente, è sufficiente elencare i prodotti opzionati, prenotati, comprati, acquisiti che riporta “DefenceWeb”, oltre ai T-129 citati da Mazzeo e ai due AW109: gli Stati Uniti hanno approvato la possibile vendita di 12 AH-1Z alla Nigeria nell’ambito di un potenziale accordo da 997 milioni di dollari che include armi ed equipaggiamenti (nonostante i forti dubbi riguardo il mancato rispetto dei diritti umani del regime di Abuja); riceverà due aerei da trasporto C295 da Airbus, agognati dal 2016. La proposta di bilancio della Difesa nigeriana per il 2023 include finanziamenti per la manutenzione degli L-39ZA, degli Alpha Jet e propone 2,7 miliardi di dollari per tre aerei da sorveglianza/attacco MF 212 costruito dalla Magnus Aircraft nella Repubblica Ceca e 3 miliardi (6,8 milioni di dollari) per tre elicotteri Bell UH-1D.
    La BVST ((Belspetsvneshtechnika, ditta bielorussa) ha già collaborato con l’aeronautica nigeriana, fornendo la manutenzione degli elicotteri Mi-35 e l’addestramento; ora ha trasformato gli MF212 in velivoli armati ideali per compiti di sicurezza interna, sorveglianza e pattugliamento. A quanto pare, può essere equipaggiato con un gimbal elettro-ottico iSKY-30 HD e con missili R-60-NT-L o R-60-NT-T-2. In Ottobre il capo di stato maggiore Odalayo Amao aveva già dichiarato che l’Aeronautica militare nigeriana prenderà in consegna due turboelica Beechcraft King Air 360, quattro aerei di sorveglianza Diamond DA 62 e tre veicoli aerei senza pilota (UAV) Wing Loong II. Oltre a dozzine di velivoli ordinati tra il 2016 e il 2021.

Peraltro il mercato africano – ovviamente con le sue richieste. Le disponibilità di spesa e i bisogni commisurati alla tipologia di conflitti che nell’enormemente vasto territorio che costituisce condizioni di combattimento differenti – mette sul piatto finanziamenti corrispondenti alla percezione di pericolo o di preparazione di guerre e quindi mette in piedi una propria frequentata fiera. La biennale Africa Aerospace and Defense Expo di Centurion in Gauteng (Sudafrica) si è tenuta a fine settembre, proiettando in questi ultimi mesi di 2022 le prospettive di collocazione su piazza del nuovo bombardiere B-21 Northtorpe, forse non a caso presentato in Sudafrica per le sue prerogative di deterrenza, come spiega “BreakingDefense” nelle parole del generale dell’aeronautica Jason Armagost riguardo il sistema Sentinel di cui il bombardiere è parte: « Sentinel sarà altamente resiliente e flessibile. Non solo per la nostra sicurezza, ma anche per garantire i nostri partner e alleati in tutto il mondo. Si tratta di una capacità evolutiva e sono state prese decisioni deliberate su come renderla efficiente con l’infrastruttura che abbiamo, e su come modernizzare la capacità per rimanere flessibile con sistemi di missione aperti e un’architettura digitale per evolvere con ambienti di minaccia in evoluzione», sembra la descrizione del panorama fluido africano. Il B-21 verrà definitivamente svelato il 2 dicembre assicura “MilitaryTimes”: probabilmente i paesi del continente africano non si potranno permettere questo bombardiere presentato a casa loro, ma potranno svuotare gli arsenali dei bombardieri che diventeranno obsoleti dopo l’avvento di questa macchina.

Più alla portata delle casse africane è il drone greco Archytas e soprattutto il Mwari aircraft con scopi multipli e infatti già venduto a molti paesi africani; e di quei paesi elencati all’inizio di questa scheda il Botswana probabilmente prenoterà i suoi droni in funzione antimigratoria, e allo scopo i droni presentati alla fiera sudafricana descritta nel video della scheda di ottobre fanno al caso.

AW109 Trekker

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]]> Terre rare e guerre abbondanti https://ogzero.org/terre-rare-e-guerre-abbondanti/ Thu, 13 May 2021 16:45:36 +0000 https://ogzero.org/?p=3477 Lo stato kachin è una regione settentrionale di Myanmar/Birmania. Due volte la Svizzera, meno di 2 milioni di abitanti. Montagne himalaiane, fiumi solenni, distese vallate. Risorse naturali in eccesso: legname pregiato (teak), giada, oppio, oro. Una storia non placida: già retrovia dei nazionalisti cinesi di Chiang Kai-shek e del suo Kuomingtang, fin dall’indipendenza della Birmania […]

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Lo stato kachin è una regione settentrionale di Myanmar/Birmania. Due volte la Svizzera, meno di 2 milioni di abitanti. Montagne himalaiane, fiumi solenni, distese vallate. Risorse naturali in eccesso: legname pregiato (teak), giada, oppio, oro. Una storia non placida: già retrovia dei nazionalisti cinesi di Chiang Kai-shek e del suo Kuomingtang, fin dall’indipendenza della Birmania (1948) conflitti armati delle forze locali indipendentiste contro il governo centrale, popolazioni con culture, lingue e religioni diverse, profughi interni, andirivieni continuo sul lungo confine con la Cina.

terre rare e guerre

Gli stati che compongono il Myanmar e le etnie principali che vi abitano (fonte “Burma Blue”, di Massimo Morello, Rosenberg & Sellier, 2021, elaborazione OGzero).

Un boccone prelibato

Un concentrato genuino di geopolitica.

Le terre rare sono appetitose sostanze che fanno gola ai dispositivi che deliziano la nostra vita tecnologica, microchip, laser, energia solare, industria aerospaziale, militare …Un boccone prelibato. Hanno però un difetto, si trovano solo confuse e avvinghiate ad altri metalli tanto da richiedere enormi sbancamenti e lavorazioni molto elaborate, come si è accennato in un precedente articolo intitolato Materia della rete – rete della materia.

Dopo il colpo di stato del primo febbraio il traffico di autocarri e tir al confine cinese del Kachin si è molto intensificato. La Cina, tra i massimi produttori di terre rare, ne sta riducendo l’esportazione, per porre un limite alle devastazioni ambientali delle sue miniere e, soprattutto, per mettere in crisi l’impiego che ne fanno gli Usa principalmente in campo militare [un F-35 ha bisogno di 417 chilogrammi di terre rare]. Ne deriva che la supply chain – catena di approvvigionamento mondiale di terre rare entra in affanno.

Per le sue necessità la Cina da diversi anni si rivolge a Myanmar che ne è un ottimo produttore.

Da dove la Cina importa terre rare: percentuali per paese.

Gli eserciti etnici contro Tatmadaw

Ma Myanmar è in turbolenza. La feroce repressione della giunta militare non ha messo a tacere le proteste, ha, in qualche modo, addirittura ravvicinato le posizioni tra la maggior parte delle formazioni militari e politiche indipendentiste. Il più importante esercito dello stato kachin [Kia] ha abbattuto il 4 maggio un elicottero del Tatmadaw, l’esercito birmano.

Uno dei risultati del caos militare e politico è che nello stato kachin aumentano le già fiorenti miniere illegali di terre  rare, in una regione sfigurata da giganteschi scavi di altre materie e dalla deforestazione per il legname prezioso.

Miniere illegali a Pangwa, nel Kachin (fonte “Myitkyna Journal” e “The Irrawaddy”).

Il “capitalismo del cessate il fuoco”

Per concludere: nello stato kachin si ha una inequivocabile realizzazione dell’accumulazione per spoliazione attraverso la manipolazione della crisi permanente di una regione di frontiera dotata di risorse, schiacciata da appetiti di potenti apparati di potere (Cina, Myanmar, Signori della guerra locali) e dalla storica disarticolazione sociale prodotta dal colonialismo inglese. La globalizzazione del mercato ha aggravato una condizione già segnata da quello che Kevin Woods definiva dieci anni fa come capitalismo del cessate il fuoco: accordi saltuari di tregua tra militari e leader ribelli per spartirsi risorse e aree di influenza garantendosi reciproca impunità. Le citate miniere illegali sono gestite o direttamente da emissari che fanno riferimento alle aziende di stato cinesi o da milizie di frontiera collaborazioniste con l’esercito birmano. La ripartizione dei profitti ne è l’instabile architrave. Tutti i boss ci guadagnano.

terre rare e guerre

La rete di infrastrutture e le risorse (fonte “Burma Blue”, di Massimo Morello, Rosenberg & Sellier, 2021, elaborazione OGzero).

Non ci guadagnano le popolazioni che qualche volta al momento giusto riescono a reagire. È dal 2011 che la grande diga Myitsone, voluta dalla Cina famelica di energia elettrica, è stata bloccata dalle proteste popolari contro le evacuazioni di moltissimi villaggi, contro la distruzione radicale di un ampio sistema ecologico e, perché no?, contro la profanazione dell’anima idrica del paese, il fiume Irrawaddy.

La ricomposizione degli interessi e dei diritti è di là da venire.

terre rare e guerre

Fonti:

The Irrawaddy”, “S&P Global-Market Intelligence”, “Tea Circle”, “The Rare Earth Observer”, “Asia Times Financial”, “Roskill”.

 

Approfondimenti:

D. Harvey, The ‘new’ imperialism: Accumulation by dispossession, Socialist Register, n. 40, 2004.

K. Woods, Ceasefire Capitalism: Military–Private Partnerships, Resource Concessions and Military – State Building in the Burma – China Borderlands, “The Journal of Peasant Studies”, vol. 38, n. 4.

K. Dean e M. Viirand, Multiple borders and bordering processes in Kachin State, in A. Horstmann, M. Saxer, A. Rippa, Routledge Handbook of Asian Borderlands, Routledge, 2018.

R. Einzenberger, Frontier capitalism and politics of dispossession in Myanmar: The case of the Mwetaung (Gullu Mual) nickel mine in Chin State, “Austrian Journal of South-East Asian Studies”, vol. 11, n. 1.

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Burma blue: riavvolgere il nastro dalla fine https://ogzero.org/studium/burma-blue-riavvolgere-il-nastro-dalla-fine/ Mon, 22 Mar 2021 16:37:27 +0000 http://ogzero.org/?post_type=portfolio&p=972 L'articolo Burma blue: riavvolgere il nastro dalla fine proviene da OGzero.

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Sliding doors a Burma

Da più di un paio di anni OGzero si sta occupando come curatore della collana Orizzonti Geopolitici di un volume di Massimo Morello (uscito il 6 maggio per Rosenberg & Sellier), il cui titolo è “Burma Blue”; la sua chiusura era prevista per il 1° febbraio scorso. Una data in cui le sorti del paese sono cambiate improvvisamente.
Massimo si trovava all’aeroporto di Bangkok quando è stato raggiunto dalla notizia: il volume necessitava di un differente epilogo. Non si poteva mandare in stampa senza una testimonianza e un’analisi degli ultimi eventi… e ancora non avevamo assistito alle imponenti manifestazioni e alla mano pesante di Tatmadaw.
Questa situazione ha prodotto una serie di possibili, diverse interpretazioni nei giorni e nelle settimane che sono intercorse e Morello dalla vicina Thailandia è andato cercando il bandolo della matassa attraverso diverse possibili chiose, ciascuna verosimile a suo modo, ma per qualche motivo nessuna di queste ha trovato la via per entrare a far parte del libro… e l’epilogo è quello che potete trovare in libreria. In questa pagina dedicata al Myanmar andiamo riversando notizie e impressioni un po’ a completamento delle considerazioni contenute nel volume, un po’ abbiamo tratto brani dalle corrispondenze per “Il Foglio” redatte dal confine a Mae Sot o da Bangkok, arricchendole con le elucubrazioni che Massimo, rientrato in Italia il 4 maggio, inoltrava asincronicamente in anticipo sul nostro fuso orario; e un po’ abbiamo continuato a mantenere il doppio sguardo sul Myanmar contenuto in “Burma blue”, proponendo alcuni articoli pubblicati su “il manifesto” da Emanuele Giordana, che ha curato la postfazione che potete gustare nelle ultime pagine del libro, prima di due immagini di Andrea Pistolesi, che ci ha permesso di proporre alcuni suoi scatti che congelano quel Burma nel suo ‘blue’.

100%

Avanzamento


L’Alleanza fraterna mette in crisi Tatmadaw

Ancora su Radio Blackout  Massimo Morello ha analizzato in profondità questa situazione, focalizzandosi sia sulla natura degli eserciti, sia sulle prese di posizione della Rpc collocandole nell’ottica degli affari cinesi e negli equilibri interni all’Asean, facendo riferimento alla grande frammentazione del Myanmar e ironizzando su quale possa essere realmente il collante  tra gli eserciti cosiddetti etnici, che infatti si collocano territorialmente agli estremi opposti dello stato, con lingue e cultura, diversi. Gli affari sono assimilabili: il settore dei narcotici.

Max ha preso anche in considerazione i contraccolpi che si possono avvertire nei paesi limitrofi, in particolare la Thailandia, nella cui capitale abita e ha potuto cogliere la costante trasformazione nel libro pubblicato da OGzero, che inserisce Bangkok tra le Città visibili

“Cos’è la Brotherhood Alliance nella frammentazione del Myanmar”.

Pechino ai birmani: “cessate il fuoco”

Dopo la presa di Chinshwehaw da parte degli eserciti etnici della città del Myanmar al confine con la Cina, la RPC alza la voce per la prima volta

di Theo Guzman

Le forze congiunte di tre “eserciti etnici”, come vengono chiamate le milizie regionali da anni in lotta coi Governi centrali birmani, hanno preso la città strategica di Chinshwehaw e la Giunta Militare birmana perde il controllo di una città di frontiera con la Cina nel Nord dello Stato Shan. Ma la vera notizie è che, dopo l’annuncio della Giunta che la città era in mano ai ribelli, Pechino ha fatto un appello per il dialogo e il cessate il fuoco.

È la prima volta che la Cina prende una posizione pubblica così forte, affidata al portavoce del Ministro degli Esteri, Wang Wenbin:

“La Cina – ha detto in un video diffuso dall’agenzia France Presse giovedì – chiede un cessate il fuoco immediato nei combattimenti in corso nel Nord del Myanmar, dopo che l’esercito ha dichiarato di aver perso il controllo di una città strategica del Nord al confine cinese a seguito di scontri con gruppi armati etnici”. Bisogna, aggiunge il diplomatico, “perseverare nel risolvere le divergenze con mezzi pacifici”.

Ma è quella richiesta di “cessate il fuoco immediato” a fare la differenza. La Repubblica Popolare Cinese (RPC) non ha mai criticato il golpe e, anche se li rifornoisce di armi e altro, mal li sopporta: la Cina non ha mai amato i militari birmani. Un segnale di svolta?.

Giovedì la Brotherhood Alliance, l’Alleanza della Fratellanza che raccoglie Arakan Army (Arakan), Myanmar National Democratic Alliance Army (Kogang) e Ta’ang National Liberation Army (Palaung), ha dichiarato che sono state occupate nel Nord Shan almeno 92 basi del regime e quattro città. Le forze anti Giunta sono anche riuscite a bloccare in diversi punti l’autostrada Mandalay-Lashio che serve a spostare rinforzi, armi pesanti e munizioni dalla regione sotto relativo controllo di Mandalay allo Stato Shan. È la stessa strada che porta a Chinshwehaw, hub chiave nel commercio con la Cina. Secondo al Jazeera, che cita fonti giornalistiche locali, dalla città di confine con lo Yunnan, sarebbe passato tra aprile a settembre oltre un quarto del flusso commerciale birmano verso la RPC.

C’è però un altro fatto rilevante di questa offensiva iniziata una settimana fa. La Fratellanza è un’alleanza nata nel 2019 ma rimasta in disparte al momento del golpe militare del 2021: l’Arakan Army in particolare sembrava incerto sulla scelta da fare. Ma nei combattimenti di questi giorni hanno partecipato sia il Kachin National Army (anti-giunta della prima ora), sia le Mandalay People’s Defense Force, brigate della società civile armata che rispondono al Governo di Unità Nazionale clandestino (Nug) e sono addestrate dagli eserciti etnici (qui il loro comunicato).

La caduta di una città di frontiera non è una novità in un paese dove la Giunta controlla a stento solo alcuni dei transiti stradali per l’estero e a volte solo quelli, riforniti via elicottero perché il territorio delle regioni periferiche è quasi totalmente fuori controllo. Secondo un rapporto del settembre 2022, la Giunta militare golpista aveva una presa “stabile” su solo 72 delle 330 municipalità del Paese con un’area al di fuori del pieno controllo di Tatmadaw (l’esercito governativo) pari al 52% del territorio, ma fino al 90% nelle aree periferiche, tra zone contese o perse. Alcune settimane fa un’esponente del NUG ha detto che la zona fuori controllo sarebbe ormai dell’80%

L’articolo è stato pubblicato in originale il 4 novembre 2023 dall’“Atlante delle guerre

Lo strano caso della azienda siderurgica Danieli in Myanmar

di Emanuele Giordana

C’è un piccolo giallo che riguarda un’importante azienda italiana che opera in Myanmar da diversi anni e che sembrerebbe aver chiuso le attività dopo il golpe per riaprirle registrando nuovamente lo stesso brand. Un giallo perché guardando le fonti aperte, risultano in effetti due indirizzi a Yangon (Aye Yeik Thar 1 Street e Pyi Thar Yar St) che sono distanti una passeggiata di 15 minuti a piedi nel centro dell’ex capitale. Il mistero si infittisce quando chiediamo lumi all’azienda – la Danieli – che ci risponde laconicamente che a breve fornirà un chiarimento. Mai arrivato. Il giallo aumenta guardano la lista Danieli delle sue sussidiarie in Asia: nessuna sede risulta in Myanmar.

La Danieli, colosso nazionale dell’ingegneria, della robotica e del settore minerario è una multinazionale con sede a Buttrio (Friuli) ed è una delle leader mondiali nella produzione di impianti siderurgici. Con qualche miliardo di fatturato, quotata in borsa, è una società che non nasconde la velleità di posizionarsi tra le prime aziende italiane del settore: Giacomo Mareschi, Chief Executive Officer del gruppo, nell’ottobre del 2021 aveva dichiarato che, con un utile di oltre 80 milioni nell’anno, puntava a un fatturato «di 4 miliardi entro due».

Il fatto è che ci sono una serie di strane coincidenze su cui sarebbe stato utile avere chiarimenti dall’azienda. A fine agosto 2021, a sette mesi dal golpe militare di febbraio, il capo dell’esercito e del governo generale Min Aung Hlaing annuncia la riapertura dell’acciaieria Myingyan. Circa un mese dopo, il 24 settembre, pur avendo già una filiale in Myanmar, Danieli registra una nuova società estera nel Paese con un nome che poco si discosta dal brand della vecchia (che sembrerebbe inattiva essendo il Myanmar sottoposto a sanzioni). Qui sta l’interrogativo. È insolito per un’azienda già registrata tirarne in piedi un’altra nello stesso posto. Le voci raccolte tra la dissidenza birmana sostengono che il governo militare non possa aprire l’acciaieria di Myingyan senza l’assistenza di Danieli, che possiederebbe competenze e attrezzature nel sito in questione.

La nuova registrazione coinvolge direttamente i massimi vertici dell’azienda: Giacomo Mareschi e Alessandro Brussi, che sono gli unici due nomi in chiaro (altri sono segnati solo col nome di battesimo). Le carte dicono che la nuova registrazione di settembre è stata fatta al Directorate of Investment and Company Administration (Dica). Sono dati abbastanza inconfutabili visto che provengono dallo stesso database utilizzato da un Paese terzo per imporre le sanzioni e che il manifesto ha potuto vedere. Per altro proprio martedi, Italia Birmania Insieme chiederà lumi in Parlamento sull’operato della Danieli in Myanmar. Per ora, a una lettera indirizzata a Di Maio dall’associazione italo birmana in cui si chiedevano chiarimenti sulla Danieli, il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi, ha risposto parlando di tutto fuor che della società italiana e delle sue attività in Myanmar forse semplicemente per il fatto di non conoscerle.

L’articolo è stato pubblicato in originale dall’“Atlante delle guerre

Il Caso Danieli è stato affrontato anche durante l’audizione informale dell’associazione Italia-Birmania Insieme” in 3a Commissione Senato presieduta dalla presidente Stefania Craxi


Emanuele Giordana ci ha raccontato in un intervento su Radio Blackout la sua inchiesta relativa alla “particolare” conduzione degli affari della Danieli, azienda leader nella siderurgica e soprattutto nella robotica, le sue domande senza risposta restituiscono forse il sostrato di un assordante e significativo silenzio sistematico in cui gli affari si perpetuano senza remore etiche… e ben venga l’appalto di Tatmadaw.

Ascolta “Tanti tasselli birmani ambigui per la robotica della Danieli” su Spreaker.

In moto al confine birmano

Racconto di racconti con libri, cartine e foto dal confine settentrionale segnato dai fiumi Pai Kong in quel Sudest asiatico in crisi di identità, oltreché attraversato da guerra e pandemia. Max Morello invia da quell’avamposto le parole e le immagini per narrare la sua ricerca di tracce del dharma, accompagnato da Kerouac e Malraux

Tra Loi Kaw e Mae Hong Son in moto contro il Tatmadaw

19 febbraio 2022

Max Morello scorrazza novello Easy Rider su una moto lanciata sulle strade a pochi chilometri di foresta dalla birmana Loi Kaw, il centro degli scontri in questo periodo e altro terminale di profughi, sull’altro lato della frontiera rispetto alla thai Mae Hong Son, uno dei paradisi hippie degli anni Settanta e ancora adesso paradiso di metanfetamine. Il racconto cerca tracce del tempo in mezzo all’abbandono del periodo, dove donne giraffa – private da sguardi appoggiati sopra di loro – si confondono con campi profughi e con gli echi dei bombardamenti di Tatmadaw

Donna giraffa a Ban Nai Soi

Attraente, senza essere attrazione, donna prima che giraffa: sparito il turismo, rimangono le ragazze padong, di comunità karen… da questo e dall’altro lato della frontiera sono abitanti di quella giungla del Sudest asiatico

“Se cavalchi una tigre devi cercare di non scendere”.
Brano tratto dalla trasmissione Nessun luogo è lontano, condotta da Giampaolo Musumeci @giampaz, puntata del 27 maggio 2021

Recensione apparsa su “Il Foglio” il 27 maggio 2021

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Come Total finanzia i militari golpisti in Myanmar

Marina Forti

[questo articolo è comparso il 7 maggio su “terraterra-online“]

Dopo il colpo di stato militare del 1° febbraio, Myanmar (o la Birmania, come si preferisce) è piombata in un nuovo ciclo di repressione. Le proteste si susseguono e il governo militare ha risposto con la forza: centinaia di manifestanti uccisi, feriti, migliaia di arresti, esecuzioni extragiudiziarie di oppositori e giornalisti, torture. Il Rapporteur delle Nazioni unite sui diritti umani in Birmania parla di crimini contro l’umanità. Numerosi governi occidentali hanno condannato la repressione e adottato alcune sanzioni verso il regime militare. Diverse organizzazioni per i diritti umani chiedono alle grandi imprese straniere presenti in Myanmar di ritirarsi, per non dare ulteriore sostegno economico al governo militare.

Una di queste è la compagnia petrolifera francese Total. Dopo il colpo di stato, organizzazioni francesi per i diritti umani, ambientaliste e per la trasparenza hanno chiesto a Total di sospendere le operazioni per non dare sostegno finanziario a una giunta militare. La compagnia francese ha risposto finora in modo evasivo: afferma di rispettare i diritti umani e i codici di condotta, esprime “preoccupazione”, dice che sta “valutando la situazione” .

La realtà, secondo il quotidiano “Le Monde”, è che la Total finanzia direttamente i vertici dell’esercito birmano, con cui da molti anni spartisce i profitti di un ricco giacimento di gas naturale attraverso conti off shore.

Andiamo con ordine. Total è una presenza consolidata, in Myanmar. Dal 1989 sfrutta il giacimento di gas di Yadana, off shore nel mar delle Andamane, in società con la statunitense Unocal (in seguito assorbita da Chevron) e con l’impresa di stato per gli idrocarburi, la Myanmar Oil and Gas Enterprise (Moge): Total ha il 31 per cento, Chevron il 28, il resto è diviso tra una società thailandese e la Moge. Il gas viene trasferito a un terminal in Thailandia meridionale attraverso un gasdotto, costruito a metà degli anni Novanta, di cui sono proprietarie le stesse due imprese, sempre con l’impresa di stato Moge.

Nei bilanci pubblicati da Total si legge che nel 2019 ha versato quasi 230 milioni di euro (257 milioni di dollari) allo stato birmano, come royalties e tasse dovute per il gas estratto.

Ma è proprio così? L’organizzazione Justice for Myanmar afferma che gran parte del denaro pagato dalle compagnie straniere non va nelle casse dello stato ma passa per la Moge, notoriamente legata ai militari (tanto che nella sua relazione del 4 marzo, il Relatore dell’Onu per i diritti umani in Myanmar chiede che la Moge sia sottoposta a sanzioni). E non si tratta solo di tasse e royalties.

Ora l’inchiesta di “Le Monde” spiega che Total ha versato milioni di dollari alla Moge, cioè ai vertici militari, su conti nelle Bermude, in cambio di agevolazioni fiscali che hanno garantito all’impresa ottimi profitti.

Il meccanismo ruota attorno al gasdotto che collega i pozzi nel mar delle Andamane al terminal petrolifero in Thailandia, 346 chilometri di tracciato in parte sottomarino, in parte attraverso la penisola di Tenasserim, dove corre la frontiera tra i due paesi. Il gasdotto appartiene alla Moattama Gas Transportation Company (Mgtc), di cui Total è l’operatore e il primo azionista (gli altri sono gli stessi soci nel giacimento di Yadana).

1910, pozzi di petrolio a Yenangyaung

Dunque il gasdotto e i pozzi di gas naturale hanno la stessa proprietà: però dalle carte studiate da “Le Monde” risulta che il gasdotto fattura costi altissimi per il trasporto del gas, che così vengono detratti dai profitti del giacimento. Ciò permette di pagare meno tasse allo stato birmano. E di stornare considerevoli profitti, che sono spartiti con la Moge (cioè alcuni militari) attraverso la società del gasdotto, che è domiciliata alle Bermude, noto paradiso fiscale. Nel 2020 le somme versate da Total alla Moge sono tre o quattro volte più alte di quelle versate allo stato come tasse.

“Le Monde” ha pubblicato la sua inchiesta martedì, il 4 maggio. In risposta, la Total ha messo online per intero le risposte che aveva dato ai giornalisti del quotidiano prima della pubblicazione. Dove spiega per esempio che la società del gasdotto era stata registrata nel 1994 alle Bermude per “tenere conto delle diverse nazionalità degli azionari”. (Dunque il meccanismo descritto da “Le Monde” va avanti da un quarto di secolo).

Tutto questo però ha un precedente, che chiama in causa anche la socia Chevron.

Infatti la costruzione del gasdotto di Yadana è stato una immane tragedia per la popolazione locale. Tra il 1993 e il 1994 circa centocinquantamila persone sono state espulse dai loro villaggi per “preparare” il territorio sul tracciato del gasdotto, persone che hanno perso le case e la terra da coltivare, i mezzi di sopravvivenza, e la stessa libertà. Negli anni seguenti molti sono stati reclutati a forza per lavorare alla sua costruzione (avvenuta tra il 1995 e il 1998), in condizioni di semischiavitù; molti altri sono fuggiti oltre la frontiera thailandese.

Questa storia è stata documentata da sindacalisti e organizzazioni per i diritti umani birmani e internazionali (l’avevo raccontata in La signora di Narmada, capitolo terzo: “Un gasdotto in tribunale”). Infine la Unocal è stata citata in giudizio da un gruppo di sopravvissuti, in California, grazie alla legge statunitense che permette di giudicare in patria torti commessi da imprese Usa all’estero (il tribunale statunitense però dichiarò la sua incompetenza a giudicare la Total, perché francese).

Il processo Doe vs. Unocal, nei primi anni Duemila, ha visto i sopravvissuti testimoniare in aula, insieme a sindacalisti e ricercatori. L’istruttoria ha stabilito che Unocal era a conoscenza del regime di terrore instaurato dal governo militare birmano attorno a quel gasdotto (l’impresa statunitense ha infine accettato di pagare risarcimenti alle famiglie dei sopravvissuti).

Allora Total era riuscita a restarne fuori. Questa volta dovrà rispondere qualcosa di più.

@fortimar


Burma Blue: malinconia per una modernizzazione appena iniziata e già finita

6 maggio. Massimo Morello dipinge un Sudest asiatico distopico

“Burma Blue: malinconia per una modernizzazione appena iniziata e già finita”.

Preludio alla creazione di un medioevo birmano, fatto di “principati” controllati etnicamente… o da narcomilizie?
Più nessuna tentazione modernista come i pericolosi social, tutto sarà sotto controllo e imbalsamato per la gioia di turisti d’accatto e affaristi che potranno riprendere a fare affari attraversando un territorio la cui vocazione è da sempre fare cerniera tra il mondo cinese e il golfo del Bengala.
Vero è che i militari non hanno considerato che – appunto – non si è più nel 1988 e con la diffusione dell’informazione attuale dovevano aspettarsi che ci sarebbe stata una rivolta unanime e capace di farsi sentire anche all’estero, tanto che è paradossale come l’assenza di inchiostro possa mettere in ginocchio un’economia che all’asfissia – e incapace di pagare la truppa – vorrebbe rispondere stampando moneta, ma non ha l’inchiostro per farlo… e questo funziona più di molti embarghi globali.


Nasce una forza armata del governo ombra che dovrebbe ergersi a difesa del popolo birmano: a parte la disparità delle forze, anche considerando tutti gli eserciti etnici, che ora sembrano diventati il sogno del mondo occidentale che non si rende conto delle rivalità, degli interessi divergenti e della mentalità diversa, bisogna comunque considerare l’importanza della Cina nella regione, che è l’unica vera potenza della regione e perciò non trae vantaggio da queste tensioni che possono ostacolare gli affari (petrolio off shore lavorato da Total, a cui si accede pagando il pizzo ai generali, come si legge nell’articolo di Marina Forti, tratto da “terraterra”), anzi aveva siglato decine di importanti contratti, primo dei quali quello del porto di Kyaukpyu, terminale di pipeline e possibile porto militare per sottomarini nucleari cinesi… L’unica potenza che può ottenere nuove prese di posizione è la Russia, che infatti sostiene anche pubblicamente Tatmadaw, che ha una potenza enorme e pronto a fare stragi. Max Morello è molto scettico che si possa trovare una sintesi nelle migliaia di sigle e associazioni diverse; dal suo osservatorio la sensazione è che ciascuno stia cercando una visibilità, un modo per trovare un ruolo spendibile, uno strapuntino vicino a una forma di potere. E che Aung San Suu Kyi venga relegata ai domiciliari o in esilio, ormai senza alcun ruolo, delegittimata dall’Occidente soprattutto usando la leva rohingya e così tutto è stato sbilanciato verso la Cina.


Cambia un po’ nelle zone etniche il divario di forze rispetto alle città: karen, wa, shan, kachin hanno esercite, non milizie smadrappate. I karen hanno anche conquistato postazioni di Tatmadaw e potrebbero riuscire a mantenere il controllo di quelli che si possono considerare loro territori. Ancora maggiori possibilità possono avere wa e shan, che hanno alle spalle i cinesi. Ma chi comanda realmente in una sorta di cln fatto da narcotrafficanti, contrabbandieri… comunque sottomessi agli interessi cinesi fatti di giada, terre rare, petrolio?

Fonte: Burma Blue (Rosenberg & Sellier, 2021)


Aung San Suu Kyi è anziana non ha lasciato spazio ai giovani e non si era abbastanza spesa – per gli organi occidentali – per quei rohingya che ora sono ancora più perseguitati, dunque è destinata a essere accantonata; e far spazio a una Birmania destinata a tornare a essere com’era. E il covid sta facilitando le manovre reazionarie di ogni stato, a maggior ragione nell’area indo-pacifica, e contemporaneamente è una cartina al tornasole che dimostra come Modi in India o Prayut in Thailandia scontano la cattiva gestione della pandemia; ma così anche l’alternativa indiana a Pechino viene indebolita dalla gestione della pandemia… e con lei il Quad o il sistema inventato per contrastare lo strapotere cinese nell’area.

Rohingya: il genocidio silenzioso

Asean auspica… ma Asean legittima Tatmadaw, invitando Liang e non gli oppositori (o finti tali, come il Dottor Sasa)… addirittura i legaioli nostrani impongono sanzioni ai coltivatori di riso birmani perché sono sottoposti a un regime dittatoriale: sciacallaggio… Total che continua a fare affari, o la finanziaria Posco: nessuno si sacrifica per la Birmania. E oltretutto sarebbe anche rischioso tirare la corda in un contesto simile, che potrebbe portare a un conflitto nucleare ☢

 

Global Myanmar spring Revolution_#May2Coup


Global Spring Revolution

Today, #May2Coup , Civilians who support the Spring Revolution are protesting against the military dictatorship,
not only in cities and towns across #Myanmar, but also around the world.
#WhatsHappeningInMyanmar

La porosità dei confini e la guerra asimmetrica


L’emisfero del cervello percorso da fiumi e svolte nella foresta

«La mappa non è il territorio»:  l’aforisma di Alfred Korzybski m’è rimasto impresso perché è una battuta di Robert De Niro nel film Ronin. Appena posso lo cito. L’ho citato anche in Burma Blue [in libreria dal 6 maggio 2021].

In realtà, com’è accaduto molte volte proprio nelle storie di Burma Blue, la mappa può essere il territorio. È l’interpretazione di quell’avventuriero del pensiero che era Gregory Bateson: «Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L’emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo non si occupa di questo genere di distinzioni». Anche questa interpretazione l’ho citata spesso. Ma non m’era mai capitato di vederla materializzare. È accaduto con la foto che mi riprende accanto a David Eubank, nella sua casa-ranch nella campagna nei dintorni di Chiang Mai, nel nord della Thailandia.

David è un ex ranger delle forze speciali americane, un pastore evangelico, il fondatore dei Free Burma Rangers. Con i suoi “ragazzi” s’infiltra in Birmania per portare aiuto alle popolazioni colpite dai militari. Se poi i militari cercano di impedirglielo, lui risponde al fuoco. È un avventuriero buono, con tutte le declinazioni mistiche che gli vengono dalla sua visione religiosa. «God bless you» è il suo mantra. Lo ripete quando t’incontra e quando ti saluta. Prima e durante ogni missione. A volte allarga le braccia in un gesto di benedizione mentre recita una breve preghiera. Ammetto che sembra credibile. Ognuno, in fondo, si costruisce la propria immagine in funzione del proprio sogno.

In quella foto David mi indica dove si trova la sua prossima base. Beh, più o meno. Partirà un’ora dopo il nostro incontro. Mi ha anche chiesto se volevo accompagnarlo. Confesso che ero molto tentato. Il problema era che non sapeva quando sarei potuto tornare. Non perché potesse accadermi qualcosa, che pure era una possibilità. Ma perché  non poteva distaccare qualcuno per farmi accompagnare indietro: rischiavo di rimanere in Birmania per qualche mese. Senza contare che i thailandesi, in questo periodo, tra covid e tensioni locali non sono molto disponibili a chiudere un occhio sulle avventure dei farang, gli stranieri. Se mi avessero fermato mentre passavo o ripassavo il confine sarei stato espulso dal regno per sempre. Credo che il coraggio vero sia proprio questo: mettere a rischio progetti e programmi di vita.

Per tutti questi pensieri e le chiacchiere con David la mappa diventava il territorio. L’emisfero destro del mio cervello non riusciva a vedere la distinzione, si proiettava all’interno di quel campo di avventure. Sentire David raccontare il suo percorso tra i fiumi e la foresta, che indicava sulla mappa tra sottili linee azzurre e  curve di livello, mi dava la percezione fisica di quel viaggio.

Personaggi come lui danno vita alle storie di chi, come me, va a caccia di storie e di sogni.

[In realtà, com’è accaduto molte volte proprio nelle storie di Burma Blue, la mappa del territorio di Massimo Morello è fatta di figure “strane” da lui abitate, percorse, con cui si confronta, da cui si fa disegnare, sedurre… e forse incrocerà di nuovo in altre strane avventure].

Il superamento delle divisioni etniche?

Il Crph ha annunciato la formazione di un governo ombra che include una quota di appartenenti a minoranze etniche, compresi i kachin e i karen. Min No Naing che lo ha annunciato è un attivista della generazione dell’Ottantotto. Come si può interpretare la notizia rilanciata da Francesco Radicioni che la CCTV, la televisione di Stato di Pechino, abbia dato notizia che «il comitato dei parlamentari dell’Unione di #Myanmar hanno dichiarato la formazione del governo di unità nazionale. Win Myint presidente, Aung San Suu Kyi consigliere di Stato»: in qualche modo la Cina non ha del tutto sepolto l’alternativa ai militari?

La riunione dell’Asean a Giacarta il 24 aprile ha aggirato la scelta che sembrava non poter che essere univoca tra l’invito alla giunta golpista del Tatmadaw, oppure all’organismo costituito dagli eletti nella consultazione elettorale di novembre esautorati dalla violenza dei militari. Con la consueta mossa di raffinata diplomazia asiatica l’invito è andato a chi in questo momento esercita il potere – pur trattando Min Aung Hlaing con un certo distacco –, per sottoscrivere 5 punti che chiedono cessazione di violenze, inizio del dialogo, la presenza di un mediatore dell’associazione del Sudest asiatico, che fornirà assistenza umanitaria, assicurando un incontro con tutte le parti interessate. Riconoscendo dunque il Nug.

Summit Asean del 24 aprile 2021

Articolo pubblicato su “il manifesto” del 25 aprile 2021 a firma di Emanuele Giordana

16 aprile.

Storia di ordinaria Resistenza

16 aprile. Il collasso del sistema fotografato sul fiume Saluen.

Capodanno birmano

Massimo Morello fotografa il collasso del sistema su cui reggevano le realtà (e le merci) sui due lati del fiume Saluen. Ora sul lato tailandese si aspettano profughi immersi in un paesaggio reso spettrale dal covid

Twilight Myanmar

Articolo comparso su “Il Foglio” del 16 aprile 2021 a firma Massimo Morello dal confine sul Saluen tra Songkran tailandese e Thingyan in Myanmar, durante il capodanno birmano. Mondi opposti ai confini della realtà

Storie di ordinaria dittatura

Intimidazioni, minacce e arresti dei sanitari che prestano la loro opera nell’emergenza creata dal golpe militare (oltre che dal covid che non trova attenzione visto l’eccidio mirato di giovani che manifestano), curando i feriti e i moribondi del movimento. Intanto nelle aree di confine si scontrano gli eserciti etnici con Tatmadaw e i residenti sono costretti a nascondersi nei rifugi antiaerei.

Medici sotto tiro

Emanuele Giordana inquadra la condizione dei medici birmani, perseguitati dall’esercito: pestati, arrestati… per la loro opera di assistenza a feriti e moribondi

Il buio è definitivamente sceso sul Myanmar?

9 aprile. Superando le barriere del confine digitale imposto a Internet

Questa è una mail filtrata da un’amica birmana.

To all my foreign friends, some of you may think we Myanmar are very sensitive and very emotional just because of the Military Coup. But What you know is just the surface. Here is short summary of on daily what is happening in Myanmar.

1. If anyone has been arrested alive at night, next morning only the dead body will be returned

2. If you are a medical staff and helping injuried protesters, then you will be arrested and tortured or get killed.

3. Doesnt matter you stay home or you go out for protesting, you can get killed anytime without any reason

4. Doesnt matter you are a pregnant lady or you are a 6yrs old baby or you are a woman, you can get killed anytime without any reason

5. Even if you are not protesting, you can get beaten and tortured anytime and anywhere (day or night)

6. Anytime anywhere anyplace they loot.

Myanmar is not a War Zone. War means at least all parties are having weapons. But we the People of Myanmar do not have any military weapons but we are fighting this fully armed Brutal Terrorists.

Best,

Nyein


Abbiamo interpellato Stefano Ruzza per cercare di ipotizzare scenari possibili e ne è risultato un flusso altalenante tra auspici di individuare il punto sensibile del regime – più facilmente toccando gli aspetti economici di Tatmadaw – e scarse speranze che nell’immediato appaiono luttuose

Ascolta “Chi ha più filo da tessere: l’apparato bellico o il bisogno di libertà?” su Spreaker.

Tatmadaw sta sterminando il suo popolo?

9 aprile. Oltre il confine della repressione più brutale e silenziata

Stavolta Massimo Morello si trova a Mae Sariang e ci ha scritto questo spunto che avrebbe potuto trovare spazio nella chiosa:.

Mae Sariang

E allora a libro finito, nel mezzo di un altro viaggio, quando credevo che libro e viaggi fossero finiti, penso sia ora di ricominciare e riprendere a raccontare. Lo so, sembra un koan, poi mi spiego meglio. Per ora mi prende così dopo aver passato due giorni con un missionario del Pime parlando di teologia, pagani, papi, aver visto una messa celebrata in thai e tradotta in Lahu, essere arrivato a un metro dal confine con la Birmania e sentito i piani per l’evacuazione dei villaggi nel caso il conflitto tra esercito e milizie si estenda a quella zona. Il tutto tra paesaggi splendidi e piantagioni di tè.

Adesso scrivo da una guest house con una terrazza rivolta a ovest sopra un piccolo fiume. Domani raggiungo un campo profughi sul Salwen a ridosso del parco nazionale

Purtroppo però da Inside Burma, seguendo gli hashtag

#WhatsHappeningInMyanmar

#Apr9Coup

si scopre che

20 dimostranti sono stati giustiziati. Uccisi in seguito a una sentenza di morte;

30 civili sono stati uccisi da Tatmadaw a Bago all’alba usando armi pesanti:

This morning Myanmar soldiers shot in residential areas in Bago town; using RPGs. More than 30  youth were killed and the bodies were piled and were not allowed to take back. Ambulances were not allowed to come in . Blood stains on road were covered with sand.

Updated:

Bago: More than 60 civilians/protesters have been killed. Military are not allowing to pick up dead bodies. Wounded people also with them. Ambulances are blocked. Terrorists blocked all roads.

So far, the military is still shooting in Bago

– Nightly internet outage 55 nights 

– Mobile data disabled 26 days

– Public wifi limited 24 days

– Wireless broadband cutdown 8 days

– Platforms filtered since Feb.

La periferia è centrale

15 marzo. Al confine della repressione sul fiume Moei

«I thai hanno preparato dei rifugi di fortuna lungo il fiume per i birmani che scapperanno», mi dice la responsabile di una ong di Mae Sot, città sul fiume Moei, che segna un confine tra Thailandia e Birmania. «Si preparano allo scenario peggiore».

Questa era una delle chiose preparate nella seconda stesura dell’epilogo del libro di Morello, poi la repressione è diventata strage e ora si trasforma in guerra civile, con la mobilitazione degli eserciti etnici; le prime scaramucce, la porosità del confine, le scarne notizie da un internet ancora più filtrato.


4 marzo. In Myanmar non andrà tutto bene

In Birmania non andrà tutto bene. Al contrario dell’“Everything will be Ok” scritto sulla maglietta di Angel, la ragazza di 19 anni uccisa mentre partecipava a un sit-in pacifico. Una giornata di manifestazioni conclusa conaltri 51 morti.

Le minoranze etniche potrebbero essere il “Fattore X” che deciderà il destino del golpe. Ma molti non distinguono le minoranze dalle milizie che spesso le rappresentano, veri e propri eserciti che in questo momento sembrano mantenere un basso profilo. Forse aspettano che la crisi si risolva in un’implosione del Myanmar che vedrebbe il paese frammentarsi in territori tribali.

Se la Cina, in un modo o nell’altro, è la grande protagonista di questa vicenda, c’è un convitato di pietra tanto potente quanto nascosto: la Russia. Sino agli anni Ottanta, come Unione Sovietica, dirigeva il grande gioco in Sudest asiatico. Con l’implosione dell’Urss è uscita di scena. Ma non è improbabile che voglia ripresentarsi.

Anche questo del 4 marzo era un potenziale epilogo che era parte delle considerazioni finali del libro di Massimo prima della repressione del 27 marzo. Alcune considerazioni geopolitiche continuano a interagire con quello che è il conflitto interno ai confini birmani, ma collegato a quanto viene giocato al loro esterno. Passata la linea rossa con queste repressioni; il reale punto debole  di Tatmadaw è che abbiano sottovalutato la capacità di nuove forme di resistenza che hanno impedito la riuscita del golpe dal primo giorno, dice Gabusi nell’audio qui riportato, tratto dallo Special Myanmar a cura di Giovanna Reanda per Radio Radicale.

Il rischio è il collasso dello stato birmano?

3 aprile. Al confine della repressione sul fiume Saluen

Stavolta Massimo Morello e Francesco Radicioni si trovano in territori non più abitati da karen come la zona di Mae Sot, ma sono a Chiang Mai, territorio shan; e la via d’acqua a marcare il confine tra Thailandia e Myanmar è il Saluen, più a nord rispetto a Mae Sot. Condividiamo il reportage andato in onda su Radio Radicale, con la partecipazione di Giuseppe Gabusi, impegnato nel centro ricerche T.wai e docente all’Università di Torino. Centrale nel loro racconto è l’importanza e la difficoltà di creare entro i confini birmani una nazione coesa, viste le 130 etnie diverse e con interessi differenti.

Dopo le prime schermaglie nella zona karen, un’escalation che era già monitorabile a seguito della preparazione ad affrontare l’esodo da parte tailandese già 3 settimane fa, si sta estendendo il confronto tra Tatmadaw e gli eserciti etnici, anche e soprattutto più a nord di Mae Sot, nella zona Shan, e questo nuovo teatro bellico è reso ancora più probabile dall’incremento di contrabbando d’armi registrato negli ultimi giorni sul confine del Saluen, il fiume che attraversa i territori anche della popolazione kachin – tutte etnie dotate di eserciti agguerriti. E senz’altro ai più di 700 morti di cui si parla ufficialmente (solo per gli scontri nelle piazze) vanno aggiunte centinaia di altre vittime nelle zone etniche periferiche rispetto alle grandi città lungo l’Irrawaddy, che sono bombardate dalla aviazione di Tatmadaw.

Ma le etnie sono moltissime e divise tra loro e al loro interno, soprattutto generazionalmente, come avviene per i kokang (di nuovo affini ai cinesi come gli wa e protagonisti nel 2015 della rivolta che Claudio Canal ben descrive, denunciando 100.000 rifugiati nello Yunnan, quegli stessi che Radicioni cita nel podcast): il divide et impera ha funzionato in tutti questi decenni di prove di mantenimento di un’unità nazionale fondata sulla impossibilità di contrapporsi unitariamente alla coesione sbandierata dal governo centrale, che con la finta apertura alla democrazia ha cercato di ergersi a elemento unitario di un paese di 135 etnie.

Molto interessante in questo podcast concesso da Radio Radicale scoprire nelle parole di Gabusi e Morello, i reali rapporti di forza tra i vari eserciti (quello birmano è molto ben attrezzato e conta su 400.000 uomini) e quanto incidono le potenze sul controllo di certe parti del territorio attraverso le milizie (per esempio l’esercito wa – i tagliatori di teste nella tradizione letteraria –, composto da almeno 30.000 effettivi, sostenuto da Pechino) e di conseguenza quale potrà essere il coinvolgimento di Cina e Russia. E la Russia ha partecipato con il viceministro della difesa alla parata militare, dunque Mosca non sta alla finestra.

Altre protagoniste imbarazzate sono le Triadi cinesi, che in Birmania fanno enormi traffici di giada, esseri umani, oltre che droga e ora si trovano con i traffici dimezzati dalla guerra. In realtà cercare di acquisire notizie che si accumulano gettando luce su ogni singola tendenza, ogni interesse di parti potenti in causa, di capire in che direzione propenderanno le grandi potenze coinvolte loro malgrado e futuribili basi sommergibilistiche cinesi nel golfo del Bengala, la situazione delle frontiere e lo scontro nelle città… ipotizzare non crea che confusione e formulazioni (forse) assurde, che probabilmente ricercando nelle pieghe del libro di Morello riusciremo a comprendere in che direzione avranno potuto evolversi; questa invece è l’ora di indagare con gli occhi di Morello e Radicioni che si trovano sul confine e di lì possono raccontare con la loro sensibilità addestrata da decenni di frequentazioni del Sudest asiatico.

[Una soluzione che Xi potrebbe prendere in considerazione può essere la spartizione del territorio nel caso di implosione del potere di Naypyidaw, con la Cina interessata al gasdotto che arriverebbe a Nanning dal porto di Kyaukpyu e al controllo dei territori del confine orientale – il bacino che in fondo fa parte del sistema Mekong – attraverso le milizie, mentre Tatmadaw continuerebbe a controllare le grandi città: il “vero stato birmano”].

Questa chiosa nasce da un accenno al ruolo delle milizie etniche compreso nel video di Radio Radicale qui riproposto e come risposta a un dubbio ipotetico che abbiamo rivolto a Massimo Morello, attoniti di fronte alle immagini che giungono in Occidente dalle strade di Mandalay, Naypyidaw, Yangon… e il 28 marzo cominciano a filtrare notizie di attacchi del Karen National Liberation Army a caserme dell’esercito birmano

E le milizie etniche aspettano…

Con le risorse belliche e le armi di cui dispongono le molte milizie regionali che da sempre contendono territori e traffici a Tatmadaw non potrebbero fare la differenza nella contesa? Se volessero solidarizzare con i civili, potrebbero apportare la loro forza militare nello scontro e quindi preoccupare un po’ i golpisti. Sono i cinesi che non vogliono? È una presa di posizione che si smarca da quelle rivendicazioni democratiche? Fa parte della teoria del tribalismo e quindi collocherebbe il movimento di protesta in un’ottica panbirmana, mentre le varie guerriglie sono etniche?

21 marzo 2021, mail di Massimo dalla Thailandia 

Gli eserciti etnici possono preoccupare la giunta. Ma ci sono molti “se” da entrambe le parti: se i militari vogliono ancora uno stato monolitico o cedono alle richieste delle milizie, se le milizie restano nei propri territori, se si alleano e per quanto può durare tale alleanza…
Ma per tentare una risposta: non credo sia perché i cinesi non vogliono. Sono le milizie che aspettano. Non dimentichiamo che il vero motivo della loro esistenza non è un’ideale, o la democrazia o la difesa del loro popolo. È il narcotraffico (o quello di giada o di legname o di qualsiasi altri cosa), il potere personale. Una cosa sono le etnie altro le milizie etniche. Che regolano alleanze e scelte in funzione del momento. Ora potrebbero anche attaccare i militari per negoziare l’accordo. Pace in cambio di minor interferenza nei loro affari. I cinesi, a loro volta, si servono delle milizie in funzione dei loro interessi.
Personalmente sono sempre più convinto che sia difficile distinguere tra buoni e cattivi, vittime e carnefici. La parti sono intercambiabili.


Massimo Morello, Guardando il Myanmar intrappolato dagli incubi, articolo comparso su “Il Foglio”, 23 marzo 2021

Nelle zone di confine dove le milizie etniche combattono da decenni – per l’autodeterminazione, il controllo dei traffici o entrambi – la situazione sta diventando sempre più instabile. Probabilmente perché il governo militare appare in crisi. Oltre i  Karen, quindi, si stanno mobilitando i Kachin, stanziati all’estremo nord, il cui Kachin Independence Army (Kia), uno dei più forti gruppi armati etnici, ha infranto la tregua con Tatmadaw a metà marzo. Gli ultimi, e probabilmente più pericolosi a scendere in campo, dovrebbero essere gli Shan, cui si attribuisce l’eliminazione di quattro militari. Il fattore più interessante è che forse per la prima volta le organizzazioni e le milizie etniche assicurano sostegno e protezione a tutti, di qualunque etnia siano e qualunque sia “l’intensità” con cui si oppongono al regime. “Quando diciamo ‘proteggere il popolo’ intendiamo tutto il popolo della Birmania”, ha dichiarato un ufficiale del Kia.

“Hanno sempre usato il concetto del divide et impera ma questa volta non funziona”, dice un giovane di Mae Sot, un pacifista che parla di un possibile esercito di autodifesa formato da tutti i gruppi etnici con l’appoggio dei movimenti di disobbedienza civile e la benedizione del Committee Representing the Pyidaungsu Hluttaw (Crph), il comitato degli eletti nelle due camere (il Pyidaungsu Hluttaw). “Non credo che i militari abbiano il potere. Hanno le armi ma non hanno il potere”, dice ancora quel giovane, testimone di una generazione che “non vuole tornare indietro”. Per quei giovani il nuovo mantra è “democrazia federale”, mentre “negoziazione”, “riconciliazione nazionale” sono divenuti termini tabù. Il paradosso è che qualcuno comincia a credere che il golpe possa rivelarsi l’occasione per un’alternativa al governo di Aung San Suu Kyi che non è riuscito a rinnovarsi. Sembra uno psicodramma. “Il primo febbraio è morta la speranza che era nata nel 1988. La Signora era la speranza”, commenta una fonte de “Il Foglio” rimasta a Yangon.

“È come se fosse morta la mamma”. Per elaborare il lutto i giovani cercano di dimenticare ciò che è stato fatto e hanno perduto, pensando di costruire un futuro libero dal passato, trasformano la Madre in matrigna. È un po’ quello che accade ai militari. Secondo voci popolari sarebbero ossessionati dai fantasmi di coloro che hanno ucciso. L’ultimo, a mezzogiorno del 22, è un ragazzino di tredici anni. In Birmania sembrano tutti intrappolati nei propri sogni o incubi, in una situazione incancrenita dove la guerra civile è considerata un’alternativa allo svolgimento della festa delle forze armate, prevista per il 27. Intanto nello scenario Indo-Pacifico il paese diviene il Parco della Vittoria, il terreno di maggior pregio, nel Monopoli a cui partecipano sempre nuovi giocatori.

Poi abbiamo visto la carneficina della parata militare, a cui ha partecipato il viceministro della Difesa russo

15 marzo 2021, Massimo dal ponte sul fiume Moei 

Abbiamo ripreso un intervento di Massimo Morello su Radio24 all’interno dello spazio di Giampaolo Musumeci Nessun luogo è lontano, andato in onda da Mae Sot in diretta il 15 marzo. 

“Intuire la Birmania dopo il golpe dal lato thai del fiume dei karen”.

Da inside Burma continuano ad arrivare a Mae Sot uomini in fuga e storie dell’orrore

Mae Sot: confine blindato ora e poroso in qualche senso. Era fatto anche di “trafficanti e rifugiati”, di killer e ong… fino a poco tempo fa, poi la democrazia lo rese uno snodo commerciale, fatto di businessmen. Una cartina al tornasole sensibile a qualsiasi cambiamento; ora infatti si vede al di là del fiume Moei di cosa è fatto dopo il golpe il territorio karen in Birmania…

Nella zona di Mae Sot sembra fosse il Democratic Karen Buddhist Army (Dkba) ad avere il monopolio dei traghetti sul fiume Moei (che siano piccole barche o camere d’aria da camion) che trasportano i frontalieri birmani a lavorare nelle fabbriche tessili thai.

E invece da questo lato ritratti di persone che sono riferimenti da anni attorno a quel confine, professionisti determinati a cui comincia a vacillare la speranza come Cynthia Maung, dottoressa che nel 1988, dopo aver partecipato al movimento che richiedeva libertà in Birmania, attraversò il fiume per offrire un rifugio sanitario, anche a chi fuggiva in Thailandia, sempre in territorio karen.

Massimo Morello, Burma blue, volume in corso di pubblicazione per Rosenberg & Sellier, p. 45

La clinica Mae Tao è stata fondata nel 1989 dalla dottoressa Cynthia Maung. Di famiglia karen, è fuggita dalla Birmania dopo i moti del 1988 portando gli strumenti chirurgici che aveva sterilizzato in una pentola. Un anno dopo ha aperto questa clinica a Mae Sot. «Pensai che sul confine c’erano più opportunità di aiutare la gente. La clinica è la mia patria», spiega. «Non ci sono solo i rifugiati. Le emergenze mediche sono una lista lunghissima, dalle mine antiuomo alla malaria. Il problema maggiore è l’impatto quotidiano della violenza: i giovani ne sono devastati». Oggi accoglie duecento pazienti, assicura cure gratuite alla popolazione karen e dispone di un centro di protesi e riabilitazione per quelli che hanno provato a tornare nei villaggi e sono saltati su una mina. Nel 2003 “Time” l’ha inserita nella lista degli “Eroi dell’Asia” definendola «guaritrice delle anime spezzate».

Alla clinica, inoltre, è addestrato il personale paramedico che possa intervenire inside Burma. Dicono tutti così: “dentro la Birmania”, come se un’intera nazione fosse un campo di concentramento. Gli uomini e le donne che operano inside Burma sono noti come backpacks medics: circa trecento persone, suddivisi in gruppi di tre, cinque membri, che si spostano a piedi nella foresta. «Non siamo forti, siamo abituati a sopportare», dice Mahn Mahn, direttore del quartier generale di Mae Sot. «Significa continuare a portare la gente anche quando ti dici “ma questo è già morto” e alla fine scopri che è ancora vivo». Per continuare a portare e salvare gente, sono morti quasi cento backpacks medics.

Da inside Burma, intanto, continuano ad arrivare a Mae Sot uomini in fuga e storie dell’orrore. 

La strage annunciata e perpetrata da Tatmadaw ai danni dei manifestanti in concomitanza con la parata dell‘anniversario dell’Indipendenza birmana è uno snodo che pone un chiaro punto fermo nella storia del paese. Indietro non si può tornare: qualunque sia la prospettiva dopo questo Bloody Saturday la nazione che esisteva fino al sabato 27 marzo non potrà più esistere… un motivo in più per alimentare quel Blue Burma che Massimo aveva già cominciato a percepire. Qui proponiamo i due articoli scritti da Emanuele Giordana e da Massimo Morello sulla medesima giornata luttuosa




Il generale Min Aung Hlaing, artefice del colpo di stato, ha promesso di “salvaguardare la democrazia” e ha minacciato i manifestanti d’essere uccisi con un colpo alla testa. Nelle ore successive la minaccia si è materializzata con una brutalità primitiva. Il ruolo della Cina e soprattutto quello della Russia di Putin.

Non hanno avuto paura dei fantasmi di chi hanno ammazzato, quei fantasmi che li avrebbero perseguitati nel giorno della loro festa, sabato 27 marzo, la festa del Tatmadaw, le forze armate birmane.

Al contrario di quanto prediceva qualcuno, la festa si П svolta in tutta la sua agghiacciante pompa nazi-comunista nell’immensa piazza d’armi della capitale Naypyitaw, sovrastata dalle tre statue dei re che dominarono il paese. La terza rappresenta re Alaung Phaya, meglio conosciuto come U Aung Zeya, il vittorioso. A quanto si mormora, il generale Than Shwe, il grande vecchio della tirannide birmana, colui cui s’ispirano ancora i militari del Tatmadaw, П convinto di essere la sua reincarnazione.

È questo lo scenario in cui il generale Min Aung Hlaing, psicopatico artefice del colpo di stato del primo febbraio, ha promesso di “salvaguardare la democrazia” e ha minacciato i manifestanti d’essere uccisi con un colpo alla testa. CosУ come gli aveva suggerito il monaco che è il suo weizka, mago, personale.

Nelle ore successive la minaccia del generale si П materializzata. Le scene, riprese dai telefonini e rimbalzate sui social in foto e video, trasmettono una brutalità primitiva che non può essere finzione: le vittime sembrano manichini disarticolati e i carnefici zombie che si nutrono di metanfetamine.

«Sono mostri, mostri», grida su Signal una fonte del Foglio a Yangon. È la prima volta che la realà supera il suo racconto. Secondo fonti attendibili, al tramonto, quando è quasi impossibile ricevere notizie dalla Birmania, il numero delle vittime è cresciuto in modo inversamente proporzionale alla loro età. Sono circa 91, il che porta il totale a quasi mezzo migliaio. Tra loro “almeno” (uno dei termini piЭ usati nelle cronache birmane, unito a morti, feriti, scomparsi) due bambini di 5 e 10 anni e due ragazzini di 13 e 15. “Almeno” altri due, di un anno e 7, sono stati gravemente feriti. Il più piccolo forse ha perso un occhio.

Ormai la giunta birmana ha superato ogni definizione di crimini contro l’umanità. E ha scoperchiato un vaso di Pandora che non si sa come o quando potrà essere richiuso, quanti morti saranno necessari per placare la maledizione. C’è chi spera e invoca l’aiuto delle Eao, le ethnic armed organisations che controllano buona parte del territorio birmano e che hanno dichiarato, sia pure con diversa intensità, la propria opposizione al regime della giunta. Ma potrebbero opporsi a Tatmadaw solo coalizzandosi, sacrificando rivendicazioni etniche, fedi religiose, tradizioni, ostilità ataviche in nome di un bene comune. Un’alleanza, comunque, che sarebbe inevitabilmente destinata a cadere in pezzi per il controllo dei traffici di stupefacenti. Senza contare che anche le Eao aspettano di capire quali saranno le vere forze in gioco.

Per molti, nell’area come in occidente, il grande burattinaio è la Cina. Per Pechino la Birmania è la tessera centrale nel domino della Belt and Road Initiative. Senza il controllo della Birmania, non avrebbe accesso al Golfo del Bengala – soprattutto alle acque profonde al largo del Rakhine, indispensabili alle manovre dei sottomarini classe Jin armati di missili balistici – e vedrebbe spezzati l’oleodotto e il gasdotto che raggiungono lo Yunnan. La Cina inoltre è favorita dalla comune discendenza con alcune etnie del nord, come gli ex tagliatori di teste Wa, che attualmente possono mettere in campo la più potente milizia, lo United Wa State Army, forte di 30.000 uomini e armata con mezzi dell’arsenale dell’esercito di liberazione popolare.

Ma c’è un nuovo giocatore che ha manifestato la volontà di scendere in campo in occasione della festa delle forze armate: la Russia. Il viceministro della difesa Alexander Formin era l’unico rappresentante d’alto rango di un paese straniero presente alla parata. Accompagnato a Naypyitaw, a quanto si dice, da una delegazione di circa 200 funzionari. “La Russia è un vero amico”, ha dichiarato il generale Hlaing, che pochi giorni prima del golpe era andato a Mosca. E in Russia sono stati addestrati molti degli ufficiali di Tatmadaw.

La Russia, secondo molti analisti, vorrebbe riprendere il ruolo che aveva nel Sudest asiatico l’Unione Sovietica. Un ruolo che tra il 1970 e il 1980 l’aveva messa in rotta di collisione con la Cina (che ebbe il suo climax tra il 1977 e il 1979 nella “terza guerra indocinese”, la sequenza di conflitti tra Vietnam, sostenuto dall’Urss, e Cambogia, sostenuta dalla Cina, e poi tra Cina e Vietnam). La presenza di Vladimir Putin al summit dell’Asean svolto a Singapore nel novembre 2018 era stato il primo segnale di questa nuova politica “euro-asiatica” della Russia, come l’aveva definita lo stesso Putin.

Oggi, però, sembra che la Russia voglia evitare gli errori del passato, cercando un accordo con Pechino anziché un confronto. Favorito dall’assenza degli Stati Uniti in Sudest asiatico creata durante l’amministrazione Trump (che aveva disertato quel summit a Singapore). Quella che appariva un’ipotesi fantapolitica, la divisione della Birmania in sfere d’influenza tra Russia e Cina, comincia a divenire una possibile soluzione per una crisi che potrebbe portare a un’implosione del Myanmar, una guerra civile destinata a frammentarsi in conflitti tribali.

28 febbraio La “sindrome cinese” in Myanmar

Questa era una possibile chiosa che Massimo Morello aveva ipotizzato per Burma Blue. Si collega con uno degli argomenti della trasmissione di Radio Radicale documentata dal video che ci è stato gentilmente concesso e a cui avrebbe partecipato da Mae Sot un paio di settimane dopo questo spunto… 

Le manifestazioni birmane vengono assimilate a quelle in Thailandia e Hong Kong, alla Milk Tea Alliance che definisce il fronte d’opposizione alla dittatura in quei paesi, dove il tè è consumato col latte, a differenza della Cina. Difficile stabilire che cosa abbia innescato questa sindrome. Forse la straordinaria vittoria di Aung San Suu Kyi alle elezioni di novembre. Forse qualche suo errore nella gestione della vittoria. Forse la paura dei generali di perdere potere e veder crollare i loro affari. Quasi sicuramente ha contribuito la sua delegittimazione in Occidente per la questione rohingya. Ma la Cina appare scagionata. Come ha dichiarato il suo ambasciatore Chen Hai, ciò che sta accadendo è «qualcosa che la Cina non avrebbe assolutamente voluto vedere».

Negli ultimi cinque anni la leader della National League for Democracy era stata spesso ospite di Xi, siglando numerosi accordi finalizzati allo sviluppo del China-Myanmar Economic Corridor, vitale per la Belt Road Initiative. Il fatto che la Cina non abbia ispirato il golpe, tuttavia, non significa che sia disponibile a destabilizzare ulteriormente il paese.

I gradi di complessità del coinvolgimento degli attori…

Il 17 marzo Massimo Morello e Serena Console hanno affiancato Francesco Radicioni e Valeria Manieri nella trasmissione che Radio Radicale dedica alla situazione che era già molto critica in Myanmar. La riproponiamo sia perché è un altro tassello dell’analisi di Massimo e di altri suoi colleghi ed esperti, che è indispensabile al puzzle che va costruendo per trovare (e farsi) una ragione che illumini i futuri potenziali sviluppi, per poter individuare equilibri nel Myanmar e anche nel proprio personale approccio al concetto di Birmania, senza potersi avvalere di indovini per distinguere il bene dal male.

Cercando di collocare tutti gli attori in commedia: le milizie etniche – veri e propri eserciti di decine di arruolati ben armati. Le armi – come dimostrato dall’inchiesta di Atlante delle Guerre – provengono da Cina, Russia… ma anche dall’Italia; ma le milizie sono interessate al narcotraffico e a quello della giada e delle altre pietre preziose di cui è ricco il suolo birmano. I ragazzi che si oppongono alla dittatura sono disarmati e un po’ manipolati da chi li manda al macello? Il livello di complessità è alto e non si può semplificare senza rischiare di perdere il senso: ogni realtà va collocata sul terreno a tuttotondo, compresa Aung San Suu Kiy, che comunque ha chiuso accordi con la Cina, che probabilmente non ha nulla da guadagnare dal golpe.

Ma anche i percorsi di oleodotti e risorse nelle reti infrastrutturali della Bri; affacci sul Golfo e percorsi di merci, snodi stradali che entrano nel business sensibile a ogni minima scossa; informazioni, tecnologie, utili al controllo. E forse il sentimento anticinese già forte nella tradizione popolare birmana, viene rinfocolato da queste interferenze

Il golpe in Myanmar all’epoca del tribalismo

Massimo Morello corrisponde da Bangkok con il cuore a Mandalay, ed è convincente la sua analisi che sfocia nella teorizzazione del Tribalismo asiatico. Ovvero: la suddivisione del mondo secondo sfere di influenza vede il Sudest asiatico assegnato definitivamente alla Cina e questo contribuisce al Tribalismo come espressione nazionale (o, come nel caso birmano, dove si sta scivolando nelle comunità  dotate di eserciti propri contrapposti a Tatmadaw) di una consapevolezza identitaria che però si estende all’intera area in chiave antineocolonialista, elaborando una sorta di intolleranza passiva nei confronti dell’Occidente che viene escluso completamente dal proprio orizzonte, mentre il riferimento principale rimane la Cina, attenta soltanto ai propri interessi, che possono essere fatti con Aung San Suu Kiy o con i militari indifferentemente – il che alimenta la suddivisione tra tribù. Da sempre quest’area ragione in termini tribali (si pensi alle 130 diverse appartenenze birmane): i manifestanti della Milk&Tea alliance si suddividono in un’infinità di tribù più postmoderne, come i giovani cresciuti a videogame e muoiono come in un gioco; i vecchi reduci dei movimenti comunisti dell’area; frammentazioni anche nel campo militare tra giovani turchi e vecchi apparati orientati solo ai traffici… divisioni incatalogabili, anche perché riemerge la superstizione, la cabala sfuggente. Poco importa se verranno determinate sanzioni più o meno marcate, perché sbocchi di mercati per gli stati dell’area sono assicurati non solo dalla Cina di Xi, ma anche dalla Russia di Putin – ben felice che i cinesi debbano risolvere questa matassa. E anche l’Asean non ha preso una posizione tanto determinata contro Tatmadaw. E si torna al tribalismo degli eserciti che controllano il traffico di droga dell’intera area.
E nella vicina Thailandia, altrettanto militarizzata nel controllo governativo (una tendenza che si estende anche ai paesi occidentali) si assiste a una radicalizzazione del Movimento, dove gli scontri vedono protagonisti giovani molto più determinati che non disdegnano il confronto violento con le guardie. La Thailandia però vede un supporto di metà della società civile per il regime militarista e la tribalizzazione è una conseguenza della asiatizzazione e viaggia in contrasto con la globalizzazione. E questo vale per l’ossimorica affermazione della “democrazia fiorente nella disciplina” ritagliata su questi paesi congiunzione tra Golfo del Bengala e Mar cinese meridionale con credenze e forzature cabalistiche condivise a livello di tribù.

Ascolta “Il golpe in Myanmar all’epoca del Tribalismo” su Spreaker.

3 marzo. La crisi in Myanmar dà inizio all’epoca del tribalismo

L’hashtag che circolava tra i social birmani domenica 28 febbraio, conclusa con oltre 20 morti tra i manifestanti, era #WeNeedR2PInMyanmar. R2P si riferisce a Responsibility to Protect, principio adottato in seguito al genocidio del 1994 in Ruanda, secondo cui la comunità internazionale è autorizzata a intervenire in un paese qualora il governo non sia in grado di proteggere la popolazione da crimini di guerra o pulizia etnica.

«È finita l’epoca post coloniale» mi dice un uomo d’affari che osserva gli avvenimenti con timore e curiosità. Ipotesi interessante. Secondo la “teoria post coloniale” il colonialismo non era scomparso ma si manifestava in altre forme di dominazione. Oggi, stiamo per entrare nell’epoca della dominazione regionale cinese e della tribalizzazione. Complice la pandemia, le vecchie categorie della geopolitica si trasformano

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]]> Nazione di poeti, navigatori e… trafficanti d’armi https://ogzero.org/italia-nazione-di-trafficanti-darmi/ Sun, 21 Mar 2021 11:25:30 +0000 https://ogzero.org/?p=2638 L’attenzione per la repressione sanguinosa in Myanmar e gli addentellati con i traffici d’armi dell’industria italiana hanno smosso nei nostri ricordi alcuni collegamenti che si dipanano dal Sudest asiatico al Sahara occidentale, attraversando la storia dell’industria bellica italiana dal 1973, anno della Guerra del Kippur (e della sua conseguenza sull’approvvigionamento energetico mondiale), fino alle armi […]

L'articolo Nazione di poeti, navigatori e… trafficanti d’armi proviene da OGzero.

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L’attenzione per la repressione sanguinosa in Myanmar e gli addentellati con i traffici d’armi dell’industria italiana hanno smosso nei nostri ricordi alcuni collegamenti che si dipanano dal Sudest asiatico al Sahara occidentale, attraversando la storia dell’industria bellica italiana dal 1973, anno della Guerra del Kippur (e della sua conseguenza sull’approvvigionamento energetico mondiale), fino alle armi che fanno strage dei resistenti di Mandalay e un’inchiesta di Atlante delle Guerre e Opal ha dimostrato come abbiano aggirato l’embargo più che decennale nei confronti del Myanmar

La tradizionale presenza della industria bellica italiana nei teatri di guerra

Riprendiamo a proporre gli articoli che Eric Salerno scrisse per “Il Messaggero” seguendo le prime azioni del Polisario, quelle che prendevano di mira le truppe mauritane illuse di poter partecipare della spartizione delle spoglie del Sahara ex spagnolo. Bastò l’incipit del catenaccio, le raffiche sul palazzo presidenziale di Nouakchott e i mauritani lasciarono perdere: i colonizzatori avevano puntato sui marocchini per perpetuare lo sfruttamento delle risorse.

La lettura dell’ingerenza delle potenze coloniali è massicciamente presente nell’articolo di Eric, dove si respirano le tensioni positive che parlavano di panafricanismo – chiamato proprio a difesa delle sacrosante rivendicazioni saharawi, e gli stati africani rispondevano a tono, mentre ora sono in coda per accedere agli Abraham Accords – e di altre illusioni di un periodo esaltante, dove non era una bestemmia parlare del ruolo svolto dall’Italia nell’“aggressione condotta dall’imperialismo” contro la lotta di liberazione: era il 5 luglio 1977.

Polisario contro Mauritania

Primi attacchi del Polisario e scoperta dell’approvvigionamento di armi italiane all’esercito mauritano

 

Ma perché ci siamo affrettati ora a passare a un nuovo appuntamento con gli articoli di Eric Salerno pubblicati nel 1977 proprio in questo periodo concitato che cerca di capire come il mondo trascorre dall’epoca di Trump a quella di Biden? Semplice: perché in questi giorni alcune realtà complici della nostra testata hanno scoperchiato la vergogna di armi di fabbricazione italiana usate da Tatmadaw contro i manifestanti birmani che si ribellano al golpe in Myanmar. E in questo articolo in enjambement trovate un lungo pezzo, incastonato in centro al reportage che rilascia una scia di disgusto non ancora consumata: «La presenza dell’industria italiana sul mercato mondiale della armi ci vede oggi impegnati in un dibattito che tocca i punti fondamentali dello scontro di classe in Italia» [e oggi era il 1977, non è cambiato nulla se non in peggio].

Ma è soprattutto la combinazione dei due elementi compresenti nell’articolo (l’Flm, coinvolta a sostegno della lotta saharawi; e le armi costruite dalle maestranze italiane, probabilmente aderenti alla Federazione lavoratori metalmeccanici) che vanno a unirsi in un altro testo che ricordava quegli anni e va nel ricordo a comporli insieme: il redattore era un amico di Eric, uno di quelli che avevano fortemente voluto la nascita di un sindacato forte e internazionalista come poteva essere negli anni Settanta la Federazione di tutti i lavoratori metalmeccanici: Alberto Tridente si impegnò infatti anche a lungo per sostenere la lotta saharawi.

In particolare a corredo dell’articolo di Eric Salerno ci piace riproporre stralci da questo racconto autobiografico di Alberto Tridente, raccolto nel volume da lui redatto nel 2011, poco prima di arrendersi al cancro dopo 10 anni di resistenza alla malattia senza smettere di denunciare i trafficanti di morte e l’ipocrisia che li ha sempre coperti nella vulgata italiana: Dalla parte dei diritti (Torino, Rosenberg & Sellier, 2011, pp. 178 e sgg.).

Scommettere sulla guerra?

Nel dicembre del 1973 dalla Oto Melara di La Spezia, nota fabbrica di sistemi d’arma esportati in tutto il mondo, era partita una nave carica di cannoni Oto-Mat diretta al Cile di Pinochet. All’inizio del 1974 andai a La Spezia e mi confermarono il cinico invio di armi al governo assassino. Non potevo crederci. Ne parlai a lungo con i sindacalisti e seppi che il Pci stava organizzando una “Conferenza di produzione”.

Era l’iniziativa attraverso la quale il Pci (in quella critica fase di ripensamento della sua strategia del compromesso storico in seguito ai fatti cileni) andava da tempo realizzando nelle grandi fabbriche, cercando di accreditare la sua idoneità a governare il paese, presentandosi alle imprese come interlocutore fondamentale per lo sviluppo delle attività produttive. L’incremento occupazionale era lo scopo dichiarato della “Conferenza di produzione”.

Un passo indietro a questo punto. necessario. Negli anni torinesi avevo conosciuto Achille Croce, giovane animatore del Movimento non violento valsusino. Nel 1972 Croce era impegnato a convincere i lavoratori delle Officine di Moncenisio, fabbrica che riparava carri ferroviari, a non accettare la trasformazione dell’azienda in fabbrica di sistemi d’arma. L’incontro con Achille Croce era stato un altro di quelli che lasciavano il segno. Testimoniava la resistenza allo scandalo del cinico scambio: quello di produrre più armi in cambio di maggiori occupati. Nel sindacato avevamo affrontato da tempo i temi del “cosa e come produrre”, ma quello delle armi era ancora un argomento scabroso del quale non si parlava perché non facile da trattare. Non mi ero mai direttamente occupato, come tutto il sindacato del resto, dell’industria bellica, delle implicazioni che quelle produzioni comportavano dal punto di vista morale, né delle prospettive che maggiori commesse belliche significavano per l’occupazione. Achille aveva invece le idee chiare. Era membro del direttivo della Fim provinciale e nelle riunioni dell’organismo aveva qualche volta posto il problema della produzione bellica che il sindacato non poteva trascurare di affrontare. Allora non aveva trovato molto ascolto, sembrava che parlasse nel deserto, ma quelle sue appassionate parole non erano state dimenticate. All’assemblea della Oto Melara, all’inizio del 1974, mi trovavo di fronte a una straordinaria e lacerante sfida: come accettare, dopo tante manifestazioni e proteste contro il colpo di stato di Pinochet in Cile e la morte di Allende, che un’importante fabbrica italiana, a capitale pubblico e altamente sindacalizzata, provvedesse a rifornire di cannoni i golpisti?

Cannoni navali in lavorazione nella fabbrica dell’Oto Melara di La Spezia nel 1980

La situazione aveva del paradossale. L’invio di un carico di cannoni a Pinochet avveniva senza proteste o un minimo di obiezioni da parte del Consiglio di fabbrica e del sindacato provinciale della Flm di La Spezia. Al contrario si organizzava una “Conferenza di produzione”, il cui fine era maggiore produzione bellica per ulteriore occupazione, ovvero si scommetteva sulla guerra. Erano annunciate significative presenze: il Consiglio di fabbrica, la sezione interna del Pci alla Oto Melara, il sindaco di La Spezia, il presidente della provincia, insieme all’amministratore delegato, ingegner Stefanini. La scommessa sulla guerra era non solo implicita, ma andava oltre: ne auspicava cinicamente altre, magari più estese, al fine di ottenere incrementi produttivi e occupazionali. Non ricordo se il film Finché c’è guerra c’è speranza con Alberto Sordi nella parte del mercante di armi fosse apparso sugli schermi italiani prima o dopo la Conferenza della Oto Melara, fatto sta che decisi di parteciparvi a nome della Flm nazionale, per parlare ai lavoratori contro le ragioni che l’avevano proposta, rovesciando lo slogan che dà titolo al film di Sordi.

 

Nella segreteria nazionale Flm proposi che se ne discutesse a fondo, non senza contrasti da parte di coloro che, specie nella Fiom e nella Uilm, non percepivano ancora con chiarezza la contraddizione del produrre armi in cambio di occupazione, come se queste fossero prodotti come gli altri. Ottenni comunque il consenso a sostenere la tesi che non era nella linea della Flm affidare la garanzia della maggiore occupazione alla speranza di maggiori conflitti nel mondo. Con questa convinta posizione andai a La Spezia. Una foto del mio intervento testimonia questa mia prima personale e diretta esperienza in un’assemblea di lavoratori che auspicava maggiori produzioni belliche. La mia “conversione sulla via delle Officine Moncenisio di Condove”, in bassa Valle di Susa, e la memoria dell’incontro con Achille Croce mi aiutarono ad affrontare un cammino che si annunciava tutto in salita.

Il refettorio della Oto Melara dove si teneva l’assemblea era strapieno di operai e impiegati. Parlarono i provinciali della Flm, il Consiglio di fabbrica, l’amministratore della Oto Melara, ingegner Stefanini, e poi toccò a me concludere.

Sparai – . proprio il caso di dirlo, data la fabbrica – tutte le mie cartucce contro l’illusione della “scommessa sulle guerre”. Dissi che era inaccettabile: «Manifestare il sabato contro i colpi di stato fascisti e, poi, dal lunedì al venerdì, lavorare e rifornire di armi coloro che le avrebbero usate per reprimere nel sangue la democrazia! Le guerre sarebbero, prima o poi, finite e la crisi del settore bellico avrebbe sgonfiato tutte le illusioni delle conferenze produttive di quel tipo… Sarebbe stato più saggio, oltre che morale, pensare per tempo a produzioni alternative, per non trovarsi sprovvisti di altre opportunità di produzione e lavoro, strangolati dalla mancanza di alternative a quella bellica, e che appariva rischioso affidare ai conflitti nel mondo le speranze produttive e occupazionali».

Era stata una provocatoria, temeraria e frontale accusa a tutti i presenti che avevano organizzato e creduto in quella iniziativa, che privilegiava apertamente una scelta cinica, contraddittoria e immorale che inavvertitamente corrompeva le coscienze dei lavoratori e tradiva coerenti scelte politiche. E aggiungevo: «Seppure l’intento di avere più occupati in futuro potrà apparire un obiettivo nobile, questo non dovrà avvenire auspicando il passaggio dalla guerra fredda a quella calda, in ogni parte del pianeta!» Silenzio e sconcerto accompagnarono le mie conclusioni. Le tesi da me esposte rovesciavano la “torta appena confezionata”. Gelido il commento dell’ingegner Stefanini, così come dei dirigenti sindacali e di partito presenti. Al termine della Conferenza,

il solo ad avvicinarsi e a parlarmi fu un delegato della Fiom, Claudio Rissicini, che mi disse: «Belìn, cosa volevi, che ti applaudissero? Lo avrebbero fatto volentieri, ma con le mani sulla tua faccia! Lo sai che parlare in questa fabbrica di conversione al civile ha significato nel dopoguerra solo disoccupazione?». Claudio, negli anni che seguirono, divenne un caro, fraterno amico e compagno di importanti iniziative nel settore della cooperazione. Fu uno dei primi a partire per anni di missione in Mozambico, nel quadro dei programmi di cooperazione che per conto della Flm firmai con quel paese, quando si liberò dal colonialismo portoghese.

Cresce il fatturato bellico italiano.

Nella mia attività mi stavo dedicando anima e corpo a queste idee centrali, complicate e difficili, che avevano saturato anche il mio poco tempo libero: convincere i lavoratori del settore sulla validità della distinzione storica fra interessi dei lavoratori e quelli delle lobby dell’industria bellica, persuaderli a non produrre armi e in ogni caso a non venderle ai regimi dittatoriali e razzisti; elaborare un coerente intervento del sindacato sui temi della pace e della solidarietà e, nello stesso tempo, proteggere l’occupazione in quelle stesse fabbriche. In quel momento la produzione bellica e il suo commercio crescevano a ritmi impressionanti in Italia e all’estero. Erano perciò un ostacolo in più, ai numerosi che già si ergevano sul cammino del disarmo e della pace.

Questo lavoro si raccordava inoltre con l’attività del Tribunale Russell, che affrontava spesso la vergogna delle esportazioni di armi in quei paesi considerati criminali dall’attività del Tribunale. Il volume produttivo e commerciale collocava il nostro paese al primo posto nel gruppo dei minori esportatori di sistemi d’arma. Il fatturato totale esportato dal nostro paese aveva ormai raggiunto e oltrepassato i 5000 miliardi di lire a metà degli anni Settanta: un record mai raggiunto dall’industria bellica italiana. L’aumento della produzione e l’affermazione dei prodotti sui mercati internazionali avevano fatto dire al ministro del commercio estero di allora, il socialista Enrico Manca, che la vendita di undici navi militari (quattro fregate e sei corvette, più una nave appoggio) all’Iraq di Saddam Hussein era un fatto inedito e veramente straordinario. Per quantità e qualità del naviglio venduto lo si poteva definire “l’affare del secolo”. Prima dell’attacco al Kuwait, oltre all’Italia, vendevano armi a Saddam soprattutto i francesi. Fornivano cacciabombardieri Mirage e Super Standard e i relativi missili che li equipaggiavano. Da parte loro i sovietici vendevano carri armati e blindati, i brasiliani blindati e autocarri. Generoso l’aiuto finanziario statunitense all’Iraq, affinché potesse comprarne di più e su tutti i mercati. Saddam era un “buon cliente e amico”, si preparava ad attaccare il “cattivo dell’area”, l’Iran di Khomeyni, e fin lì tutto andava bene, per gli americani, per l’Occidente e per “madama la marchesa”!

Italia nazione di trafficanti

Elicottero AW109M costruito da AgustaWestland partecipata di Leonardo, azienda controllata dallo stato italiano

A Firenze nacque un gruppo che si proponeva di studiare a fondo il tema e che tuttora [2012, N.d.R.] continua a pubblicare ricerche sull’argomento. Era cresciuto nel frattempo il numero dei lavoratori e dei Consigli di fabbrica che collaboravano. Il lavoro sull’industria bellica aveva già prodotto i primi obiettori di coscienza nelle fabbriche dove lavoravano: tra questi, Elio Pagani, operaio dell’Aermacchi, e Marco Tamburini dell’Agusta elicotteri. Ero fermamente convinto che il difficile lavoro per la riconversione richiedeva anche momenti fortemente emozionali per farsi ascoltare da assemblee talvolta scettiche, se non ostili o nettamente contrarie alla sola idea di rischiare il posto di lavoro per quelle che erano ritenute utopie. La produzione e la vendita di sistemi d’arma creava infatti occupazione e apparivano stolti coloro che opponevano scrupoli morali allo sviluppo di un settore che migliorava la bilancia commerciale. All’assemblea della Aermacchi, la prima in una fabbrica italiana di aerei da guerra e addestratori che commerciavano con il Sudafrica razzista, mi aveva accompagnato Antonio Mongalo, l’africano di etnia Zulu, rappresentante in Italia dell’Africa National Congress del carismatico leader Nelson Mandela, allora ancora in carcere. L’impatto fu emotivamente fortissimo. Alle obiezioni di alcuni operai e capetti, che giustificavano in nome del lavoro la liceità del commercio con quel regime, Antonio parlò con passione della sua gente: «Segregata, sfruttata come schiavi nelle miniere, relegata nei tuguri malsani delle disperate periferie delle città da un regime spietato, lì, nella loro stessa terra, usurpata con la forza da coloni bianchi. Non cittadini, senza i più elementari diritti in quella che era stata da sempre la loro patria».

Imposto un embargo si trova l’inghippo

L’aggiramento dei divieti era da tempo collaudato; nel caso del Sudafrica l’embargo veniva aggirato attraverso il cosiddetto commercio triangolare: le imprese vendevano a un paese autorizzato a riceverle e questo le girava al paese sotto embargo e il gioco era fatto. Pajetta era furibondo. Mi accusava di aver attaccato l’iniziativa della conferenza e mi sfidava a provare quanto affermavo. L’irritazione era fondata: a Livorno il Pci era forte, specie fra i portuali. Anche Granelli mi domandò, più educatamente, se quanto denunciavo nell’intervista al “Corriere della Sera” era accaduto per davvero.

L’intervento dei mozambicani nel dibattito mi aiutò, confermando quanto detto da me nell’intervista. Essi affermarono: «In effetti questo accadeva ed era accaduto spesso nel passato», aggiungendo che erano talvolta sconcertati perché non capivano come l’Italia, da sempre impegnata nella solidarietà, vendesse armi a paesi che le usavano contro di loro. La soddisfazione per me fu enorme. Granelli in seguito si scusò: aveva accertato che la mia denuncia era fondata.

Il prodotto venduto che più ci copriva di vergogna nel mondo erano le mine antiuomo della Valsella e della Valmara. Erano armi povere per vittime povere. Infinito il numero di bimbi e di contadini mutilati alla fine di ogni conflitto: vittime di esplosioni subdole, perché “ritardate” nella loro criminale efficacia. Finalizzate per uccidere, come tutte le altre armi, erano state progettate (e lasciate nel terreno) per terrorizzare e mutilare le potenziali vittime, soprattutto quelle innocenti di tutti i dopoguerra. Il divieto alla loro esportazione era stato, finalmente, un modesto successo, che confermava e incoraggiava a proseguire nel lavoro. Molte produzioni erano e sono tuttora “dualistiche”, basate su tecnologie che permettono di realizzare prodotti sia civili che militari, offrendo così merci alternative. Consorzi di imprese inter-armi erano e sono stati promossi per integrarne le produzioni e facilitarne la penetrazione nei mercati. Il modello del Consorzio Melara, prodotto “chiavi in mano”. ormai diffuso con successo.

 

E con le mine antiuomo torniamo al Saharawi, che fa da perno a questa triangolazione virtuosa tra inchiesta di Opal, Atlante delle guerre, Rete Pace Disarmo sfociata in una serie di articoli di Emanuele Giordana e Alessandro De Pascale sulla presenza di armi di fabbricazione italiana nel Myanmar dei golpisti; lavoro di una vita antimilitarista di Alberto Tridente, narrata nel suo libro-testamento, infarcito di figure mitiche dell’indignazione del profitto derivante dalle guerre; la testimonianza di Eric Salerno collocata nel Sahara occidentale e risalente al 1977 delle prime imprese del Frente Polisario, che vide tra gli ambasciatori di giustizia proprio Alberto Tridente, attivo nel denunciare la presenza delle micidiali mine nel deserto abitato dagli esuli Saharawi. Non con sole armi l’Italia esporta guerre, ma anche con scuole di polizia per l’addestramento di  apparati speciali, assimilabile alla famigerata Escuela de Las Americas, per questo aspetto è interessante seguire il lavoro di Antonio Mazzeo

 

 

 

 

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Rohingya: il genocidio silenzioso di una comunità musulmana nella sua città https://ogzero.org/rohingya-il-genocidio-silenzioso-di-una-comunita-musulmana-nella-sua-citta/ Tue, 08 Dec 2020 18:49:27 +0000 http://ogzero.org/?p=1991 Questo reportage è il frutto di un viaggio a Sittwe, capitale del Rakhine, nel luglio 2020. È stato pubblicato nell’ottobre 2020 sul n. 44 de “Il Reportage”, trimestrale diretto da Riccardo De Gennaro. Qui se ne riporta la versione integrale dell’Autore. Il duplice volto di Sittwe Sittwe (Stato del Rakhine). Quanto tempo ci vuole per […]

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Questo reportage è il frutto di un viaggio a Sittwe, capitale del Rakhine, nel luglio 2020. È stato pubblicato nell’ottobre 2020 sul n. 44 de “Il Reportage”, trimestrale diretto da Riccardo De Gennaro. Qui se ne riporta la versione integrale dell’Autore.

Il duplice volto di Sittwe

Sittwe (Stato del Rakhine). Quanto tempo ci vuole per dimenticare il dolore? E quanto ce ne vuole perché il dolore diventi abitudine, sistema di vita, quotidianità? Un musulmano di Sittwe lo sa anche se in questa città settentrionale del Myanmar le apparenze possono ingannare. La capitale del Rakhine, lo stato birmano da cui tra il 2012 e il 2017 almeno 850.000 musulmani rohingya sono stati obbligati a fuggire da una sistematica persecuzione, sembra una città tranquilla e invitante. Il lungomare porta a un belvedere affacciato da una parte sul Golfo del Bengala e dall’altra sul delta di un grande fiume limaccioso che confonde le sue acque con quelle del Mar delle Andamane. Lungo la passeggiata, coppiette mano nelle mano, bambini festosi e giovani che si allenano. Qualche surfista occidentale e giovani allegri che nuotano su pneumatici gonfiati come enormi salvagenti. Sulla spiaggia decine di baracchette con birra, gamberi arrostiti, piacevolezze da weekend e sorrisi. Sullo sfondo, pagode ristrutturate con lamine dorate.

Tempi dorati Rakhine

Il capo sul mar delle Andamane. Foto di Svetva Portecali

La città vecchia non dimentica

Nel cuore della città vecchia però si respira tutt’altra aria. Se l’occhio va oltre l’alto muro di cinta che circonda la grande moschea di Sittwe, l’antica costruzione ottocentesca – un piccolo gioiello dell’arte islamica con suggestioni mogul – è ora un ammasso di rovine. La struttura esterna ha resistito ma dentro tutto è devastato. Le piante si arrampicano rapide lungo i muri sbrecciati, corrosi dall’umidità e dall’incuria. E se dimenticare è difficile, alla natura bastano otto anni per cominciare a ripigliarsi ciò che era suo. Succede lo stesso per altri luoghi di culto islamici della città ed è accaduto anche a monasteri e templi buddisti, seppur in maniera minore. Non lontano dalla moschea si apre il ghetto islamico. Non ci si può entrare e non ci si può uscire. Quanti sono? Una stima dice 4000. Quanti erano? Forse 80.000. Come sopravvivono? È un altro mistero di una città divisa da una guerra per bande scoppiata nel 2012 che, nel giro di qualche mese, ha chiuso un bilancio per il solo Rakhine – dice un rapporto del 2013 di Pysichians for Human Rights – di almeno 280 morti, circa 135.000 sfollati e la distruzione di oltre 10.000 abitazioni, decine di moschee, madrase e monasteri.

Antica moschea abbandonata a Sittwe

La grande moschea devastata e chiusa. Foto di Svetva Portecali

La scintilla che scatena i pogrom

Se buddisti, cristiani e musulmani rohingya (una comunità di lingua bengalo-assamese ed etnicamente indo-ariana che vive qui da secoli) convivevano più o meno pacificamente, al netto di qualche ricorrente dissidio, nel 2012 uno stupro mortale di cui sono accusati tre musulmani scatena il caos. Un autobus viene assalito e vengono giustiziati dieci rohingya. Parte la caccia all’uomo dalle due parti ma con due grossi svantaggi per la comunità islamica: sono minoranza in un paese devoto a Budda il compassionevole e l’esercito chiude un occhio. Un occhio lo chiudono anche le autorità religiose buddiste che solo in seguito prenderanno le distanze dal movimento “969” del monaco oltranzista Ashin Wirathu, i cui infiammati sermoni istigano all’odio e alla violenza etnico-religiosa. Una violenza che si espande in decine di siti in tutto il paese – Meiktila, Yamethin, Mandalay – ma che ha il suo fulcro nel Rakhine, a Sittwe, dove i musulmani vengono “evacuati” nei campi sfollati fuori dalla capitale.
Il pogrom antimusulmano si ripete cinque anni dopo, nel 2017, quando un gruppo islamico (Arakan Rohingya Salvation Army – Arsa) attacca alcuni siti delle forze di sicurezza birmane nel Rakhine. È la loro risposta al 2012, ma per l’esercito birmano – conosciuto come Tatmadaw – è l’occasione per far piazza pulita. Nel giro di un mese quasi 700.000 rohingya scappano in Bangladesh a ingrossare le fila nei campi profughi oltre confine. Presto se ne aggiungono altri. Il Myanmar non è più casa loro: per Naypyidaw sono bengalesi immigrati, quindi clandestini, senza diritto a un documento. La parola rohingya è bandita dal vocabolario in quella che diventa la prima grande operazione di pulizia etnica del XXI secolo che si consuma, dopo 50 anni di governo militare, all’ombra del primo esecutivo civile con a capo un premio Nobel, la signora Aung San Suu Kyi. Poi, tra la fine 2018 e l’inizio del 2019, per Tatmadaw appare un’altra sfida: l’Arakan Army, autonomisti arakanesi per lo più buddisti e armati. Sono nati nel 2009 e sono attivi dal 2015 ma questa volta fanno sul serio. Non sono gli straccioni armati di machete e moschetto dell’Arsa. Una nuova guerra si riaccende tra le pianure del Rakhine e le montagne dello stato Chin, dove l’AA mantiene le sue basi operative.

Sfollati e vulnerabili

A fine 2019 il più recente aggiornamento dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha) diceva che circa la metà della popolazione sfollata in Myanmar a causa del conflitto vive nello stato del Rakhine: circa 241.000 sfollati – il 77% sono donne e bambini – vivono in campi o in situazioni simili a campi negli stati Kachin, Kayin, Shan e Rakhine. Ciò include – sempre secondo Ocha – circa 92.000 persone nel Kachin, 15.000 nello Shan, 5600 nel Kayin e quasi 130.000 persone nel Rakhine, in gran parte sfollate a causa delle violenze del 2012. Numeri che crescono e che il sito dell’Unhcr stimava nel 2019 a oltre 700.000 persone (prese in carico a diverso titolo, tra cui 600.000 rohingya). La condizione in cui vivono gli sfollati nei campi è di estrema vulnerabilità: persistenza dei conflitti armati, apolidia, restrizioni di movimento, malnutrizione, malattie. Le agenzie umanitarie fanno quel che possono ma «l’accesso ai campi sfollati viene impedito dall’esercito a qualunque straniero. Possiamo arrivarci – dice il funzionario di un’organizzazione internazionale che chiede l’anonimato – solo con personale locale». C’è una diffusa reticenza a parlare coi reporter da parte delle varie strutture internazionali – dalle Nazioni Unite alle Ong – presenti a Sittwe. Probabilmente è dovuta anche al fatto che nel 2014 ci fu una vera e propria sollevazione contro gli internazionali ritenuti pro-rohingya e a un episodio dell’aprile di quest’anno, quando è stato ucciso nel Rakhine un autista dell’Oms. Nessuno se la sente di parlare con un giornalista, nemmeno off the record. «Argomento troppo sensibile», è la vaga risposta quando una risposta viene data.

Una casa musulmana abbandonata. Foto di Svetva Portecali

Accesso vietato

A Yangon un funzionario Onu accetta di parlare ma anonimamente: «La situazione si è molto complicata dal 2019: in termini di flussi, stiamo parlando di 70 nuovi siti – difficile, dice, chiamarli “campi” – con 45.000 sfollati che nei primi sei mesi del 2020 sono raddoppiati: 150 siti con un totale di 90.000 sfollati. In queste aree del Rakhine il nostro lavoro è ostacolato da una burocrazia di permessi che comincia col governo ma finisce con i militari. E il Western Comand, che controlla l’area, ha sempre l’ultima parola. Per il personale non birmano l’accesso è praticamente impossibile e anche per i locali non è facile: ci sono cinque livelli da superare per avere un permesso nelle aree off limits salvo che il primo check point non ti rispedisca a casa. L’accesso è migliore nelle aree urbane ma in quelle rurali – nelle zone di Paletwa, Rathedaung e Buthidaung – non c’è niente da fare. Il mantra è “sicurezza” cui si sono aggiunte – conclude – le restrizioni del Covid». È abbastanza chiaro che non è molto piacevole dover ammettere di non aver quasi nessuna capacità di controllo sull’emergenza umanitaria degli sfollati che richiede comunque una spesa di circa 150 milioni di dollari l’anno. È possibile solo un monitoraggio a distanza che lascia libero Tatmadaw di controllare la situazione e la segregazione. Va aggiunto poi che, al di fuori di Sittwe, la regione è da oltre un anno isolata da Internet. Impossibile dunque persino comunicare, figurarsi controllare.

Impossibile comunicare: isolamento e mancanza di controllo

Anche ottenere i dati è complesso e i siti internet, cui le organizzazioni rimandano, non sono di grande aiuto. Quel che è certo e che la statistica non è di casa nel Rakhine. E difficile sapere con certezza le variazioni demografiche di Sittwe, l’unico posto che uno straniero possa raggiungere. In aereo. La città è sigillata e non si può uscire perché attorno si spara e «a volte in città scoppia qualche bomba», confida una fonte locale. L’Arakan Army è più vicino di quanto non si pensi e nel primo quadrimestre del 2020 ha messo a bilancio oltre 80 azioni armate al mese. A inizio agosto ci sono stati scontri con vittime tra Tatmadaw e l’AA nelle città di Rathedaung e Buthidaung, a Nord di Sittwe e, a fine luglio, due raid aerei dell’esercito birmano hanno bombardato l’area tra Kyauktaw e Mrauk U – a circa 150 chilometri Est da Sittwe per rispondere a un attacco dell’AA. Il giorno dopo, vediamo una colonna di camion trasporto truppe attraversare la capitale. Una cinquantina di soldati per camion usciti da una delle tante caserme di Sittwe. Molti residenti, si dice, avrebbero abbandonato l’area: la zona dista una sessantina di chilometri in linea d’aria dal territorio di Paletwa, nel Chin, dove, con la popolazione civile, sono intrappolati dai continui scontri armati anche alcuni sacerdoti cattolici. È l’altro fronte della guerra nei due “stati caldi” dove il processo di pace tra Naypyidaw e gli eserciti armati degli stati periferici birmani (l’ultimo vertice si e tenuto in agosto) non funziona. Con le fazioni che hanno firmato l’accordo di cessate il fuoco c’è tutt’al più qualche scaramuccia. Nel Chin e nel Rakhine si combatte. Quotidianamente.
Una fonte locale confida che «la guerra è purtroppo una realtà quotidiana anche nelle aree di Myay Bon e di Min Bya», sempre a Est di Sittwe, dove «si combatte tutti i giorni». A Nord della capitale è forse ancora peggio: a giugno «la situazione della sicurezza nelle aree settentrionali dello stato Rakhine rimane instabile, con continui combattimenti e una maggiore presenza di forze di sicurezza nel distretto di Rathedaung – scrive un rapporto congiunto Ocha-Unhcr – tuttavia i numeri sono difficili da verificare a causa della fluidità della crisi» ma quasi 3000 persone avrebbero lasciato la zone degli scontri. «È stata fornita assistenza agli sfollati, ma l’accesso per valutare e rispondere ai bisogni rimane una sfida, in particolare nelle zone rurali… aggravata dal Covid-19». Se il controllo sugli aiuti è difficile, quello sulle attività di Tatmadaw lo è ancora di più: «Molto semplice: bruciano tutto, passano coi bulldozer e dopo qualche settimana la foresta ricopre tutto», sostiene un’altra fonte a Yangon. Lo confermano le riprese satellitari che Amnesty o Human Right Watch fanno ciclicamente per monitorare, dal 2017, cosa succede da queste parti dove è facile sparire senza che se ne sappia più nulla.

Ambala: un lager a cielo aperto

All’ingresso di Aung Mingalar o “Ambala”, com’è conosciuto il quartiere musulmano di Sittwe, i gabbiotti azzurri della polizia presidiano mucchi di spazzatura e impediscono che ci si avvicini a un’area in cui non è permesso entrare e da cui non è permesso uscire. Un lager a cielo aperto col titolo di quartiere «in cui vivono circa 4000 persone», secondo Nay San Lwin, cofondatore della Free Rohingya Coalition: «Solo poche persone – dice – possono uscire dal quartiere per fare spesa ogni due settimane. Sorvegliati dalla polizia». Molte case musulmane sono semplicemente abbandonate, altre sono diventate caserme o aree di rispetto interdette. In una settimana a Sittwe incontriamo non più di tre quattro donne con l’hijab e quando ci imbattiamo in un gruppetto di ragazzi dai tratti somatici indiani, specificano subito di essere “indostani”, vale a dire non rohingya. Secondo le statistiche ufficiali del 2016, rielaborazione dei dati del censimento del 2014, nel Rakhine il 96,2% degli abitanti è buddista (il dato nazionale è 87,9%) mentre i musulmani sarebbero solo l’1,4% contro il 4,3% nazionale. Ma nel Nord Rakhine la percentuale cambia: 60% di buddisti contro 30% di musulmani (70% a 29 o 67% a 24 secondo altre fonti) anche se ormai la bilancia etnico-religiosa è cambiata. Con la fuga di quasi un milione di rohingya negli ultimi anni, i pochi che restano sono i prigionieri di Sittwe e dei campi sfollati.

Sittwe

Fuori dal mercato di Sittwe. Foto di Svetva Portecali

Il distretto di Sittwe conta oltre un milione di abitanti e per Sittwe città la stima è attualmente di oltre 150.000 di cui circa il 70% vive nell’area urbana. Quanti musulmani sono andati via dalla città e quanti ne sono rimasti, se gli sfollati a giugno 2017 erano – scrive il Sittwe Camp Profiling Report* – ancora quasi 100.000 distribuiti in 15 campi nell’area rurale di Sittwe e altri 20.000 dispersi in un’altra ventina di campi nel Nord Rakhine? La fotografia del 2017 non dice quanti di loro abbiano raggiunto, prima o dopo il 2017, l’ondata di profughi rohingya riversatasi in Bangladesh o abbiano scelto la via del mare verso Thailandia o Malaysia. Quel che si sa con certezza è che la piccola minoranza dei Kaman – una popolazione musulmana del Rakhine che è però riconosciuta tra le 135 nazionalità ufficiali (da cui i rohingya sono esclusi) – sarebbe sfollata a Yangon. Un provvedimento cui nel 2018 si oppone un ex ministro vicino ai militari, sostenendo che così si «esporta il cancro» nella parte sana del paese. Quanto ai musulmani nei campi attorno a Sittwe, nel 2017 l’84% proveniva dalla città che ne doveva dunque ospitare, prima del pogrom, almeno 80.000. Se contare i musulmani prigionieri a Sittwe è un’operazione incerta, qualche dato comunque illumina: per esempio il numero di trattamenti all’ospedale generale della città nel periodo settembre-dicembre 2019 che ha a bilancio 26.046 interventi per “razze nazionali” contro 814 per “musulmani”. Con una divisione razziale dei pazienti che, da sola, messa nero su bianco, mette i brividi.

Un conflitto senza soluzione?

Il Myanmar – ha scritto International Crisis Group nel suo ultimo rapporto sul Rakhine (giugno 2020) – «ha anche sviluppato una strategia legale per difendersi dalle accuse di genocidio (per il dossier rohingya [N.d.A.]) alla Corte internazionale di giustizia. Ma sembra non avere una più ampia strategia per risolvere la crisi di fondo… dovrà riconoscere che il conflitto con l’AA e la crisi dei rohingya sono collegati, ed entrambi devono essere affrontati per stabilizzare il Rakhine e migliorare significativamente le sue prospettive di sviluppo. Senza fine al conflitto con l’AA, il rimpatrio volontario dei rohingya (dal Bangladesh [N.d.A.]) è inconcepibile. Inoltre, qualsiasi progresso sostenibile nel miglioramento della vita dei rohingya richiede una consultazione con la popolazione del Rakhine per ottenere il suo via libera. Eppure nel contesto attuale, tutto ciò sembra quasi inconcepibile, dato che l’impegno a livello politico tra il governo e il popolo del Rakhine – conclude Ics – è del tutto assente».

Rohingya: il genocidio silenzioso

A Sittwe, mentre sul lungomare si gustano calamari e gamberoni, si consuma in sostanza un genocidio silenzioso dove i killer nei lager a cielo aperto sono anonimi: fame, malattie, depressione, prigionia. E tempo. Lo sterminio attraverso un lento stillicidio di quel che rimane di una comunità.

* Dati raccolti con questionario da CCCM, Danish Refugee Council, Unhcr. Il Rapporto (155 pagine più annessi) utilizza una sola volta il termine “rohingya” a testimoniare quanto l’argomento resti “sensibile”: «For the purposes of this paper, the term Muslims is used to refer to the population the Government refers to as “Bengali” and who refer to themselves as “Rohingya”. The labelling of this group in Rakhine State is a contentious issue and continues to fuel misunderstanding».

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“L’occhio del Buddha” e la Realpolitik di Aung San Suu Kyi https://ogzero.org/myanmar-la-realpolitik-della-signora-e-locchio-del-buddha/ Wed, 02 Dec 2020 20:05:02 +0000 http://ogzero.org/?p=1916 «La spiegazione è semplice: la gente non dimentica» dice un vecchio amico che vive in Birmania da più di vent’anni, un uomo per tutte le stagioni. «La gente sta meglio e ha paura di perdere quel poco che ha guadagnato». La memoria di un passato prossimo vissuto nella paura e la percezione del cambiamento spiegherebbero […]

L'articolo “L’occhio del Buddha” e la Realpolitik di Aung San Suu Kyi proviene da OGzero.

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«La spiegazione è semplice: la gente non dimentica» dice un vecchio amico che vive in Birmania da più di vent’anni, un uomo per tutte le stagioni. «La gente sta meglio e ha paura di perdere quel poco che ha guadagnato». La memoria di un passato prossimo vissuto nella paura e la percezione del cambiamento spiegherebbero il successo di Aung San Suu Kyi e della sua National League alle elezioni dell’8 novembre.

Una vittoria schiacciante per la Nld

I risultati vanno oltre il “landslide”, la valanga di voti, ottenuta nel 2015. La Nld ha conquistato l’83,2% dei voti di 37 milioni di votanti, aggiudicandosi 396 seggi su 476 nelle due Hluttaw (le camere). L’Usdp, lo Union Solidarity and Development Party, avatar civile di Tatmadaw, le forze armate, ha ottenuto solo il 6,9% dei voti: una “umiliante disfatta”, è la ricorrente definizione, che rischia di essere pagata a carissimo prezzo dai suoi leader. I militari conservano il 25% dei seggi in parlamento, come previsto dalla costituzione creata su misura nel 2008 che assicura loro l’effettivo mantenimento del potere, ma grazie a questo risultato la Nld può formare il nuovo governo e “nominare” il prossimo presidente.

«Un risultato comunque inatteso che dimostra che il popolo la ama e la segue. Rispetto alle precedenti elezioni, queste le conferiscono un vero mandato per il cambiamento. E sono la prova di discontinuità con il passato», commenta un diplomatico, uno di quelli che hanno cercato di far comprendere quanto la realtà locale fosse lontana dall’opinione pubblica occidentale.

«Secondo me ha vinto perché l’hanno vista all’Aja. Lei non ha difeso i militari, ha difeso la nazione» spiega un missionario che percorre le vie meno battute della Birmania, riferendosi all’intervento di Aung San Suu Kyi alla Corte Internazionale dell’Aia per opporsi alle accuse di genocidio nei confronti dei rohingya, l’ormai tragicamente famosa etnia musulmana. «Se la prima volta era entusiasmo, questa volta la vittoria è pensata. Lei rappresenta l’unità. E sono stati proprio i rohingya che hanno unito la nazione».

Burma: “hermit kingdom”

Bisogna ancora affidarsi a “voci” di personaggi che per lunga abitudine preferiscono restare anonimi, per sapere che cosa accade “inside Burma”, all’interno della Birmania, come si diceva sino a dieci anni fa. Allora il paese era un “hermit kingdom”, una nazione, come la Corea del Nord (che ne era uno dei maggiori sostenitori) autoisolata, metaforicamente e fisicamente, dal resto del mondo per proteggere un ordine autocratico. Allora la stessa denominazione del paese, Birmania versus Myanmar, era segno di una presa di posizione, dissidente nel primo caso, ufficiale o “collaborazionista” nel secondo. Allora le voci che arrivavano a noi erano messaggi trasmessi da dissidenti, reporter più o meno in incognito, informatori. E per trasmetterli era necessario un programma per bypassare i blocchi del governo.

Oggi il Myanmar (ormai il termine è divenuto politicamente accettabile, intercambiabile con Birmania) è nuovamente chiuso. Ma ora è per proteggersi da una pandemia che qui potrebbe avere conseguenze inimmaginabili. Se il Myanmar è sfuggito alla prima ondata, con 800 contagi alla fine di agosto, la seconda si è rivelata brutale, con oltre 85.000 casi e 1800 morti a fine novembre. Le notizie, tuttavia, continuano ad arrivare: via mail, consultando siti locali, tramite telefonate, Messenger, WhatsApp, Facebook. In alcuni casi le “voci” si confondono, sovrappongono, appaiono fake, raccontano oscuri complotti, citano altre voci o esprimono analisi geopolitiche.

Le Covid-elections

Tutte quelle voci, nel mattino italiano dell’8 novembre, quando le urne stavano per chiudersi in Birmania, parlavano di lunghissime code ai seggi aperti alle 6 locali, di «banchetti di cibo allestiti dai militari di fronte ai seggi, ma che la gente non mangiava», oppure dell’organizzazione dei seggi «dove erano fornite gratis mascherine N-95 e gel igienizzanti».

Le “Covid elections”, come definite da molti osservatori, hanno “dominato la psiche locale” per oltre un mese, dal giorno in cui Suu Kyi ha affermato che le elezioni «erano più importanti del Covid». Secondo i suoi oppositori, lo ha fatto per sfruttare la visibilità ottenuta con la gestione dell’emergenza. Ma è più probabile che l’abbia fatto perché i militari chiedevano un rinvio, in seguito a cui avrebbero potuto dichiarare lo stato d’emergenza – previsto dalla costituzione del 2008 – quindi sciogliere il parlamento e reclamare il potere in nome della salvezza nazionale.

In questa situazione le elezioni di domenica 8 novembre, si possono rivelare le più critiche e decisive per il futuro del paese proprio perché Aung San Suu Kyi ha ormai maturato quella Realpolitik che invece le ha fatto perdere il consenso dell’Occidente.

Un modello di normalizzazione

È una storia che comincia con le elezioni del 1990, le prime dopo quasi trent’anni di dittatura. Anche allora vinse la Nld, ma furono annullate dai militari anche per una forma d’ingenuità da parte di Aung San Suu Kyi e del suo partito, che aveva proposto un processo contro gli stessi generali. Da allora nemmeno il Nobel per la pace conferitole nel 1991 riuscì a proteggerla dagli arresti e dagli attentati.

«La Signora ha vissuto all’estero sino al 1988. Non conosceva il suo paese, non aveva esperienza politica» dice una delle “voci” che commentano le elezioni da Yangon. «Adesso sembra accettare il compromesso. Si metterà d’accordo con i giovani militari perché anche i militari non sono quelli di un tempo. Vogliono essere considerati un esercito di professionisti».

Con più sottigliezza politica (frutto di una lunga militanza nella sinistra democratica) è la stessa opinione della senatrice Albertina Soliani, Presidente dell’Associazione Amicizia Italia-Birmania e amica personale di Aung San Suu Kyi. «C’è bisogno di normalizzazione. Anche lei pensa a una nuova generazione di militari. Che si distacchino dalla politica in cambio di una legittimazione».

La storia si evolve con le prime elezioni semilibere del 2010, quando la Birmania sembra avviarsi sulla “road map” verso la democrazia. Anzi: “una democrazia fiorente nella disciplina”, come in molti paesi asiatici. Allora la National League di Aung San Suu Kyi, ancora icona di democrazia, rifiutò di partecipare. Nel 2015, invece, le elezioni furono vinte dalla Nld in un vero e proprio plebiscito. Il Myanmar apparve come una sorta di “modello” per tutto il Sud-est asiatico: un compromesso storico tra un partito democratico e popolare, i militari e le rappresentanze della miriade di etnie che si contendono larghe aree del paese.

L’Affair Rohingya

La crisi di questo modello è stata innescata proprio dal problema etnico, sommato alla questione rohingya. La crisi è stata esacerbata dall’atteggiamento dell’Occidente che ha giudicato e condannato “in remoto” (forse influenzata da lobby finanziarie islamiche) arrivando ad annunciare sanzioni che avrebbero effetti devastanti in un paese dove le milizie etniche sono veri e propri eserciti (come dimostra lo stesso Arakan Army, che si oppone al governo e condanna Aung San Suu Kyi giudicata “complice” dei rohingya). Non è un caso che l’Ashin (il Maestro) Wirathu, monaco ultranazionalista definito “il volto del terrore buddhista”, latitante da 18 mesi in quanto “fomentatore d’odio”, si sia costituito a pochi giorni dalle elezioni. Per sua ammissione, così poteva «chiamare il popolo a votare contro Aung San Suu Kyi e il ‘demone’ della National League for Democracy». Per alcuni dei suoi seguaci, Wirathu è un weikza, un mago. In questo caso però si è scontrato con una figura più forte, Amay Suu, Madre Suu, che incarna quello che è stato definito il “culto dell’eroe” diffuso in Birmania (e in tutta l’Asia, del resto, secondo gli studi di mitologia e religione comparata di Joseph Campbell).

Centinaia di rohingya passano il confine con il Bangladesh

Riconciliazione nazionale: un processo schizofrenico

I birmani, evidentemente, credono che la Signora sia la sola ad avere l’autorità politica e morale per evitare che il paese torni a essere una dittatura, realizzare la riforma costituzionale e sviluppare un’economia equa e solidale in un paese dove il 24% della popolazione vive sotto il livello di povertà. Obiettivi che dipendono da un processo di riconciliazione nazionale che procede in modo schizofrenico. È accaduto anche in queste elezioni, cancellate in molti distretti controllati da milizie etniche (negli stati Rakhine, Shan e Kachin). La decisione è stata presa per “ragioni di sicurezza” giustificate sia dagli scontri tra Tatmadaw e milizie, sia dagli appelli alla violenza di estremisti come Wirathu, e apparentemente ha ottenuto il solo risultato d’inasprire le tensioni. A differenza di quanto accaduto nel 2015, però, quando il governo eletto aveva peccato d’arroganza pensando che fosse sufficiente il sostegno della maggioranza d’etnia bamar, questa volta il portavoce della Nld ha immediatamente dichiarato la volontà di formare un governo d’unità nazionale con i partiti etnici.

A contestare il risultato delle elezioni è rimasto solo l’ex generale Than Htay, segretario dell’Usdp, che ha denunciato brogli d’ogni genere e, seguendo l’esempio di Trump, ha richiesto nuove elezioni. Peccato sia stato subito sconfessato dagli stessi militari, in particolare dal Comandante in Capo di Tatmadaw, il generale Min Aung Hlaing che ha dichiarato di accettare l’esito delle urne. A nulla è valso il supporto del segretario di stato americano Mike Pompeo, che è sembrato voler accomunare nell’ingiustizia Trump e Than Htay, senza rendersi conto di quanto potesse apparire grottesco.

Sia pure con motivazioni diverse, la vittoria della Nld appare malaccetta in gran parte dell’Occidente, dove sembra ci sia un rifiuto concettuale di ciò che hanno affermato tutte le nostre “voci” birmane: Aung San Suu Kyi è amata e gode della fiducia del suo popolo. Analisti e osservatori occidentali non cercano risposte bensì conferme alle loro opinioni. Nella maggior parte degli articoli sulle elezioni birmane la parola rohingya appare sin dalle prime righe, condizionando le analisi, piegandole alla tesi secondo cui l’utopia birmana incarnata da Aung San Suu Kyi sia mutata nell’ennesima manifestazione di dittatura.

Miscuglio febbrile

Sfugge così la complessità della situazione. «La Birmania somiglia a parti dell’Europa e del Nord America nel XIX secolo: un miscuglio febbrile di nuove libertà e nuovi nazionalismi, capitalismo sfrenato, nuove ricchezze e nuova povertà, città e baraccopoli che spuntano come funghi, governi eletti, popoli esclusi e violente guerre di frontiera; uno specchio del passato, turbo-esasperato da Facebook e dalla vicina potenza ad alta industrializzazione, la Cina» scrive Thant Myint-U nel saggio L’altra storia della Birmania. Myint-U è lui stesso un “miscuglio”: storico, ex funzionario dell’Onu, nipote di quel Maha Thray Sithu U Thant che tra il 1961 e il 1971 fu segretario generale delle Nazioni Unite, nel 2011 ha iniziato a collaborare col governo come consigliere del presidente Thein Sein, ex generale che è il vero artefice della transizione verso la semidemocrazia. Nei suoi libri la Birmania è una metafora della geopolitica asiatica. È “L’occhio del Budda”, a indicare l’importanza strategica della Birmania nello scenario della regione che era definita Indocina, punto di unione e collisione delle grandi civiltà asiatiche.

Accordi e disaccordi: rotte e trattati

Oggi unione e collisione sono tra Cina e Stati Uniti. Anzi, tra Asia e Occidente. Negli ultimi anni i fronti sono divenuti ancor più fluidi: Occidente significa Stati Uniti e Unione Europea, Asia vuol dire Cina, India, Asean (l’associazione delle nazioni del Sudest asiatico) e Asia orientale (Giappone e Corea).

Il Myanmar firma il Regional Comprehensive Economic Partnership

«Entrambe le parti, Nld e militari, seguono una linea di bilanciamento fra le grandi potenze secondo la politica sancita con la conferenza di Bandung», afferma una delle “voci” di Yangon riferendosi alla conferenza del 1955 che segnò l’affermazione del movimento dei non-allineati. Ma nella geopolitica contemporanea appare sempre più difficile – specie per paesi come il Myanmar – sfuggire all’orbita della megastrategia cinese. Se ne è avuta rappresentazione una settimana dopo il voto, il 15 novembre, quando è stato siglato il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) l’accordo economico-commerciale tra i 10 paesi dell’Asean plus Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Il Rcep, oltre a creare il blocco commerciale e d’investimento più grande al mondo, si integra nei progetti della Belt Road Iniziative (Bri), le nuove vie della seta, e segna lo spostamento dell’Asean nella sfera d’influenza di Pechino. È un movimento di dimensione tettonica provocato anche dalla politica estera statunitense. Il presidente Trump, per marcare il distacco dal “pivot to Asia” di Obama, che affermava il ruolo strategico dell’Asia extracinese, e ribadire il suo “America First”, nel 2017 si è ritirato dalla Trans-Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio tra gli Usa, il Canada e altri 10 paesi del Pacifico che sino ad allora si era rivelato il maggior ostacolo al progetto della Rcep. Ironia della sorte: il 17 novembre il presidente Xi Jinping ha annunciato la disponibilità ad aderire alla Tpp.

India: la grande esclusa

Oltre all’America, altro grande assente dal Rcep è l’India, preoccupata dallo strapotere cinese. Per questo, almeno in apparenza, affianca gli Stati Uniti nella strategia per «un Indo-Pacifico libero, aperto e inclusivo». In realtà è probabile che l’India, con Giappone e Corea del Sud, cerchi di bypassare i progetti cinesi di collegare Oceano Indiano e Pacifico Occidentale. Progetti che hanno il loro centro nell’occhio del Buddha, il porto birmano di Kyaukphyu, terminale che collegherebbe la baia del Bengala con la provincia dello Yunnan e da là, seguendo uno dei corridoi delle vie della seta, con il Mar della Cina Orientale. Non a caso l’India si è rivelata ben più proattiva dell’America, “regalando” al Myanmar un sottomarino. «I militari adorano questi giocattoli e non amano troppo la dipendenza dalla Cina» aggiunge la “voce” da Yangon appassionata di questo risiko.

«Dopo le elezioni dovrebbe aprirsi una nuova stagione di partnership», dice la Soliani. Ma si riferisce a quelle americane. La senatrice, infatti, afferma che il presidente eletto Joe Biden avrebbe stabilito un rapporto personale con Aung San Suu Kyi sin dal 2016, quando era vicepresidente e incontrò la Signora a Washington, un anno dopo la visita di Obama a Yangon. Secondo la Soliani, inoltre, Suu Kyi e la nuova vicepresidente Kamala Harris sono accomunate dall’influenza del pensiero di Gandhi.

Il piano di rilancio economico

Biden ha già manifestato attenzione verso l’Asean e annunciato un piano di commercio internazionale che potrebbe contrastare la Rcep, ma sembra difficile che in Birmania se ne possano avvertire le conseguenze nel breve termine. Più probabile che la combinazione di un presidente americano attento al Sudest asiatico e l’eclatante vittoria della Nld possano invertire la tendenza di Stati Uniti e Unione Europea nei confronti di una nazione criminalizzata ma che invece esprime un percorso democratico più avanzato rispetto a molti paesi dell’area. È anche grazie al rafforzamento della Nld, inoltre, che il governo del Myanmar sta per lanciare un ambizioso piano di riforme economiche, il Myanmar Economic Resilience and Reform Plan (Merrp).

La Birmania come Singapore?

«Tutti sognano Singapore. Aung San Suu Kyi potrebbe essere come Lee Kuan Yew», dice un vecchio amico di Yangon che dimostra una fiducia totale nella Signora, tanto da paragonarla al demiurgo della città-stato. E per sottolineare quanto la Birmania stia mutando su quel modello fa un’osservazione bizzarra ma significativa riferendosi alle chiazze gialle delle cicche di betel (impasto euforizzante di noce d’areca, foglie di betel e calce) che disseminavano le strade di Yangon e di tutta la Birmania. «Per terra non c’è uno sputo di betel».

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